Quel bar di Forio che ospitò il mondo

– di Nino Masiello

Nel locale di Maria Senese, con le pareti e il soffitto tappezzati dai quadri degli artisti più famosi, passarono per trent’anni i grandi personaggi della cultura, del cinema, del jet-set internazionale, baroni e principi, conquistati dalla cordialità e dall’amicizia della “cafettera” ischitana. Le testimonianze dei suoi ospiti e l’ultima intervista della “più popolare foriana dei tempi moderni”. Il declino dell’isola e le ultime partite a scopa e a briscola. La fine della donna “con la frangetta alla moda dei bistrots”: a Forio si spense una stella.

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200805-11-3mQuando è vicina l’alba degli anni Settanta, un vecchio frequentatore della Forio di vent’anni prima, rimette piede al bar e poi racconta, firmandosi “DIMA”, aggiungendo nomi all’interminabile elenco dei clienti speciali di “Maria ‘e Zibacchiello”.
“Dopo molti anni sono ritornato a salutare Maria, la simpatica e ancora vivacissima proprietaria del bar di Forio. L’ho rivista, come sempre, alle prese con la macchina del caffè mentre proprio sotto un autentico capolavoro del pittore Gilles quell’arzillo vecchietto di Bargheer giocava a carte, con le mani ancora sporche di pittura.
L’impressione è la stessa: non sembra mai di entrare in un bar, bensì nella casa-soffitta di qualche artista di Montparnasse che si sia divertito a tappezzare il soffitto e le pareti con i quadri dei più famosi artisti del secolo. Maria, al solito gentilissima, mi ha offerto un cognac e così, una parola tira l’altra, abbiamo chiacchierato per un paio d’ore, un po’soffermandoci sulla vita attuale del bar e, in genere, di Ischia; un po’ ricordando le memorabili serate con Liz Taylor, Zachary Scott, Auden, Mc Wett, Schubert e tanti altri. Maria ne ha parlato volentieri.

Questo straordinario personaggio alla Toulouse Lautrec con la sua frangetta alla moda dei bistrots, questa donna così indefinibile che ha saputo raccogliere ai suoi tavolini tanti e illustri personaggi, dai principi d’Assia ai ministri in fuga da Peron, da Moravia a Pasolini, dalla principessa Ira Furstemberg a Gilberto Govi, da Kallmann a Bargheer, a Rosenthal, a Rubinstein e tanti altri, Maria, insomma, l’allegra prima attrice delle estati foriane, ha perso parte del suo entusiasmo. L’ha perso e non per gli anni (forse contano per una persona come lei?), non per gli affari che vanno male (a un bar come il suo potrebbe mai andare male?), ma per quello che Ischia, e quindi lei, non ha più: l’isola verde e silenziosa che per le sue spiagge e colline, per i suoi vigneti e le pinete raccoglieva in sé tanti amici illustri, scrittori, pittori, musicisti, nobili, politici, attori che davano vita alle indimenticabili, allegre e interessantissime serate, e ancor più belle perché così semplici, passate ai tavolini del suo bar. Dove sono ora? Tutti fuggiti. Sì, ogni tanto qualcuno ritorna, come me, a salutarti. Ma poi, come me, se ne scappa ancora: chi vuoi che resti? E chi ha rivisto la baronessa Von Sich, la signora Altamura, il pittore Sacchetti, Maria Backer, Bronksen Krukchfield, il barone Brian De Brefini e quelli che ho ricordato sopra e quelli che non ricordo? Ora si vedono squadre di muratori per le nuove e orribili costruzioni, pseudo signori in macchine enormi come i pullmans, ragazzi ineducati e chiassosi su scooters rombanti, signore che, semmai, vestono da sera per andare al bagno e mancano degli spiccioli per pagare la pizza; preti in clergyman attorniati da frotte di piccoli pederasti che sculettano per i vari corsi, e così via…”. Maria vive la trasformazione di Forio senza minimamente partecipare alla frenetica attività di tanti suoi concittadini che si sono trasformati in piccoli albergatori; non asseconda, dunque, quella vera e propria febbre che porta in molti casi al proliferare dell’abusivismo, con la salda compiacenza di chi ha l’obbligo del controllo. Il bar, adesso, è seminascosto da un’orrenda fontana che efficacemente viene definita “bidet”. Quando il bravo giornalista ischitano Peppino Mazzella va a trovarla perché ha intenzione di scrivere un pezzo, è accolto con affetto perché Maria non dimentica che più volte, nel passato, Peppino le ha dedicato attenzione sincera. Mazzella ricambia l’affetto della “cafettera” che, a settantasei anni, è ancora sulla breccia, quasi sempre con la sigaretta accesa.

