Quel museo di Sorrento a picco sul mare

– di Vittorio Paliotti

L’artigianato dell’intarsio ebbe proprio a Sorrento uno sviluppo particolare con l’uso del legno d’ulivo.
Una galleria unica in Italia.

La storia di Villa La Rota, da rifugio di pittori famosi e squattrinati a raccolta di oggetti d’arte d’ogni parte del mondo, frutto dei viaggi dei fratelli Alfredo e Pompeo Correale.

Porcellane europee e orientali, cassettoni scolpiti e laccati, specchiere dalle cornici raffinatissime e orologi ornamentali, ma soprattutto mobili intarsiati.

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200704-15-3mArrivavano direttamente da Napoli, a bordo di traballanti pescherecci, portando con sè cavalletti, tavolozze e pennelli.
E chi era accompagnato dalla moglie, chi da moglie e bambini, chi dall’amante. A Sorrento, nella villa La Rota, c’era posto per tutti. Bastava essere pittori e appartenere alla celebre Scuola di Posillipo, per vedersene spalancare le porte. Da sinceri mecenati, i fratelli Alfredo e Pompeo Correale, conti di Terranova, erano sempre felici di ospitare per settimane e anche per mesi, nella seconda metà dell’Ottocento, artisti destinati alla celebrità (ma che allora non certo navigavano nell’oro) come Giacinto Gigante e Achille Vianelli, Gabriele Smargiassi e Teodoro Duclere, genero, quest’ultimo, di Anton Pitloo.

Non pochi capolavori del vedutismo napoletano, soprattutto marine con bianchi velieri o evanescenti coste, furono realizzati sulla terrazza della Rota, all’ombra di aranci e al cospetto del golfo. Andò a finire che uno dei due fratelli proprietari della villa, il più giovane, Pompeo, si fece lui stesso pittore aderendo proprio alla Scuola di Posillipo e mettendosi a raffigurare marine.
Ma non è tutto. I due fratelli, l’uno scapolo l’altro ammogliato ma privo di discendenza, decisero di trasformare quella loro villa in museo. Senza fare nessun torto, peraltro, nè a cugini di primo grado nè di secondo. Essi infatti, i conti Alfredo e Pompeo Correale, possedevano molti altri beni: palazzi al centro di Napoli, fra la Riviera di Chiaia, il Monte di Dio e via Toledo, nonché altri caseggiati ancora a Sorrento, fra il largo di Castello, San Cesareo e il Sorito. Ma quella villa fra gli aranci no, non vollero lasciarla a nessun congiunto, vollero che restasse per sempre consacrata all’arte.

È proprio così che è sorto a Sorrento, in una strada non lontana dalla piazza principale, quel museo Correale di Terranova posto a picco sul mare.
Di particolare interesse per gli appassionati di pittura, ma soprattutto per gli oggetti d’arte decorativa, come le porcellane europee e orientali, i cassettoni scolpiti e laccati, le specchiere dalle cornici raffinatissime e gli orologi ornamentali, il museo Correale si connota anche per una raccolta di mobili intarsiati il cui compito è quello di sottolineare gli stretti legami che uniscono l’artigianato del legno alla gente e alla città di Sorrento.
Diffusosi nell’Italia meridionale fin dall’XI secolo, l’artigianato dell’intarsio fece presto ad affermarsi a Sorrento ove ebbe un’impronta particolare in quanto si avvaleva, come legno complementare, dell’ulivo i cui alberi da quelle parti sono estremamente rigogliosi. Ed erano state alcune famiglie patrizie, prima fra tutte i Correale, a favorire lo sviluppo dell’intarsio a Sorrento. La nobiltà, quella proprio codificata e araldizzata, sta del resto a fondamento dell’intero evolversi di questo museo. Il luogo stesso in cui esso sorge, e cioè l’agrumeto a picco sul mare, faceva parte, in origine, di un più vasto appezzamento di terreno che, nel 1428, la regina Giovanna d’Angiò volle donare, in premio per la sua fedeltà, al nobile Zottola Correale. Nel 1481, poi, re Ferrante d’Aragona confermò, ampliandolo, il donativo a vantaggio di Nicola Correale, figlio di Zottola.

