Quei transatlantici di una volta

– di Valeria Serra

La tragica fine dell'”Andrea Doria” nella nebbia. Il “Mauretania” che si ergeva come un grattacielo.
Il “North America” degli emigranti diretti in argentina. Il jet-set internazionale sul “Leonardo da Vinci”. La poetica trasfigurazione del “Rex” nel film di Fellini.

“Loro si credono diversi, si accomodano in classi differenti, mangiano menù particolari, ballano su piste esclusive. Sì, hanno volti, sembianze ed espressioni dissonanti ma il cumulo delle speranze è identico. Attraversano l’oceano e non si rendono conto di attraversare la vita”.
È una goccia dell’indimenticabile monologo del direttore d’orchestra dell'”Andrea Doria”, nel romanzo di Marco Ferrari Grand Hotel Oceano pubblicato dall’editore Sellerio. Una lettura che mi ha portato, trascinato nelle luci, nelle tenebre, nelle nostalgie del mare.
Succedeva esattamente cinquantadue anni fa. L'”Andrea Doria”, fino all’alba del 25 luglio del ’56, era stato un maestoso transatlantico, che dall’Italia traghettava sogni dall’altra parte dell’oceano. La nebbia all’improvviso, e poi il naufragio.

Fu l’evento più tragico e discusso di quell’anno, in tutto il mondo. Mio padre, che allora aveva seguito le cronache alla radio, me l’aveva raccontato tante volte, a fronte delle mie insistenze e delle mie domande di bambina. I transatlantici occupavano un posto in prima fila nell’immaginario infantile delle lontananze.
L'”Andrea Doria” a New York non è riuscita ad arrivarci quella volta, come invece molte delle navi di quegli anni, che vi entravano solenni, con la sirena che suonava e che squarciava l’alba. Non ha fatto in tempo ad “ergersi come un grattacielo”, come John Dos Passos aveva scritto quando nella darsena del porto vide apparire il “Mauretania”.
Il suo viaggio finisce quando al largo di Nantucket, l’isola d’esordio del melvilliano capitano Achab, entra in collisione con un’altra prua. Incidente mai chiarito fino in fondo. La “Stockolm” era una nave svedese rompighiaccio, e dopo l’urto si dilegua nella nebbia. Del carico dell'”Andrea Doria” muoiono 46 passeggeri e 1660 vengono messi in salvo dal transatlantico “Ile de France” che giunge sul luogo del naufragio pochi istanti prima che la nave si inabissi. Ma accanto a questo evento così drammatico e spettacolare, infinite storie sconosciute hanno navigato l’epoca dei grandi transatlantici, prima che gli aerei di linea diventassero i nuovi corrieri del mondo. Insieme ai passeggeri in prima classe in viaggio di piacere, quei prodigi della tecnica imbarcavano speranze ed illusioni; trasportavano un mondo che si lasciava dietro tutto, o niente, in cerca di una nuova terra per rinascere.

I transatlantici mi hanno sempre attratto, emozionato anche da leggere soltanto, tra le pagine dei libri.
“Martin Eden” di Jack London: fu lui a far salire per sempre a bordo delle navi metà della mia anima e come la sua, senza passaporto. Di De Amicis, non avevo apprezzato il libro “Cuore”, e invece tanto amato Sull’oceano”, il suo romanzo di trepidante e di dolente umanità, che sul “North America” va a cercar fortuna in Argentina. E mi ha rapito anche il romanticismo triste del pianista che navigava sul “Virginian”, quello raccontato da Baricco in “Novecento”.
E poi “Il fuochista” di Franz Kafka, che forse, nell’istante di partire – come cantava De Gregori – “erano lacrime sul bagnasciuga e un berretto per salutare”.
Era un’epoca nella quale i transatlantici disegnavano la rotta della storia, ed oggi mi paiono i testimoni più brucianti di una stagione epica recente che ha cambiato il mondo. Il nuovo mondo da raggiungere di là dal mare, per chi restava a terra, aveva la forma di prue slanciate e altere che prendevano il largo. “L’ovest -scrive Erri De Luca – è la schiena di mio padre che parte per l’America”.
E c’era il “Leonardo da Vinci”, ardito transatlantico, che se pure per la progettazione dei saloni si era chiesta la supervisione dello storico dell’arte Giulio Carlo Argan, era madido dell’umanità di terza classe; che viaggiava ai piani bassi, sotto i ponti dove alle cinque della sera si serviva il tè nei servizi in porcellana. E il tè lo gustavano i nomi del jet set di allora: James Stewart o Cary Grant, vestiti di lino e panama, che in cabina avevano valige di pelle e cappelliere di velluto.

Poi nei miei sogni c’era il “Rex”, che ho visto di sfuggita nella poesia visionaria di Fellini, in un fotogramma di “Amarcord”; quel transatlantico, nel 1933 aveva battuto tutti i record di traversata atlantica; bruciato le distanze di un oceano in quattro giorni e tredici ore di navigazione. Il “Rex” era la mia nave per antonomasia e purtroppo morì male: bombardata dagli aerei britannici l’otto settembre del 1944 nel golfo di Trieste. Tre anni dopo andò in demolizione e solo l’argenteria di bordo è diventata merce rara da antiquari. Se solo le trovassi due coppie di posate, me le comprerei.
Oggi, non esistono più navi passeggeri in rotta per solcare l’incognita dei grandi mari. Quelle scintillanti e asettiche navi “da crociera”, che ammiccano negli spot pubblicitari, sono tutta un’altra storia, che non è di vita vera, né storia di mare. Tutte riversate dentro, su se stesse: sui casinò e le palestre di acqua-gim. Il mare intorno è solo l’ultimo dettaglio. Mi sembrano palazzi multipiano senza più alcuna vocazione per il mare. Lasciatemelo dire.
Le navi vere, quelle che ho sognato io da piccola, sono ormai renate. Affondate nella sabbia della mia memoria e custodite in essa. Partite per sempre, senza biglietto di ritorno.

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