Quel garofano di stoffa sulla finestra di Marechiaro

– di Vittorio Paliotti

Il “trucco” di Nannina Cotugno e la celebre canzone di Salvatore Di Giacomo. Il poeta la scrisse senza essere mai stato nell’incantevole luogo della costa posillipina. Quando vi andò per la prima volta, con una turista inglese, ascoltò il racconto dell’oste che aveva aperto la locanda sfruttando la popolarità della canzone. L’uomo affermò furbescamente che era stata invece la trattoria ad ispirare i versi.
L’apparizione di Carolina.

201103-13-1m“E’ inutile odorarlo”, mi disse la signora Nannina Cotugno ridendo rumorosamente. “E’ di stoffa. Staremmo freschi se volessimo mettere nel vaso garofani autentici: con la brezza che viene dal mare e col sole bruciante ci toccherebbe di cambiarne uno ogni due ore. Invece i fiori finti sono resistenti, rimangono inalterati per settimane e settimane. Li compriamo a dozzine, naturalmente”.
Nannina Cotugno, la “principale” della trattoria “‘A finestrella”, una donna di mezza età, abbondantemente larga, parlava rumorosamente con partenopea allegria non disgiunta da una certa consapevolezza di autorità.
“Capirete” , mi disse quasi per giustificarsi, “bene o male sono l’erede di Carolina, quella della canzone. Ricordate i versi? Scetate, Carulì, ca ll’aria è doce … Ebbene, Carolina era la prima moglie di mio padre buonanima. Il poeta la conobbe e dopo aver tentato invano di ottenerne le grazie, la mise nella canzone…”.
“Dunque”, finsi di credere, “dunque Carolina realmente è esistita?” .”Vi sto dicendo che era la prima moglie della buonanima di papà! E che, scherziamo!” tuonò donna Nannina Cotugno, sorpresa e disgustata per la mia meraviglia. “Come si chiamava vostro padre?”, domandai.
“Carmine Cotugno, requie all’anima sua. Fu il primo proprietario di questa celebre trattoria e divenne in seguito amico fraterno del poeta Salvatore Di Giacomo e del musicista Francesco Paolo Tosti. Ho detto fraterni amici e potrei aggiungere che mangiavano nello stesso piatto. Dopo che ebbero scritto la canzone A Marechiare, infatti, Di Giacomo e Tosti nella bella stagione venivano ogni giorno qua a mangiare, non so se gratis o se a pagamento”.
“Signora”, insistetti, “e Carolina come si chiamava? Di cognome, voglio dire”. Avevo le mie buone ragioni per insistere: stavo infatti completando la mia Storia della canzone napoletana.
“Uh! Come siete preciso! Non lo so, non lo saccio”, ribatté l’altra. “Posso mai ricordare il cognome della prima moglie di papà? Ma potete scrivere benissimo Esposito. Carolina Esposito. Oppure Russo.
Carolina Russo”.

Il colloquio con donna Nannina Cotugno mi diede conferma che laggiù, a Marechiaro, la leggenda di Carolina ancora sopravviveva, così come continuerà a sopravvivere. Io guardai negli occhi l’allora proprietaria del ristorante “‘A finestrella” e ho abbastanza elementi per dire che lei parlasse in buonafede e che veramente credesse che la prima moglie di suo padre si chiamasse Carolina. Dopotutto la bellezza del luogo può giustificare qualsiasi leggenda e anche qualsiasi bugia. Salvatore Di Giacomo, benché direttamente interessato alla cosa, fu il primo ad assolvere l’antico proprietario del ristorante “‘A finestrella”. Marechiaro, si sa, deve la sua fama soprattutto alla canzone di Salvatore Di Giacomo che tutti i più grandi cantanti, a partire da Enrico Caruso, non hanno esitato a interpretare accanto ai brani classici.
Non che prima di allora la bellezza del luogo non avesse incantato qualcuno. Celebri studiosi, peraltro, avevano battagliato a lungo per dimostrare che Marechiaro non significa affatto mare chiaro, ma piuttosto mare calmo derivando direttamente dal latino mare planum corrottosi poi nel napoletano mare chianum. Ma la canzone fu determinante.
Anticamente il luogo era detto Santa Maria del Faro, da una chiesetta che lì si erge. Soltanto nella metà dell’Ottocento, sembra, comparve la prima marmorea targa stradale col nome di “discesa Marechiaro”. La zona, a quei tempi, era frequentata esclusivamente da pescatori, da barcaioli e, forse, da qualche bisbetico. E tale ancora era nel 1886 quando Salvatore Di Giacomo, ventiseienne, scrisse quei versi: “A Marechiare ce sta ‘na fenesta, / la passione mia ce tuzzulea, / nu carofano addora ‘int’a ‘na testa, / passa ll’acqua pe sotto e murmulea…A Marechiare ce sta ‘na fenesta”. Versi che si concludono con la nota invocazione “scètete Carulì, ca ll’aria è doce…”.
La canzone, musicata da Francesco Paolo Tosti, servì a dar fama al luogo e notorietà a Salvatore Di Giacomo il quale, a quell’epoca, vantava soltanto, come precedenti artistici, due grossi successi piedi grotteschi, e cioè Nannì e Oilì oila. Benché rivestita di note tali da richiedere all’interprete polmoni eccezionali, A Marechiare, sapientemente lanciata dall’editore Ricordi, conquistò Napoli, e dopo Napoli l’Italia e dopo l’Italia il mondo.
E il curioso sta nel fatto che, prima di scrivere quei versi, il giovane Di Giacomo non era assolutamente mai stato a Marechiaro.