Villa La Rota, vale a dire il palazzo che ospita il museo, fu fatta costruire nel 1721 da Giambattista Correale.
Doveva essere e fu, per l’eccentricità della sua posizione, la casa di vacanze dei Correale. Ma i nobili, si sa, sono matti non meno dei poveri: sul finire del Settecento la villa fu divisa in appartamenti che nella stagione estiva venivano ceduti in fitto ai forestieri. Sua eccellenza Giuseppe de SaÂ’ della Pereira, ministro del Portogallo, fu il primo illustre inquilino. Fu soltanto nel 1880 che un Correale, Francesco Maria, senatore del regno d’Italia, decise di stabilirsi, insieme con sua moglie, Clelia Colonna di Stigliano, nella villa La Rota. Non più casa di villeggiatura bensì residenza patrizia, la villa incominciò ad affollarsi di dipinti ed oggetti d’arte. Non soltanto i suoi tre piani, ma anche la scalinata principale, arredata con mensole e scaffali, andavano trasformandosi in splendide vetrine.
Il merito, però, di aver fatto diventare quella sfarzosa dimora una vera e Corpropria reggia del bello, va riconosciuto ai figli del senatore Francesco Maria, cioè i fratelli Alfredo e Pompeo Correale. Scapolo irriducibile Pompeo, celibe soltanto fino all’età di cinquant’anni Alfredo, i due fratelli ebbero tutto il tempo e la libertà per girare il mondo intero, l’Oriente come l’Occidente e, viaggiando, non fecero che mettere mano al portafogli e acquistare oggetti d’arte.
Eccoli, sempre con una grande voglia di cose belle, nel centro della vecchia Europa, a cercare tele dei maggiori pittori fiamminghi, eccoli in Germania, in Austria, in Francia, in Olanda, in Russia, in Danimarca, in Cina, a scovare porcellane e maioliche preziose.
Eccoli in Svizzera e in Inghilterra a rastrellare orologi strani. E poi ad acquistare quei cassettoni che spedivano imballati come monumenti e che, una volta disposti nelle sale della Rota, richiamavano frotte di nobili in visita di omaggio e di curiosità.

Instancabili nel viaggiare, passando da un transatlantico all’Oriente Express e uscendo incolumi da guerriglie e rivoluzioni (ma anche da adescamenti di avventuriere internazionali), Alfredo e Pompeo Correale si guadagnarono, a Sorrento, gli affettuosi soprannomi rispettivamente di Marco e di Polo. E siccome erano inseparabili, ecco che, al loro approssimarsi, bastava dire: “Marcopolo”; o, più scherzosamente ancora: “Il milione”.
Da veri signori quali erano, Alfredo e Pompeo Correale non dimenticarono che a Napoli erano fiorite scuole di ceramica come quella di Capodimonte, e che, proprio in quello scorcio di secolo, la stessa Napoli era sede della prestigiosa Scuola di Posillipo cui dava autorevolezza soprattutto il nome di Giacinto Gigante. Così, alle maioliche di Marsiglia della fabbrica Pierrette Perrin, e alle porcellane di Meissen, di Nympheburg, di Vienna, Di San Pietroburgo, di Sévres, di Chelsen, di Doccia e di Venezia, si unirono quelle, squisitissime, della fabbrica napoletana di Capodimonte. E quindi le tele dei più grandi maestri della Scuola di Posillipo ai quali tentò di affiancarsi Pompeo Correale.
Fu in questo periodo che la splendida residenza incominciò ad essere abitata da strani tipi di pittori i quali, senza spendere una lira, ma anzi serviti e riveriti, vi si trattenevano per settimane e per mesi mangiando, bevendo e, se in vena, dipingendo.
Non mancarono di sorgere, naturalmente, a Sorrento in quel periodo, leggende e dicerie sulla vita che, nella Rota, conducevano quegli artisti. Alle insinuazioni sui loro pupilli, Alfredo e Pompeo rispondevano, giustamente, con alzate di spalle.

Dei due fratelli Correale, il primo a morire fu, nel 1900, Pompeo: aveva settantuno anni. Appena due anni dopo lo seguì, all’età di settantacinque anni, Alfredo. Entrambi, nei testamenti, avevano espresso il desiderio che La Rota venisse trasformata in museo “per dare maggior lustro alla città dei nostri avi, ma anche per evitare lo sperpero di tanti oggetti”.
Ente morale dal 1904, il museo poté incominciare a prender forma solo nel 1917, alla morte della vedova di Alfredo, usufruttuaria dei beni. Inaugurato il 10 maggio 1924, alla presenza del grande filosofo Giovanni Gentile, allora ministro della Pubblica istruzione, il museo Correale ha visto realizzarsi, in pieno, il sogno dei due fratelli. Non solo tutto ciò che essi amorevolmente avevano raccolto è rimasto unito, ma altre e altre collezioni si sono aggiunte a quelle originali. Fra le tante, quella dei mobili intarsiati dell’Ottocento, donazione di Silvio Salvatore Gargiulo.
Un museo fra i più interessanti d’Italia: e dire che tutto era iniziato per accogliere in quelle mura, e al cospetto del mare, alcuni pittori geniali ma un po’ squattrinati. Altro che “Milione”.

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