Quella terrazza sul mare

– di Vittorio Paliotti

Ravello tra storia e leggende: dalla straordinaria capacità di San Pantaleone alla ribellione contro Amalfi che dette origine al nome della città abitata da nobili fra chiese monumentali, ville fiabesche e splendidi giardini.

Le descrizioni di Gregorovius, Boccaccio, Gide e Piovene. Il soggiorno di Wagner all’Hotel Palumbo e, a Villa Rufolo, l’ispirazione per il giardino di Klingsor del “Parsifal”.
La gioia di vivere ritrovata di lord Bercket a Villa Cimbrone.

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200805-13-3mLa leggenda, più che incutere paura, metteva curiosità. La raccontavano (e forse la raccontano ancora) le madri napoletane ai loro figlioletti irrequieti, discoli o capricciosi. “Bada, che se non fai il bravo, stanotte viene a prenderti San Pantaleone”. E chi è San Pantaleone? “E’ un santo che ha la proprietà di allungarsi a dismisura, e perciò non ha bisogno di salire le scale per prelevare i bambini cattivi. Che tu abiti al terzo piano, o al quarto, o al quinto, lui non è mai in difficoltà e anzi ci prova gusto, perché compie il miracolo di crescere, crescere, crescere nel corpo fino al terzo o al quarto o al quinto piano, e non deve fare altro che stendere le braccia, attraverso la finestra, e rapirti mentre sei nel letto”. E i bambini di New York, quelli che abitano nei grattacieli? “Nemmeno quelli possono star sicuri: lui, San Pantaleone, può allungarsi pure fino al ventesimo o al trentesimo piano”.

Mia madre quando, diventato adulto, la interrogai, mi disse di averla appresa da sua madre, la leggenda di San Pantaleone. Ma è una leggenda, ora lo so, basata sul nulla, inventata da persone fantasiose e in vena di spaventare i bambini. Ogni leggenda è sempre, all’origine, la deformazione ingenua di un sia pur vago episodio storico, ma qui non c’è niente:
San Pantaleone fu martirizzato a Nicomedia, nel 305, e la sua vita, come quella di tutti i martiri cristiani, è avvolta nel buio. Ha tuttavia il dovere di credere, chiunque professi la religione cattolica, che San Pantaleone, dopo morto, salì al cielo, fra gli altri martiri, gli altri beati e gli altri santi.
E dove sta Ravello? Cito André Gide: “Ravello è più vicina al cielo di quanto non sia lontana dalla riva del mare”. San Pantaleone è il patrono di Ravello. Nel duomo di Ravello si conserva un’ampolla col sangue di San Pantaleone. Dal XII secolo, questo sangue, esattamente dal 1557, compie ogni anno il 27 luglio il miracolo di liquefarsi, di sciogliersi, di passare dallo stato solido a quello liquido nè più e nè meno che come quello di San Gennaro. Sono tentato di completare la leggenda che mi raccontava mia madre: San Pantaleone, passeggiando sulla costiera amalfitana, allungò il suo corpo fino all’altezza di 350 metri, fin su a Ravello, insomma, dove c’era un bambino che faceva i capricci, ma rimase incantato dalla bellezza del panorama e non solo lasciò in pace il monello, ma dispose che un giorno, là, il suo sangue avrebbe compiuto prodigi, con o senza il permesso di San Gennaro.

