Quel poeta maledetto dalla Bretagna a Capri

– di Giuseppe Aprea

Edouard Joachim Corbière, magro e segaligno come un giunco di mare, brutto, malaticcio, taciturno, si ribattezzò Tristan.
Il soggiorno alla locanda di don Michele Pagano.
Gli autografi preziosi.
Un carnevale indimenticabile.
Il viaggio ad Anacapri a dorso di mulo.
L’amore senza speranza per l’attrice di origini italiane Armida-Josephina Cuchiaini, in arte Herminie, che cantò in versi sotto lo pseudonimo di Marcelle. L’unico suo libro di poesie fu una scoperta di Paul Verlaine.

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200607-14-3mI bretoni sono uomini duri come la falesie, che il mare artiglia possente dai tempi dei tempi. Come il granito dei calvari della loro terra.
Sono caparbi e silenziosi, come la marea che monta e ricopre la roccia.
E i vecchi hanno rughe salate, profonde come corteccia d’albero. E’ gente antica, quella di Bretagna; gente di frontiera. Era lì il “finis terrae” del grande Impero di Roma; oggi è la regione più a settentrione della Francia, il Finistère.

Edouard Corbière, il padre di Tristan il poeta, era uno di quelli.
Tutti a Morlaix, e a Roscoff, dove veniva d’estate, sapevano chi era. I più anziani lo avevano raccontato ai più giovani di quando lui era davanti a tutti, nella rivolta contro il re e i suoi servi sciocchi. In quel 1830 in cui il sangue era sceso a fiumi. Quando il pericolo era cessato, Corbière aveva posato il fucile e impugnato la penna e con il romanzo “Il negriero” era diventato il primo scrittore francese di storie di mare.
Ora, che un uomo come lui potesse avere un figlio come il suo, nessuno in paese avrebbe mai potuto neanche immaginarlo. Edouard Joachim era magro e segaligno come un giunco di mare. Brutto, malaticcio, taciturno e…poeta. Lì a Roscoff qualcuno, di quelle lingue velenose che crescono un po’ ovunque sulla terra, ma che in Bretagna nascono ancora più acuminate, gli aveva affibbiato un soprannome di quelli che quando arrivano lasciano il segno. “Ankou”, lo chiamavano Ankou, col nome dello spettrale auriga del carro dei morti, che gira di notte nelle strade della città a cercare le sue vittime. In una mano, diceva la leggenda celtica, tiene la falce omicida, con l’altra domina il passo dei due cavalli: il bianco, magro e malfermo sui garretti, si chiama Anken, il ‘dolore’; l’altro, Ankoun, ha un manto nero e lucente; il suo nome in lingua bretone vuol dire ‘oblio’.

Tristan – Edouard Joachim si era intanto autobattezzato così – reagiva a modo suo. “Ankou, Ankou!”, gli gridavano i monelli nei vicoli del porto. E lui, per tutta risposta, una volta usciva dal suo maniero travestito da donna, un’altra volta da forzato, un’altra ancora da mendico. E intanto scriveva versi sferzanti e beffardi, spesso fuori da ogni legge della metrica. “Au vieux Roscoff, Berceuse en nord-ouest mineur, Trou de filibustiers, vieux nid A corsaires…”
L’ironia, oltre che la passione per la poesia e per la pittura, era tutto ciò che aveva ereditato da papà Edouard. E imparò subito farne buon uso, ora che, abbandonati gli studi alle soglie del Baccaloreato per l’aggravarsi della sua salute, si era rintanato lì a Roscoff. Era il 1863, e aveva appena 18 anni. Trascorreva le giornate andando a pesca di aragoste con la barca di suo padre, il “Négrier”, e le notti alla taverna Le Gad, dove si intratteneva con i pochi amici: i marinai del posto e i pittori francesi che venivano spesso a dipingere la bella marina. Una sera, davanti ad un bicchiere di vino, fece la conoscenza di uno di loro, Jean-Louis Hamon, e insieme progettarono il viaggio in Italia che li avrebbe portati fino a Capri.
I due sbarcarono a Marina Grande che era il 30 dicembre del 1869; Hamon guidò il nuovo amico attraverso la via Strettola, fino alla locanda di don Michele Pagano, dove egli stesso aveva abitato qualche anno addietro. Sul Registro dell’albergo che i nuovi arrivati dovevano compilare, accanto al nome e al paese di provenienza, c’era la voce “condizione”. Corbière ci pensò un poco, poi scrisse in italiano “far niente?” e infine, un rigo più sotto, “pittore – poeta etc.”.

