Quel nobile squattrinato innamorato a Capri

– di Dario Reginelli

L’attore napoletano Fabrizio Nevola, che recita nella fiction ambientata nell’isola azzurra, parla del mare di Napoli, delle tre “perle” del golfo, della sua preferenza per Procida, dei due mesi trascorsi a girare le scene per i luoghi capresi, ma anche della sua vita di attore, per tre anni studente tenace all’Accademia d’Arte Drammatica, poi protagonista in teatro e sul teleschermo, impegnato con Massimo Ranieri nella riedizione dei capolavori di Eduardo De Filippo.

Incontro Fabrizio Nevola nella hall di un albergo a San Pasquale a Chiaia, che lo ospita in occasione della registrazione della commedia “Napoli Milionaria”, prossimamente su Raiuno come seconda tappa del percorso di riproposizione televisiva delle opere di Eduardo, curato da Massimo Ranieri. Fabrizio è un giovane attore napoletano. Capelli chiari, sfumatura alta come Ranieri comanda, occhi azzurri, sorriso accattivante. Dopo aver conseguito la maturità scientifica, in lui nasce una grande passione per la recitazione e decide di trasferirsi a Roma per frequentare l’Accademia Nazionale di Arte Drammatica “Silvio D’Amico”. A teatro è stato diretto da registi di rilievo come Luca Ronconi, Armando Pugliese, Emma Dante e Giancarlo Sepe.
La fiction “Capri 3” l’ha posto all’attenzione del grande pubblico, che ha apprezzato le sue performance nel ruolo di Vittorio Mottola, nobile squattrinato ma ricco di buoni sentimenti, con la passione per la cucina e le donne. Dopo una breve apparizione in “Distretto di Polizia 10” su Canale 5, Fabrizio è tornato in prima serata su Raiuno nella commedia “Filumena Marturano”, sempre diretta da Massimo Ranieri, in cui ha interpretato uno dei figli di Filumena, Riccardo, il più guascone dei tre, camiciaio sciupa femmine.
Mi indica un tavolino nella hall, ordina due caffè e mi domanda: “Da dove vogliamo cominciare?”. Comincerei dalla tua città e dal mare. A Napoli il mare è così vicino eppure per tanti motivi è così lontano. “Il mare non bagna Napoli” scriveva Anna Maria Ortese.

“Napoli è una città di mare e la sua esistenza non avrebbe senso senza di esso. Napoli è così com’è, nel bene e nel male, proprio perché è prima di tutto un porto: luogo dove avvengono di continuo mescolanza di razze, umori, lavori, opinioni, luogo di contrasti ma anche di fraterne amicizie, luogo di addii e ritorni. Un melting pot che ha dato un’impronta strutturale alla città.
Ognuno arriva, sbarca con le proprie idee, cerca di affermarle, prende quello che c’è e che conviene prendere e riparte, lasciando vuoti, malinconie e, nella maggior parte dei casi, errori e problemi da risolvere. I napoletani non fanno in tempo ad affezionarsi a quella o a quell’altra idea, visione, progettazione della vita, che subito si cambia padrone e si è costretti a cambiare registro e così tutto rimane sospeso e l’unica cosa che resta loro da fare è ammirare il mare e sperare che il vento cambi e che il nuovo padrone si trattenga abbastanza per finire almeno uno dei discorsi iniziati. Andiamo a mangiare una pizza e, dopo un rigoroso caffè, non vediamo l’ora di una bella suonata di mandolino e di una canzone scaccia pensieri. Tanta leggerezza è per noi un pregio in talune occasioni, ma credo sia il principio del nostro malessere. Il mare non bagna Napoli, perché il mare di Napoli non è dei napoletani, non lo vogliamo riconoscere come nostro. Ognuno se ne impa dronisce quando e come vuole, solo quando gli fa comodo. In realtà non esistono i napoletani, è sbagliato parlarne al plurale, esiste il napoletano, ognuno con un rapporto diverso con la sua città e il suo mare, ognuno che vive secondo le proprie regole ed un suo codice”.

Qual è il tuo rapporto col mare? “In questo momento particolare della mia vita ho un rapporto conflittuale con il mio mare, il mare di Napoli. Lo porto dentro, lo vivo ogni giorno dentro di me, ma non lo riconosco al di fuori, forse solo non lo accetto. Il mio mare è ormai violentato, stuprato da tutta una serie di politiche del malaffare… e affanna, arranca non riesce più a tirarsi su. Ricordo di un mare accogliente, vivo, rifugio di pensieri, sogni, passeggiate, coppiette innamorate. Lo ritrovo impoverito, grigio, pieno di motorini che sfrecciano, pizzerie e tarallari di fortuna che lo circondano. Mi fa tenerezza. È sempre lì, splendido se visto la mattina presto o di notte o nelle mattine assolate, impetuoso quando batte sulla scogliera di Castel dell’Ovo, nobile quando accarezza le fondamenta di Palazzo Donn’Anna, sinfonico alla Verdi quando batte sulle coste che da Mergellina vanno fino all’isolotto di Nisida, quando ha la possibilità di esprimersi, non afflito da barche e barchette, gommoni hi-tech e radio a tutto volume che storpiano il suo silenzio.

