Quel pupazzo a molla che indicava i banchi di corallo ai pescatori torresi

– di Antonella Durazzo

Leggende, superstizioni, sacrifici, lunghi viaggi su feluche di dieci metri.
Il primato di Torre del Greco e l’azienda degli Ascione che ha 150 anni di vita. Uno spazio-museo a Napoli dove macchinari, strumenti e immagini raccontano una storia antica di ricchezza e sudore.

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200307-18-2mCos’è il corallo? Sangue della terribile Medusa per Plinio e Ovidio, lacrime di Allah per gli arabi, rappresentazione del sangue di Cristo in età medievale. Amuleto potente in Oriente, nel Mediterraneo, nell’Africa continentale, così come nell’Est europeo. È mutazione, interregno tra vita e non vita, nella simbologia alchemica che carica i ramoscelli pietrificati, eppure vivi e del colore della vita, di profonde valenze. “È carbonato di calcio secreto da un minuscolo polipo della famiglia dei celenterati entozoi che così costruisce il proprio scheletro”, affermano i biologi, poco avvezzi alla poesia del mito.
A Torre del Greco il corallo è qualcos’altro. È ricchezza e sudore. Era fuga dalla miseria per le famiglie dei corallari. È storia, ma è anche leggenda, è la sapienza artigiana che s’è mescolata con l’antica vocazione marinara, impregnando indissolubilmente l’anima della cittadina vesuviana delle tonalità rossorosa.
Le leggende sui pescatori corallari si sprecano. Figure eroiche o solo disperati in cerca del pane della sopravvivenza? S’imbarcavano già nel ‘600 su piccolissimi legni, restando per mesi a bordo di feluche lunghe al massimo 10 metri col sogno di una pesca magica, la scoperta di un banco corallino eccezionale, proprio come quello che nel 1875. Fu trovato al largo di Sciacca, era alto 16 metri. Ne estrassero quintali e quintali di corallo di colore e qualità differenti. Troppo, fino ad inflazionare il mercato e far crollare i prezzi. Quel tesoro improvviso, quel ben di Dio, sembrò dono del demonio e impoverì ancor di più i torresi, ignari delle leggi del mercato.
Folli e fatalisti i corallari, alla ricerca di protezione divina e vittime d’incrollabili superstizioni. Quella del capitano della famiglia Mazza che, ai primi del ‘900, affidava la pesca alle decisioni di un pupazzo a molla. Dopo aver caricato il giocattolo, il luogo per calare l'”ingegno” (così si chiamava l’apposita rete) doveva corrispondere al punto dove era caduto lo sguardo del fantoccio a molla.
Il lavoro che segue alla pesca non è meno duro, dalla sgrossatura dei rami di corallo alla realizzazione del gioiello, passaggi delicati e pazienti. Pochi gli incisori di fino assimilabili a veri e propri artisti; una schiera innumerevole, invece, gli artigiani-operai, gli addetti alla pulitura o al tornio, quindi le infilatrici, dedite a un lavoro delicato che le tecnologie hanno alleggerito solo in tempi recenti. A Torre del Greco la tradizione manifatturiera ha una data d’inizio, il 1805, quando un francese di Marsiglia, Paolo Bartolomeo Martin, chiese a Ferdinando di Borbone di poter ottenere una privativa per dieci anni sulla lavorazione del corallo. In cambio s’impegnava ad istruire il personale nella nobile arte del trarre gioielli e preziosità da quei banali rametti marini. Il nome degli Ascione è legato alla più antica manifattura di Torre del Greco, rinomata già da subito, ovvero sin dal 1855, la data di fondazione dell’azienda. Il prestigio fu acquisizione immediata e la lavorazione artistica del corallo, del cammeo, delle pietre dure, portarono la “Giovanni Ascione e figlio” a diventare fornitrice dei Savoia, autorizzati a fregiare le produzioni con lo stemma reale.
La qualità e l’arte sono una scelta di vita per gli Ascione, qualcosa di tenacemente scritto nell’anima. Visitando lo showroom alla Galleria Umberto di Napoli, gli Ascione lasciano che siano gli oggetti a narrare, attraverso il linguaggio inconfutabile della bellezza, un viaggio cominciato 150 anni fa. Lo spazio si visita come un museo. È diviso in una sezione didattica ed una artistica. Disposti da Caterina, l’appassionata storica di famiglia, documenti, strumenti, macchinari e immagini raccontano frammenti di storia sociale, industriale, antropologica, mentre le collezioni di gioielli dal 1805 al 1950 illustrano l’arte della lavorazione del corallo e del cammeo.
“Conchiglie finemente lavorate, figurine perfette di donne con volti e sorrisi di sole. Abbiamo osservato come la fantasia guidi la mente di chi, con attrezzi piccolissimi, modella la pietra per darle il fascino della sua conservazione nel tempo, per adornarne il corpo e deliziare lo spirito!” Così ha scritto un non vedente dopo aver visitato col tatto i “pezzi” in esposizione.

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