L’isola era in quegli anni un grande atelier a cielo aperto: e ciò avrebbe fatto la fortuna di quanti, a cominciare dai Pagano, l’avevano intuito per tempo. I pittori spedivano i loro quadri al Salon parigino o in giro per l’Europa, e altri ne venivano coi cavalletti a tracolla. Così a Capri, tra le donne più giovani e belle, si era diffuso un nuovo modo per guadagnarsi da vivere, che di bello aveva di essere assai meno faticoso che far la facchina su e giù per la Scala Fenicia o di lavorare al telaio dall’alba al tramonto. Era il mestiere di modella: tutto ciò che bisognava fare era mantenere la posa il più a lungo possibile, e sorridere. I pittori pagavano bene e qualche volta le sposavano pure le loro modelle e Luisella, Marietta, Emiliella e le altre, nelle notti d’estate, si trasformavano in meravigliose danzatrici di tarantella. Era successo così, ad esempio, a Jean Benner, pittore francese d’Alsazia. Si era scelto per compagna Margherita, che oltre ad essere bella era pure la figlia di don Michele Pagano, il padrone della locanda con la grande palma. Al centro del paese.

Chissà. Forse Corbiére ci impiegò più di un giorno a ritrovarsi, in quel microcosmo azzurro e luminoso dov’era capitato; il cielo ed il mare erano così diversi da quelli tanto amati e tanto inquieti della sua Bretagna… Ma ci pensò l’inverno caprese col suo vento di libeccio a farlo sentire a casa sua. Il 22 febbraio del 1870, in compagnia di Jean Benner e di Margherita, con i quali l’intesa era stata immediata, e dell’inseparabile Hamon, ne fece la conoscenza diretta. Dalla marina, dove il mare si infrangeva sulle case, i quattro amici risalirono ad Anacapri, a dorso d’asino.
E, dopo una sosta ristoratrice all’osteria di Massimino, scesero fino al Limbo, dove andava in scena lo spettacolo del mare in burrasca. “Le spectacle que nous offre la mer est admirable” annotò Benner nel suo diario.
Tristan, lui, non era tipo da tenere un diario. E così, fedele alle due “qualifiche” che aveva dichiarato all’arrivo – poeta e pittore – pensò di lasciare proprio nei Libri degli Ospiti dell’albergo Pagano alcune chiare e personalissime tracce di entrambe le sue passioni. La prima, nel librone con la copertina rigida che in copertina recava l’elegante dicitura “Nota dei Forestieri”, è una poesia senza data, scritta nel suo inimitabile stile, ispirata dalla visita a Napoli e dall’immagine che si era fatto dell’Italia.
S’intitola “Vedere Napoli è (morì)”. Ed è tutta da leggere: ironica, canzonatoria, dissacratrice:

“O Dante Alighieri qu’ont il fait de ma malle?/ Raphael! Ils m’ont fait mes cigares / dedans. / O Mignon! Ils ont fait flotter mon linge sale / Pour le passer au bleu de l’éternel printemps!”.
“Dante Alighieri, cos’hanno fatto del mio baule? / Raffaello! Ci hanno fatto dentro i miei sigari. / O Mignon! hanno fatto ondeggiare la mia biancheria sporca / per tingerla dell’azzurro dell’eterna primavera! Termina con un verso quasi surreale: “Và poète ne pas voir Naples et dormir”.
Qualche pagina dopo, nello stesso registro, c’è un’altra poesia, firmata in calce “Tristan”, con la data del 2 marzo. E’ riferita al romanzo di Lamartine, “Graziella”, e naturalmente ne costituisce la poetica presa in giro. Il titolo è “Les fils de Lamartine et de Graziella”. Eccone la prima strofa. “A’ l’île de Caprée où la mer de Sorrente/ Roule un flot hexamètre où fleurit l’oranger,/ Un naturel se fait une petite rente/ En Graziellant l’étranger”.
Il poeta infelice ed il suo amico pittore Hamon, più volte immortalato dallo stesso Corbiére (“Tristan pingebat 1870”) in pose spassose in un altro dei libri del Pagano, il cosiddetto Album delle Caricature, lasciarono l’isola il 17 marzo di quell’anno, con una nave dal nome un po’ inquietante: “La Riposta”. A bordo parlarono forse dell’indimenticabile Carnevale trascorso a Capri, con Jean Benner a dipingere i volti di tutti i presenti alla festa, a mò di maschera. Sulla fronte di Hamon erano comparsi alla fine due occhioni ridenti, che aggiunti ai suoi facevano quattro! A Tristan era toccata una maschera differente, ma non meno appariscente: l’amico Jean l’aveva dipinto d’oro, come un dio egizio… E poi a mezzanotte tutti fuori, a dar fuoco al grande pupazzo di Carnevale!