Scrive Mazzella, in quella che riteniamo essere stata l’ultima intervista alla nostra cafettera: “Maria ha creato Forio, come ella stessa dice senza atteggiamento e senza presunzione, come fosse la cosa più naturale di questo mondo. Non ha senso andare a Forio se non ci si ferma un’ora al Caffè di Maria, sempre lo stesso da trent’anni, con i vecchi portoni di legno, il vecchio cupolino con le bouganvilles. Perché andare a Forio e non conoscere Maria, non ascoltare Maria, quello che ha visto Maria, ha lo stesso valore di andare a Parigi e non vedere il Lido. Il caffè di Maria, così scarsamente moderno e funzionale, non è il Lido o La nuit di Pigalle. Ma qui, in questa bottega, hanno sorseggiato whisky e Coca-Cola i più bei nomi della cultura contemporanea, perché Forio negli anni Cinquanta era il centro mondiale della nuova cultura”.
Altri tempi, dice Maria al giornalista, tempi favolosi, Ischia era tutta da scoprire. Poi prende il suo album, un vecchio album che ha il dorso sostenuto da un robusto cartone comune, e lo sfoglia: Guttuso, un “ministro argentino peronista”, Pasolini, Moravia, Somerset Maugham, Laurence Olivier, Liz Taylor, Richard Burton, tante foto di Auden e Kallmann, dei pittori Cremonini, Pagliacci, Peperone, Bolivar, i d’Assia e le loro amiche, le signorine Savoia, e poi tanti, tanti altri volti celebri.
Mazzella chiede: quale era il tuo segreto? Maria risponde in modo disarmante. Alla sua maniera. “Mi trovavano simpatica, cordiale, amica.
Pensa che certe sere, quando chiudevo il locale, dovevo andare a cena con i miei clienti. E poi, ogni pittore che si fermava a lungo al mio bar finiva per regalarmi un quadro”. A distanza di dieci anni buoni dalla fine della lunga stagione dell’università all’aria aperta, Maria deve fare i conti con una salute diventata malferma.
Una mattina si è svegliata “tutta gialla”, che non riusciva nemmeno ad alzarsi per la spossatezza. Il diabete non c’entra, le dice dopo averle dato una prima occhiata il medico curante, quel giallo dipende dal fegato. Dopo un mese Maria può tornare al suo regno, ha un colorito normale, ha ripreso le forze. Si dà nuovi orari di lavoro, adesso. Rincasa sempre alle 20 in punto, attesa da una cena che più sana non si può: un piatto di verdure lessate, poco olio e un tocchettino di formaggio magro, così da non compromettere né il livello della glicemia né l’eventuale danno al fegato, più leggera vai a letto meglio riposi. L’eccezione gastronomica se la concede soltanto alla domenica, golosa di sfogliatelle ne pretende sempre due, che consuma gustandole lentamente. Nel tardo pomeriggio, siede a un tavolino del bar all’esterno – mai quello subito a destra, che era di Auden -, in attesa del “cliente” da spolpare in lunghe sfide a carte napoletane, l’immancabile scopa seguita dalla briscola.

Nel 1977, l’estate foriana è ancora da consumare completamente, le previsioni metereologiche, infatti, benchè di solito poco attendibili, dicono che avremo un bellissimo settembre.
Maria non si sente granché bene. Si lamenta soprattutto per il sudore che la bagna copiosamente.
Il dottore non sa spiegarsene la causa, ma, siccome la pressione è un po’ alta, consiglia un ricovero al “Rizzoli” per accertamenti cardiologici. Nel pomeriggio il ricovero. La pressione è sempre alta, Maria continua a sudare, si assopisce. Si risveglierà l’indomani mattina, per qualche attimo, quando passano il medico di turno e l’infermiera per un controllo. “Gisella, pigliame quell’asciugamo che è là, nella borsa sulla sedia, all’ingresso” fa, con un filo di voce, all’adorata nipote che non fa nemmeno in tempo a dire: “Zia, ma ti ho appena messo un asciugamano pulito proprio a portata di mano, sul letto”. È riuscita ad allontanare Gisella nel momento in cui stava andandosene per sempre, da perfetta regista anche nell’estremo punto di morte. Il 23, l’indomani, all’arrivo del feretro dall’ospedale, c’è tutta Forio – non è un modo di dire – ad attenderlo, all’altezza del bar “La lucciola”. L’interminabile corteo attraversa il corso e sale dolcemente fino alla chiesa di Santa Maria Visitapoveri, sede della storica, pluricentenaria arciconfraternita, dove è custodito l’Angelo d’oro della corsa di Pasqua. Dopo la messa, quando la bara è sul piazzale, Michele Regine e Nino d’Ambra le rivolgono parole da scolpire, sintesi dell’opera di Maria, dei fasti del suo bar. Poi si riforma il corteo che rifà la strada del Corso per fermarsi qualche minuto all’altezza del bar e proseguire per via Cardinale Lavitrano, fino a San Vito e da lì al cimitero.
Così a Forio si spense una stella.

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