Racchiude, il duomo di Ravello, non solo il sangue semprevivo di San Pantaleone, ma anche le reliquie di un’altra decina di santi; e quel che più conta, racchiude e sintetizza anche la massima parte della storia di questa cittadina, autentica terrazza sul mare. Una storia, bisogna dir subito, che è essenzialmente fatta di fede e di religiosità. Fu qui, in questo duomo, costruito nel 1086 dal primo vescovo Orso Papice, abbellito nel 1179 con splendide porte bronzee da Barisano di Trani, fu in questo duomo ricco di cento e cento opere d’arte, che si svolse la maggior parte degli eventi civili e anche politici di cui ancora permane memoria a Ravello. E altri ancora, di questi eventi, si consumarono nelle molte altre stupende chiese che assomigliano a quelle siciliane per il gusto moresco e che sono in numero di dieci a dir poco (Santa Maria a Gradillo, San Giovanni del Toro, Sant’Agostino, San Lacco, San Trifone, San Martino, San Francesco…), ma che in origine superavano il centinaio, così come soltanto duemila sono oggi gli abitanti di Ravello, ma che erano trentacinquemila nel Medio Evo: trentacinquemila e tutti nobili, tutti con fiotti di sangue blu nelle vene, blu come il loro cielo, blu come il loro mare, e perciò sempre pronti a battersi, noblesse oblige, per questioni di onore e di giustizia.
E’ strettamente connessa, per la verità, la storia di Ravello con quella di Amalfi della cui repubblica marinara essa formò a lungo, insieme con Scala (vicina località) uno dei centri più importanti. Ma non è tutto: Ravello e Amalfi sono fra di loro più volte imparentate, in linea diretta e in linea collaterale. E non c’è da stupirsi se vi fu baruffa in famiglia.

Ma prendiamo la storia dal suo capo.
E’ l’anno 337, muore Costantino il Grande e alcuni patrizi romani decidono di andare a stabilirsi a Costantinopoli e perciò si imbarcano, da un imprecisato porto della costa laziale, su una nave; e vi sono, fra questi romani avventurosi, anche certi Rufolo, discendenti, forse, da quel Publio Rutilio Rufolo che, dopo esser stato tribuno della plebe, era assurto al rango di console nel 105 avanti Cristo. In breve: la nave con i nobili romani incoccia una bufera e va a naufragare in una qualche località dell’Italia meridionale. Costretti a desistere dal loro proposito di trasferirsi a Costantinopoli, i superstiti si mettono alla ricerca di una zona, possibilmente in altura e quindi facilmente difendibile dalle scorrerie dei pirati, dove fondare una nuova città. E’ quella località che noi oggi chiamiamo Scala ad essere prescelta dai naufraghi, e qui infatti essi si insediano e qui costruiscono le loro case: siamo nell’anno 340 dopo Cristo. Trascorre altro tempo e questi ex profughi, sempre affamati di terre da coltivare, fondano a mano a mano, là accanto, altri villaggi, e uno di questi villaggi sarà appunto Amalfi.

E s’ingrandisce, Amalfi, e supera di consistenza la stessa Scala, e già nell’VIII secolo fa parlare di sè per la foga con cui sa resistere all’assedio dei beneventani, e infine si costituisce in repubblica, ed elegge il suo doge e sviluppa quei traffici mercantili che la renderanno celebre nel mondo.
Ecco però che incominciano, nell’ambito della Repubblica Amalfitana, a divampare lotte intestine, e coloro che più si oppongono alla politica del doge sono proprio i discendenti più illustri di quei romani che secoli prima, là, su quella costa, avevano formato il primo insediamento. Insofferenti dell’autorità del doge e convinti di essere essi i veri rappresentanti della romanità, questi uomini e queste donne decidono di abbandonare Amalfi, di fondare una nuova città e di eleggersi un loro doge, del tutto indipendente da quello, appunto, di Amalfi. Una montagna incantata la trovarono là a due passi, era il monte Torello, e qui i transfughi da Amalfi risolsero di fermarsi, di costruire la loro nuova città e di perpetuare la loro stirpe.
Per prima cosa, naturalmente, si scelsero un doge, che era poi una specie di antidoge nei confronti di quello di Amalfi; e andò a finire che gli amalfitani di Amalfi appellarono col termine di “rebello” (ribelle) il capo degli amalfitani di Torello. Ancora qualche anno, e la parola “rebello” si corruppe in “ravello”, e Ravello finì per essere denominata quella che era, in origine, la zona del monte Torello. Poi fu fatta la pace e Ravello diventò, insieme con Scala, una delle due città più importanti della Repubblica Amalfitana. E poche storie: i nobili sono nobili, o almeno lo erano. Non fu infatti lo splendore della natura deturpato dalle nuove costruzioni, ma anzi illeggiadrito.