Qualche giorno dopo la partenza di siffatti ospiti don Michele, che a quel tempo era affiancato nella gestione dell’albergo da suo nipote Teodoro, trovò un’ultima traccia del passaggio di Corbière nei suoi registri.
L’ultimo dei suoi “graffi” capresi, un piccolo poème en prose senza titolo.
“Capri feu vide – bouteille de feu Tibère qui venait y geter sa gourme et des astrologues à la mer pour faire des ronds dans l’eau – Aujourd’hui tout degénère impossibile de trouver un astrologue dans le pays ce qui prive le flaneur et l’amateur de couleur locale – on est réduit à jeter des cailloux.”.
Il che, tradotto (ahimé) solo letteralmente, suona pressappoco così: “Capri fuoco vacuo – bottiglia di fuoco Tiberio che veniva a gettarci i suoi peccatucci e gli astrologhi in mare per fare dei cerchi nell’acqua – Oggi tutto degenera impossibile trovare in paese un astrologo ciò penalizza il flâneur e l’appassionato del colore locale – ci si è ridotti a gettare dei ciottoli”.

A dire la verità un altro “graffio”, nel registro del Pagano, Corbière lo lasciò. Due anni dopo, alla metà di maggio. Ma si trattò solo della sua firma, accanto a quella della donna di cui era innamorato senza speranza, l’attrice di origini italiane Armida- Josephina Cuchiaini, (in arte Herminie) che era accompagnata nella gita a Capri dal suo compagno e anfitrione, Rodolphe de Battine. Tra i due, Tristan era destinato a fungere solo da terzo incomodo, purtroppo; Herminie rimase un sogno da cantare in versi, nascosta sotto lo pseudonimo di Marcelle. Nel 1875 il poeta si stabilì a Parigi, ma la sua salute peggiorò ancora. Venne ricoverato nel sanatorio di Dubois e da lì scrisse un’ultima lettera alla madre Angelique: “Je suis à Dubois…du bois dont on fait les cercueils” , “Mi trovo a Dubois (du-bois=di legno n.d.r.)…. Di legno son fatte le bare”.

Quando chiuse gli occhi, il primo di marzo di quello stesso anno, stringeva ancora nel pugno un ramoscello di erica. Il suo ultimo desiderio di uomo. Della sua morte non un rigo fu scritto sui giornali; nulla neppure sulla sua tomba, a Morlaix, dove Angélique lo riportò. Ma Tristan l’Ankou il suo epitaffio l’aveva già scritto da tempo, nascosto tra i versi della sua “Piccola morte dal ridere”: “(…) le bare dei poeti/ non son altro che semplici giochi per i becchini/ custodie di violino che suonano vuote…/ Ti crederanno morto-idioti borghesi-/ Va, sfreccia leggero pettinator di comete!”.
Fortuna volle che Paul Verlaine leggesse l’unico libro di poesie pubblicato da Corbière, intitolato “Amours Jaunes” (giallo è il colore del tradimento), e quasi otto anni dopo la sua morte ponesse con ammirazione il suo nome tra quelli dei grandi Poeti Maledetti, accanto a Rimbaud e Mallarmé. I precursori della poesia moderna.

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