Quel promontorio del cilento dove i filosofi discutevano sulla luna

– di Vittorio Paliotti

Fondata e distrutta dai pirati, Velia sorgeva su un poggio suggestivo nell’area della marina di Ascea. Era una piccola città, ma ricca di templi, palestre, due porti, acque termali, mosaici e bassorilievi. Le vestigia antiche sotto un castello medioevale.
Gli scavi di Maiuri. La ricostruzione degli splendori di una terra di filosofi e artisti che, devastata quattro volte dai cataclismi, sopravvisse tredici secoli e fu famosa nel mondo per la Scuola eleatica dell’eterna staticità. L’abbaglio di Senofane e le intuizioni di Parmenide.

200803-12-1mA fondarla furono dei pirati, a darle notorietà furono dei filosofi. Ed è perciò che, visitandone i ruderi, si ritorna ragazzi.
O meglio, studenti di liceo. Di quelli, allegri e anche un po’ scavezzacolli che, sotto i libri di testo, nascondono i fascicoli con le avventure di Sandokan. E che, alle prime prese con la filosofia, ripetono il celebre sofisma di Zenone: Achille, detto il piè veloce, non potrà mai raggiungere la tartaruga che sta inseguendo perché quando lui sarà giunto nel posto in cui essa si trova, in quello stesso momento essa avrà percorso intanto un altro tratto di strada; e quando Achille avrà percorso anche questo tratto di strada, la tartaruga ne avrà nel frattempo percorso un altro. E così all’infinito….

Sembra quasi di vedere, fra i ruderi di Velia, (l’antica Elea) un ansimante Achille che, lasciandosi indietro la costa battuta dalle onde, e superando le terme, la palestra, la torre e l’acropoli, rincorre una tartaruga inafferrabile. La quale, magari, gli faccia anche un pernacchio e anche in ciò prendendo lezione dal filosofo Zenone che, come è noto, si tagliò con i denti la lingua e la sputò in faccia a Learco, tiranno di Elea.
La città della Magna Grecia che i romani, suoi alleati, chiamarono Velia, ma che i suoi stessi abitatori denominarono Elea, sorge, o meglio sorgeva, su uno dei poggi più splendenti e rigogliosi della costa cilentana, lambito dunque da uno specchio di mare che è tra i più limpidi del Tirreno e inserito in un territorio appartenente al comune di Ascea.

Esattamente da dodici secoli, quella città che fu celebre nel mondo antico in quanto sede di una scuola filosofica che, dall’originario nome della città stessa, fu detta “eleatica”, non esiste più: bastano però i ruderi, spettacolari e per molti versi ineguagliabili, a darci testimonianza di una civiltà di pensiero dalla quale tuttora il mondo filosofico trae insegnamento.
Visse qualcosa come tredici secoli, Velia o Elea; quattro volte fu distrutta, ora dai cataclismi ora dalle alluvioni, e altrettante volte fu ricostruita.

Le fu fatale, nel IX secolo dopo Cristo, un’invasione di pirati barbareschi cui seguì un altro più grave cataclisma. Il suo porto, cui era toccato l’onore di essere descritto da Virgilio, fu colmato dai materiali terrosi trasportati dal fiume Alento che proprio là aveva la sua foce.
Fondatori di Velia furono, nel 535 avanti Cristo, ex abitatori di Focea, località dell’Anatolia (Asia Minore), costretti a fuggire da orde persiane guidate da Arpagone, capitano di Ciro, e trasformatisi in pirati per motivi di sopravvivenza. Questi profughi focesi, dunque, una volta giunti, con la loro nave, in alto mare, giurarono solennemente che a costo, appunto, di vivere di azioni piratesche, mai più sarebbero rientrati in patria. Anzi, per conferire carattere di sacralità al loro impegno, trassero dalla stiva un macigno e lo gettarono fra le onde: soltanto se il macigno fosse riaffiorato, convennero fra di loro, sarebbero potuti tornare a Focea.
Naturalmente la grossa pietra non tornò a galla e dunque il giuramento fu ratificato: addirittura fu sancito che gli spergiuri sarebbero stati puniti con la tortura e con la morte. E la nave andò.

Andò in Francia, dapprima, e là alcuni componenti dell’equipaggio scesero a terra e fondarono Marsiglia.
Altri ripresero il mare e si fermarono in Corsica dove fondarono Alalia; poi decisero di vivere esclusivamente di pirateria e presero a disturbare la navigazione e i commerci che si svolgevano fra cartaginesi ed etruschi. Questi, stanchi dei soprusi, si coalizzarono e li sconfissero in una battaglia navale.
I superstiti si misero di nuovo in mare e ripararono a Reggio Calabria.
Qui, guidati da un cittadino di Poseidon, si recarono in prossimità delle foci dell’Alento, esattamente a Yele, villaggio italico. Yele fu dunque trasformata in Elea o Velia. Questi avvenimenti di svolsero, secondo Erodoto, Strabone e Diogene, all’incirca seicento anni dopo la venuta di Enea in Italia e mentre a Roma regnava Servio Tullio.