Antichi palazzi gentilizi, palazzo La Marra, palazzo Camera D’Afflitto (quest’ultimo ora trasformato in albergo, l’Hotel Caruso Belvedere); chiese monumentali, ville fiabesche, soprattutto le ville, stanno a testimoniare che nessuna violenza, e sarebbe stato tanto più comodo, fu arrecata alla natura. Annotò Guido Piovene nel suo celebre “Viaggio in Italia”: “I due giardini di Ravello, villa Rufolo e Cimbrone, sono i giardini più straordinari del mondo”. Sta là, in quei due giardini, ma specie in villa Rufolo, la quintessenza della geografia di Ravello, fra quel verde e quell’azzurro, fra i marmi e gli ori e i chioschi e le cripte, e le fontane e i pozzi, e fra il panorama di fuori e quello di dentro, e nelle pitture preziose e nelle musiche che par di udire anche quando non vengono eseguite.
Fu fatta costruire, la più notevole di queste due ville, da Nicola Rufolo (discendente, sembra, di uno dei fondatori di Ravello), ai tempi di Carlo I d’Angiò, e cioè fra il 1266 e il 1289. Incantò, meno di un secolo dopo, Giovanni Boccaccio che, infatti, volle ambientarvi una novella del suo “Decamerone”: “Sopra una piccola montagnetta…di vari albuscelli e piante tutte di verde ripiena, piacevole da riguardare. In sul colmo della quale era un palagio con bello e gran cortile nel mezzo, e con logge e con sale e con camere, tutte, ciascuna, verso di sè bellissima, e di lieta dipintura ragguardevole e ornata: con praticelli d’attorno e con giardini meravigliosi, e con pozzi d’acqua freschissima”.

Dai Rufolo, estintasi questa famiglia, la villa passò ai Gonfalone, ai Muscettola e, nell’Ottocento, ai D’Afflitto e poi allo svizzero Francio Neville Reid che, nel 1851, la fece restaurare da quel Michele Ruggiero che dirigeva gli scavi di Pompei. Venduta successivamente ai Licata, la villa appartiene ora all’Ente per il turismo di Salerno che, annualmente, vi organizza fastosi concerti wagneriani.
Villa Rufolo è infatti per vecchia tradizione consacrata a Richard Wagner, e a Ravello c’è addirittura chi sostiene, in perfetta buonafede naturalmente, che proprio là venne composto il “Parsifal”. La verità, questo va quasi da sè, è notevolmente diversa: tutti sappiamo che Wagner incominciò a lavorare concretamente intorno al “Parsifal” (una musica che già da tempo aveva in mente) fin dal 1877, e cioè almeno due anni prima del suo viaggio a Napoli. Di storicamente accertato c’è che Wagner, nel 1879, mentre si trovava a Napoli, lavorava appunto al suo “Parsifal” e che nella primavera del 1880 si spinse sulla costiera amalfitana in compagnia del pittore Jonkousky, cui aveva conferito l’incarico di approntare le scene per l’opera che aveva in gestazione.
Richard Wagner andò a soggiornare all’albergo Palumbo e, una di quelle mattine, volle addentrarsi in villa Rufolo. Sul registro dei visitatori, Wagner scrisse: “Il giardino incantato di Klingstor è trovato” e, accanto alla firma, appose anche la data: 26 maggio 1880.

Quando, nel luglio 1882, a Bayreuth venne finalmente rappresentato “Parsifal”, l’eco del successo ottenuto dall’opera arrivò fino a Ravello così come vi arrivò il nome del giardino di Klingsor. Qualcuno andò a sfogliare il registro degli ospiti illustri di villa Rufolo, rinvenne la romantica frase scritta di suo pugno da Wagner e sparse la voce che proprio là, a villa Rufolo, il maestro aveva composto quelle musiche. Nessuno si accorse, là per là, di quanto la realtà fosse più bella della fantasia: non si era semplicemente “ispirato” a villa Rufolo, Wagner, ma addirittura là dentro gli era parso di vedere le apparizioni maliziose delle “fanciulle-fiori” che si specchiavano dall’alto nel mare della costiera. E, semmai, all’architettura di villa Rufolo si ispireranno, in seguito, i vari scenografi del “Parsifal”.

