Quella Lettera 22 che risuonò in una piccola casa a Marina Grande

– di Roberto Gianani

Il soggiorno di Montanelli a Capri.
Il pappagallo Arturo e il bastardo Caffè.
Le chiacchierate con Edwin Cerio e Vittorio Foschini.
Un telefono maledettamente scassato.
L’invasione di Michelina.
La curiosità delusa di Benedetto Croce, scettico su Polibio.

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200307-16-3mFucecchio era l’ “isola” di Indro Montanelli che al mare preferiva la montagna, lo scintillìo degli ulivi della sua Toscana, lo scorrere dell’Arno e sassi umidi per tuffi da “ragazzaccio” e agili bracciate. Fucecchio paesino medievale, facciate di pietra che raccontano storia e silenzi, tetti di tegole antiche, profumo di crostini bagnati d’olio vero. Qui in ogni luogo, in ogni casa, nella Fondazione a lui intitolata, nei ricordi della gente, nell’onda dei cipressi, nelle curve del fiume, Fucecchio parla del grande giornalista che nuotava controcorrente, del “padre perduto”.
Il cimitero, dov’è sepolto insieme alla madre Maddalena, è poco distante dall’Arno. Tra la “cucina” del Corriere della Sera e il ponte di comando de “Il Giornale”. E di notte, tra i cipressi, il vento porta la musica de “La Voce”, la melodia dell’ultima sfida. E’ il cimitero di un capitano scontroso, magro come uno stelo di rosa, alto come un albero maestro. Anticonformista fino all’ultimo, ha raccontato la vita in maniera asciutta con pochi fronzoli e parole di pietra. Lampadine nel buio di molti tramonti italiani.
Elegante per nascita e predisposizione naturale, vestiva con nonchalance e le cose non le mandava a dire. Odiava Curzio Malaparte che lo ricambiava dello stesso sentimento e, di certo, non è stato amico di Pietro Ottone. Scomodo per molti, dispettoso come una suocera, affascianante come un dolcevita latte e caffè sotto una giacca di tweed. Puntiglioso come un’ape regina, trascinatore di ogni categoria sociale, bastian contrario di frasi taglienti e sberleffi, era un giornalista senza peli sulla lingua con un popolo sterminato di lettori. Un solista virtuoso, uno spirito libero, com’è confermato dalla sua famosa frase: “Il lettore è il mio padrone”.
Toscano di lingua veloce, milanese di via Solferino, romano di piazza Navona, cittadino di ogni albergo ed ogni stazione, non credeva alla scaramanzia, ma per sessant’anni ha portato al collo la medaglietta di latta di un soldatino austriaco, di nome Hans, che lo aveva aiutato ad uscire dalla prigione di Gallarate. Quella medaglietta, che aveva scambiato con la propria d’oro, è stata il suo portafortuna fino all’ultimo respiro.
Le guance scarnite come nidi d’uccello, le gambe un po’ sghembe per proiettili assassini, aveva occhi di mare, sangue di sciatore e lunghe mani aristocratiche. Piaceva alle donne e “apparteneva ad una generazione che del sesso non faceva un problema”. Un amore giovanile per Nanda Primavera, una ballerina con la quale fuggì e che gli insegnò i capricci della danza. Poi molte donne; l’amicizia amorosa con una regina, Maria José di Savoia e due matrimoni di poche pagine. Infine, l’amore autunnale e duraturo con Marisa Rivalta che lo aveva aspettato per anni, la donna che aveva scelto l’uomo della Lettera 22, compagna di tutti i viaggi come le stilografiche per Luigi Barbini jr. e Orio Vergani. Femmine che escludevano qualunque moglie e regalavano notti di cicche e di scrittura.
“La mia malattia è scrivere”, aveva confessato a Igor Man. Un mestiere vissuto a spasso per il mondo che Montanelli sintetizzò dicendo: “Sono reduce da tutto”, volendo dire che dove era passata la storia lui c’era.