Parve, là per là, che la città fondata da un gruppo di ex pirati o di discendenti di pirati dovesse vivere soltanto di piccoli commerci con i “cugini” marsigliesi e di una industria di laterizi.
Di laterizi, certo: tuttora molti forni delle zone vicine sono allestiti con mattoni presi dai ruderi di Velia.
Ma non solo per il materiale di costruzione si segnalò Velia. Infatti a Elea o Velia che dir si voglia fiorì, accanto all’attività dei palazzinari, una delle grandi scuole filosofiche dell’antica Grecia: quella eleatica, appunto, che si contrappose a quella eraclitea. E se la scuola eraclitea proclamava il continuo divenire del mondo e delle cose, quella eleatica sostenne l’eterna staticità.
Pochi anni dopo la fondazione della città, si segnalò, ad Elea o Velia, quel Senofane che può essere considerato il capostipite della scuola eleatica.

Viene descritto, Senofane, come un vecchio che trascorreva lunghe notti seduto su una rocca dominante il mare e con gli occhi rivolti al cielo; sicché, più che per la sua pur eccelsa dottrina filosofica, si conquistò fama in quanto fu il primo ad asserire che la luna dovesse essere certamente abitata. Oggi sappiamo che Senofane sbagliava, ma non pochi fra i suoi contemporanei gli credettero.
Ben presto, comunque, i discepoli superarono il maestro. La scuola eleatica è infatti legata soprattutto al nome di Parmenide, fautore dell’eterna staticità. Oltretutto, Parmenide fu il primo a sostenere che la terra fosse rotonda e che la luna riceve luce dal sole. Da parte sua Zenone, tuttora considerato il padre della dialettica, si fece paladino di una tesi secondo la quale l’unico valore, a questo mondo, è costituito dalla virtù. E fu per mantenersi fedele a questi suoi principi che Zenone, sputata la propria lingua in faccia al tiranno, affrontò senza un lamento l’estremo supplizio: quello di esser pestato vivo in un mortaio.

Robusta anche sotto un aspetto politico, e fino al punto di respingere gli attacchi dei confinanti lucani, Velia ebbe sempre ottimi rapporti con Roma. E, anzi, molti illustri romani vollero costruirsi ville a Velia, la quale era andata assumendo fama anche per le sue acque termali, ritenute in grado di debellare molte malattie. Fu a Velia che vennero a curarsi Paolo Emilio (il console che morirà a Canne combattendo contro Annibale), il grande oratore Marco Tullio Cicerone e il poeta Orazio; e Orazio, nientemeno, guarì, a Velia, di una quasi totale cecità.

Ma quanto era grande questa Velia, patria di filosofi fra i più insigni dell’antichità?
Quanto un fazzoletto, si può dire: due rioni o quartieri, quello meridionale e quello settentrionale, uniti da un promontorio a picco sul mare. Ma disponeva di templi, di palestre, di locali sacri, di due porti, l’uno naturale e l’altro artificiale, di torri e di mura. Nel IX secolo dopo Cristo, per una scorreria piratesca (quasi una nemesi!) Velia non soltanto scomparve materialmente, ma fu cancellata anche dalle mappe.
Alludendo a Elea o a Velia, gli studiosi litigavano fra di loro: chi la indicava nell’attuale Bonifati, chi in Scalea, chi in Pisciotta. Nessuno pensava che quel castello medievale realizzato dai normanni e ampliato dagli angioini, posto sull’alto di un promontorio, nascondesse parte delle vestigia della città.
Il primo a individuare e a visitare Velia dopo secoli di abbandono fu lo studioso Francesco Lenormat che ne parlò in un libro pubblicato nel 1882. Sette anni più tardi, per incarico dell’Istituto archeologico germanico, giunse sul posto l’archeologo Schlevining che rilevò la pianta della città. Ma bisognerà attendere il 1927 perché, per iniziativa di Amedeo Maiuri, abbiano inizi i primi scavi.

Ripresi poi al principio degli anni Cinquanta, i lavori di scavo si può dire che non siano stati mai interrotti.
Oggi si conosce, di Velia, anche quello che non è stato ancora possibile riportare alla superficie. I meravigliosi mosaici, i bassorilievi, le statue, le monete bastano a comunicarci che questo tratto della costa cilentana fu patria non solamente di filosofi ma anche di grandi artisti.

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