Totalmente diverse ma non meno interessanti le vicende di villa Cimbrone che, pur appartenendo a un privato, può comunque essere visitata. Antichissima anch’essa, villa Cimbrone passò dalla famiglia Acconciagioco alla famiglia Fusco, alla famiglia Amici e infine a uno svizzero, ma la sua fortuna ebbe inizio nel 1904, quando a Ravello arrivò, solo soletto, un lord inglese, certo Ernest William Bercket.
La belle epoque non era ancora finita, e come in Italia i poveri e gli artisti si ammalavano di tubercolosi, così i ricchi in Inghilterra venivano colpiti da “sleen”, un morbo inesistente ma che doveva avere molta affinità con ciò che noi oggi chiamiamo angoscia, o ansia o depressione o chessoio. Ammalato immaginario, dunque, milord decise, un bel giorno, di inseguire in paesi lontani quella salute che riteneva di aver perduto. Compì tre volte il giro del mondo, e passò dall’India alla Russia all’Oriente all’Australia. Macchè, sempre più inguaiato, sempre più triste, sempre più annoiato. L’emozione della caccia alla tigre nel Borneo? La visita alle tribù pellerossa del Far West? I sorrisi e le carezze delle gheisce?

Niente di niente. Ma poi Ravello.
Milord è stato spinto a Ravello, pare, dalla lettura di un testo di Ferdinand Gregorovius: ” Cime di monti alte fino a toccare le nuvole si ergono scoscese, nella luminosità del sole che fa apparire il mare ai nostri piedi sempre più azzurro, il colore bruno dei monti forma un magnifico contrasto col cielo e col mare…” Vuole vedere anche lui, Ernest William Bercket, queste nuvole, queste cime di monti, questo mare e questo sole. E il miracolo avviene. E’ tornato il sorriso, è tornata la gioia di vivere, è tornata la speranza. “Io da qui non mi muovo più” annuncia milord alla gente di Ravello, e dà incarico a un giovanotto del posto, suo provvisorio cameriere e aspirante sarto, di trovargli qualche vecchia casa affinché lui possa acquistarla e trascorrervi il resto della vita.

Si fa in quattro nel chiedere e nell’ispezionare, questo giovanotto, per la cronaca Nicola Mansi, e viene a sapere che villa Cimbrone è in vendita:
“Milord, è un affare, la compri”. L’inglese corre, e va a vedere, e rimane incantato da villa Cimbrone quasi come Wagner era rimasto folgorato da villa Rufolo. Ma, panorama a parte, villa Cimbrone non è villa Rufolo. “La compro, ma a patto che tu me la renda bella come villa Rufolo; io se m’impegno in discussioni con operai e arredatori vengo di nuovo acchiappato dall’esaurimento. Pensa tu a tutto”, dice milord.
“Chiedo venia, ma io studio per diventare sartore, non architetto”, è la risposta che si attribuisce a Nicola Mansi. E la replica attribuita a Bercket:
“Da questo momento in poi studierai architettura”.

Leggenda anche questa? Risulta, comunque, che Nicola Mansi, pur sotto la guida di esperti, approfondì l’arte di innalzare muri e di decorarli e che si mostrò provetto nello scegliere quadri, bronzi ed altre visibilia. Risulta, d’accordo, non agli storici del costume bensì agli aedi delle bellezze di Ravello, ma certo è che villa Cimbrone sta là, e ha molto poco da invidiare a villa Rufolo. Difficile scrivere in prima persona di Ravello: il mare blu, il cielo azzurro, i giardini verdi, le balze violette ti fanno correre il rischio di diventare il pedissequo emulo di un autore di canzonette. Io vi andai, per la prima volta, a Ravello, quando avevo vent’anni, portatovi da un pullman d’affitto che, lungo la costiera tortuosa, si era dovuto fermare dieci volte affinché si tergesse, almeno il sudore, chi era stato colto da crampi. Ma lassù tutti, ragazzi e ragazze, sentimmo la musica del silenzio. Allora, a vent’anni, io non avevo paura di certe parole, specie quando non dovevo scriverle. Non avevo più paura, ormai, nemmeno di San Pantaleone.

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