E nell’agosto del 1952 a Capri Montanelli c’era. Era arrivato a bordo di un vaporetto della Span che sbuffava tanto fumo che gli isolani lo chiamavano “o ciuccio ‘e fuoco”. Ha soggiornato sull’isola come inviato del “Corriere” per due settimane. All’inizio un approccio non facile che gli fece scrivere: “Capri, tutti lo sanno, non è l’isola della puntualità. Si può dire che tre cose sole rispettino l’orario con milanese precisione: l’alba, il tramonto e la funicolare che fa la spola tra il paese e la Marina Grande”.
Poi, la malìa delle Sirene fece breccia nel cuore del giornalista che all’isola perdonò tutto o quasi tranne “quel telefono scassato, paralitico, intermittente” che spesso lo lasciava lontano dal mon-do. Ma Monta-nelli compensò i lunghi silenzi di una cornetta balbettante con le chiacchierate con Edwin Cerio e Vittorio Foschini.
Della piazzetta, già allora mondana, ha scritto poco. Preferiva il mare di Marina Grande “dove prendeva il bagno” e racconti che non sapessero di cipria e lenzuola sgualcite. Come la storia di Arturo, il pappagallo-radiocronista che era amico di Norman Douglas e Axel Munthe, amava i single, aiutava il padrone Totonno La Rosa nella sua osteria di vini e cucina e finiva tutti i suoi discorsi con la frase “povero pappagallo”. Arturo, detto Caruso, riceveva lettere da ammiratrici e ammiratori di tutto il mondo che gli annunziavano la loro intenzione di comprarlo. Una zitella di Brooklyn arrivò ad offrire un milione. Ma Totonno La Rosa rifiutò sdegnosamente: “povero pappagallo”.
Montanelli a Capri non racconta solo di pappagalli, parla anche di Caffè, un cucciolo bastardo e playboy che seduce, su una spiaggia assolata, una nobile spaniel scandinava. “Uno slittamento sociale di conseguenze incalcolabili”. La proprietaria della bestiola è, infatti, una signora molto snob, ma non al punto da non avere per amante un barcaiolo isolano nero, muscoloso e malandrino.
Montanelli scelse di raccontare la Capri delle cose semplici. La sua abitudine di restare tutto il giorno sul mare, la piccola casa di Marina Grande “apta mihi sed parva” e la storia di una donna di servizio: Michelina. Incinta, ancora nubile, ancora ragazzina che, all’inizio, se la cavò da sola e alla fine installò nella casa del giornalista tutta la propria famiglia: la madre, le sorelle, il padre, i fratelli. Un’invasione che il giornalista accettò con tenerezza forse perché, sotto una pergola, la dinastia di Michelina gli preparava “spaghetti, melanzane alla parmigiana, mozzarella, frutta e caffè in proporzioni piuttosto robuste ma molto saporose”.
Poi, la sera al fresco, sotto quella stessa pergola, i tasti della Lettera 22 riprendevano a suonare. Una lunga processione di parole accese come luci di lampare nella notte. Parole libere e spalancate come finestre sulla vita e sul mare. Reportages che avevano incuriosito Benedetto Croce il quale lo invitò a Napoli “perché aveva qualcosa di molto importante da chiedergli”.
Tornando da Capri, Montanelli si precipitò dal professore “anche perché era curiosissiomo di sapere quali cose potesse insegnare lui a Benedetto Croce”.
Don Benedetto “voleva qualche schiarimento su certe cose che io avevo scritto di Capri, soprattutto voleva sapere da quali documenti le avevo desunte. E fu molto deluso quando gli dissi che documenti non ne avevo consultati; mi ero fidato solo di ciò che mi aveva detto Edwin Cerio che di Capri è il Polibio”.
“Si, si – commentò don Benedetto scotendo la testa – ma lei crede veramente che Polibio non abbia anche lui, qualche volta, detto bugie?”.

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