Tutto si era inventato: la finestra, il garofano e perfino Carolina. L’ispirazione gli era venuta non dalle creste spumeggianti del mare, ma dall’aria affumicata della redazione del “Pungolo” o dalla luce sbiadita di un angolo del caffè “Gambrinus”. Una volta impostasi la canzone, anche in campo internazionale, ci fu chi badò a sfruttane commercialmente il successo. Ed ecco, appunto, un oste avveduto correre ad acquistare una catapecchia del posto, rimetterla in sesto, far aprire una finestra, mettere sul davanzale un vaso con un garofano e ribattezzare col nome di Carolina una procace cameriera. Di questa pasticciata e simpatica mistificazione ce ne dette atto Salvatore Di Giacomo in persona. “Tempo fa” scrisse il poeta “in un giorno d’aprile, una piccola navicella a vela mi portò per la prima volta laggiù, su que’ lidi che, senza conoscerli, avevo celebrato. L’immane conca luminosa e tranquilla, dal cui vasto arco si spiccava al largo la navicella, emanava un acuto odor d’alghe. Poi scomparvero a mano a mano le alte colline della riva, e anche il segno del vasto anfiteatro della città scomparve. Per poco ancora giunsero fino a me rumori confusi, indistinti; poi si fece attorno un silenzio, e io, steso a poppa sotto la tenda che palpitava alla brezza, potetti seguire e rincorrere certi miei sogni e certi miei ricordi. V’è mai accaduto di ritrovare esistenti le immagini a cui dette forma e vita la vostra fantasia solamente? A udire la piccola e bionda miss alla quale un mio amico, professore di Cambridge, aveva indicato me come un cicerone opportuno alle escursioni partenopee, mi sarei, fra poco, trovato al cospetto evidente delle amorose cose e delle persone che i versi della mia canzone avevano già, sulla morbida nenia del Tosti, quasi fatto famose. La piccola finestra e il vaso de’ garofani e Carolina, tutto questo, dunque, era per apparirmi e svelarmisi a momenti, vivo e vero?”.
Effettivamente, tutto ciò che il poeta aveva immaginato si mostrò vivo anche se non vero.
Di Giacomo, una volta sbarcato a Marechiaro, si accorse che c’era una trattoria, che c’era una piccola finestra ornata di un vaso con garofano e apprese cha la cameriera del ristorante si chiamava ma guarda un po’- Carolina.

Ecco come Di Giacomo stesso riferisce il colloquio con l’oste (Vincenzo e non Carmine, padre e non marito di Carolina) dotato di astuzia sì, ma non fino al punto da capire di trovarsi in presenza del poeta.
“La finestra è quella, e quello è il vaso de’ garofani”. L’oste levava la mano enorme, dalle unghie lucenti di grasso, e indicava. Miss Mary domandò: “E Carolina?”. “Mo viene servenno”, disse Vincenzo.
E chiamò: “Carulì!”. Miss Mary scandiva: “Scètate, ca ll’aria è duce! Così, non è vero?”. “Non duce, doce”. “Doce. All right”. “Un giorno il poeta venne qui a colazione – seguitava l’oste ritto accanto alla tavola – vide la finestra, vide i garofani, vide Carolina e mise tutto nella canzone”.
Miss Mary rise. Ma, parola d’onore, quel caro burlone l’avrei volentieri abbracciato! Che tuppè! Quella era la prima volta che vedevo Marechiaro, e miss Mary lo sapeva, glielo avevo raccontato. E la finestra era stata aperta di fresco in un muricciolo, e sul davanzale, in un vasetto verde, erano garofani di quelli che crescono soltanto su’ cappelli delle signore. “Cca sta Carulina!”
squillò una voce argentea e fresca. E sotto l’arco della cucina apparve una giovanetta, e salutò sorridendo. Era bruna, alta, rosea. Avanzò, porse al padre una carta, ci salutò ancora una volta col sorriso de’ suoi occhi belli e scuri, e disparve. Ora l’oste ci presentava quella carta in un piattello e si inchinava: “Il conto, e con la buona salute …”.
Questa originale cronaca di Salvatore Di Giacomo risale al 1896, cioè ad appena dieci anni dopo il lancio della canzone. Il mito di Carolina, quindi, per prendere consistenza aveva avuto bisogno soltanto di due lustri ed era così simpatico e innocente da divertire perfino il poeta.
Perché, dunque, dopo tanti e tanti decenni, avrebbe dovuto indignare? E perché avrei dovuto essere proprio io a dimostrarmi severo con donna Nannina Cotugno? La finestrella, il garofano e Carolina hanno avuto in dono, dalla patina del tempo, oltre ad una lapide, una verità poetica.
Il cognome di Carolina? Ma perché mai avevo voluto mettere in imbarazzo donna Nannina? Ora io sono pronto ad ammettere che Carolina sia esistita realmente e che il suo cognome era Esposito o Russo, come il cognome di tutte le vere autentiche Caroline di Napoli e dintorni. E dico che Carolina sarà viva finché a Marechiaro ci sarà una finestra.

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Un commento su “Quel garofano di stoffa sulla finestra di Marechiaro

  1. salvatore brunetti 15/12/2016 at 16:31 - Reply

    Si parla tanto di questa canzone ma non ci si pone mai la domanda: – perché MARECHIARE e non MARECHIARO, giusto toponimo?

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