Il mare di Napoli è sempre lì, quando lo si rispetta, pronto e generoso. Tuona ancora nelle canzoni di Beniamino Gigli e Sergio Bruni, di Renato Carosone quando aspetti, guardandolo, che ti parli. Abbiamo perso l’abitudine, l’educazione di ascoltare il nostro mare”.
E qual è il tuo rapporto con Capri? Com’è stato girare nell’isola azzurra le scene della fiction? “In mezzo al nostro mare ci sono tre perle: Capri, Ischia, Procida. Per gusti personali e influenzato anche dalla poesia di Massimo Troisi e del suo Postino, un film in cui molto mi identifico, tra le tre preferisco Procida. Con i suoi colori pastello, con la sua natura ancora incontaminata, con il suo esserci con discrezione al fianco di due sorelle maggiori e più blasonate. Procida é, volendo ragionare per assurdo, la più attrice tra le tre, o meglio, quella che più fra le tre rispecchia il mio modo di vedere l’attore: semplice, poetica, legata alla tradizione. Universale nel suo essere ancora vergine e scarna di sovrastrutture. Confesso comunque che, appena saputa la notizia, l’essere stato scelto per un ruolo in ‘Capri 3′ mi ha fatto molto piacere, non solo da un punto di vista artistico. Ho pensato che avrei vissuto un po’ in quell’isola di cui tutti parlano e che tutto il mondo ci invidia. Però, per necessità produttive, l’ho vissuta soltanto due mesi. Nei restanti quattro siamo stati a Roma e in altre location, ma sono stati due mesi molto costruttivi.

Capri, in quanto isola appunto, ha mantenuto quell’aria solitaria e quel distacco che, certe volte, le difficoltà di comunicazione portano ad avere. Le giornate migliori erano quelle infrasettimanali, quando tutto e tutti svolgono la loro routine quotidiana, senza stress né manie di protagonismo, ma per pura necessità. Prima delle invasioni domenicali e della sete di consumo che caratterizza il week end. Il bianco delle case, intervallato dal giallo dei limoni, che lì sono enormi, i toni di colore che spiccavano qua e là grazie alle ceramiche artigianali, viottoli e cunicoli, arterie e vene dove pulsa un sangue caprese spumeggiante, piacevolmente eccentrico, rilassante. Era bello girare per le strade, lavorare per quei viottoli. Giravamo le scene e tutti ci osservavano per un poco, quasi come per salutarci e poi passavano oltre, padroni accoglienti dell’isola ma discreti. Capri è abituata alle luci, alle macchine da presa e tutto è piacevolmente passato liscio.

Capri tutta è un set cinematografico, da sempre”. Com’è Fabrizio Nevola quando non veste i panni di qualche dongiovanni sul palcoscenico? “La mia vita non è particolarmente interessante. Non ci sono casi eclatanti di fidanzate lasciate, rimpianti, tradimenti o bunga bunga da raccontare. La mia è una vita come tante, fatta di passione, di sogni, di speranze, di lotte, di vittorie e di pesanti sconfitte, che poi sono sempre delle vittorie a lungo termine. Una vita fortunata, questo sì, molto fortunata. Avere la possibilità di scegliere il proprio mestiere è un privilegio non da poco e sono già soddisfatto di questo. Ringrazio chi mi ha dato la possibilità di crederci e di aspettare che la scelta maturasse. Mia madre e mio padre su tutti, ma ogni componente della mia famiglia ha fatto la sua parte, anche inconsciamente. Ora vivo di teatro, studio, passeggio, penso, scrivo, osservo molto gli altri vivere e ne traggo continui insegnamenti. Come l’occhio della macchina da presa osservo la vita che mi circonda e registro. Grazie alla pratica e alle tecniche dell’arte, lo studio delle quali non va mai abbandonato, analizzo, cerco di riportarla, riproporla o re-citarla se vogliamo. È questa una vita noiosa? Dipende dai punti di vista”.

Quando ti è nata l’idea di recitare? Come ti sei istruito nel mestiere di attore? Qual è la tua filosofia della recitazione?
“Non credo esista un momento in cui nasce l’idea di recitare.
Non si ha l’idea di recitare nemmeno quando reciti, o almeno non si dovrebbe. Nasce, invece, la voglia di divertirsi facendo un mestiere che ti permette di esprimere a 360 gradi la tua condizione di essere umano. Nasce la voglia di agire sulla propria vita da protagonista affrontandola in prima persona, investendo su tutto ciò che realmente ti appartiene, il tuo corpo, la tua mente, il tuo spirito. Nasce la voglia di essere protagonista del proprio destino con l’incoscienza e la spregiudicatezza dei giocatori d’azzardo. Il grande Bergman, regista svedese, nel suo film “Il settimo sigillo” mette di fronte l’uomo e la morte che si sfidano in una partita a scacchi. Mai immagine fu più rappresentativa del rapporto che un uomo ha con la propria vita, una lunga partita a scacchi per evitare, battere la morte, o illudersi di poterlo fare e, nel gioco, rimandarla. Mai immagine fu più rappresentativa anche del rapporto che un attore ha con il proprio mestiere. Io mi sono formato all’Accademia d’arte drammatica ‘Silvio D’amico’, si può dire in collegio. Tre anni di continue domande, dubbi, analisi, preoccupazioni, tribolazioni. Tre anni di studio intenso sul proprio corpo, sul proprio modo di pensare, sul mestiere e sulla critica di questo mestiere. Tre anni in cui analizzi il sogno e impari a modellarlo, a portarlo dall’apollineo mondo delle immagini, al dionisiaco mondo della realtà, della concretezza, delle passioni, cercando di appiccicartelo addosso, il più possibile, imparando a restarci attaccato qualunque cosa accada. Non esiste una filosofia della recitazione, questa è una filosofia di vita”.

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