Quell’alba sul mare e la colomba che guidò i fondatori di Cuma

– di Stefano Scamardella

Le navi calcidesi provenivano da Eubea, l’isola greca nell’Egeo, e conclusero il viaggio verso l’ignoto davanti alla collina flegrea. L’aspetto antico del litorale cumano.
Lo sviluppo della prima città greca in Italia che consolidò la sua presenza nel golfo
di Napoli con punti di appoggio e insediamenti.
La decadenza e la fuga per creare Neapolis.

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200604-13-3mQuesto articolo è tratto dal volume “Campi Flegrei” pubblicato dalle Edizioni il Punto di Partenza di Bacoli.

In un’alba di tanti secoli fa, traboccante di profumi e squillante di colori, suscitati dal primo chiarore di un sole che si sarebbe levato non molto tempo dopo a dominare l’orizzonte, un gruppo di vele viene avanti, sospinte da un leggerissimo vento, in tranquilla processione.
Quand’ecco nell’immensità altissima del cielo uno splendore abbagliante, un barbaglio di argento. Voci soffuse, poi grida e urla scomposte. Le vedette delle navi sono sorprese da tanto spettacolo. Per un attimo ammutoliscono. Poi di nave in nave si ode un grido: “Prodigio, prodigio nei cieli”. E sulle tolde il baccano è irrefrenabile. Si destano gli equipaggi del turno di riposo. Tutti sono in coperta. Cento e cento occhi scrutano l’orizzonte. Poi si fa silenzio ed è silenzio così profondo che si percepisce lo svolazzo di due ali che morbidamente si avvicinano. Tutti si guardano negli occhi, sbigottiti, trattenendo il fiato, di fronte al manifestarsi della volontà di un dio.
Una colomba dalle ali scintillanti è discesa quasi a sfiorare le vele quadrate della nave ammiraglia. Poi assume la guida della spedizione, mentre un profumo di primavera precoce si diffonde nell’aria e una melodia di cembali e di bronzi si leva dal fondo del mare.
Gli indovini delle navi non hanno bisogno di consultarsi per interpretare il volere di Zeus e di Febo. I Signori dell’Olimpo stavano indicando la rotta verso la fascinosa avventura dell’ignoto. A questi uomini, che provenivano dall’euboica Calcide e dall’eolica Kumé, l’apparizione di una collina sulle rive del mare, che sembrava sbocciare come un altare verde da un bosco di cristallo, dovette apparire un miracolo, il manifestarsi di una volontà superiore. Quella piramide tronca, che si rivelava solenne di aspetto e morbida di linee, ricordò loro l’Acropoli di Atene. In quel momento decisero di collocarvi pure essi l’acropoli della nuova città che avrebbero fondato.
Discesero dalle navi, s’inginocchiarono e baciarono quella terra per ringraziare, insieme a quelle dell’Olimpo, le divinità indigene per propiziarsele. Giurarono che avrebbero fatto di quel luogo una città forte e giusta, pia e portatrice di civiltà.
Così nacque Cuma, città calcidese, come dire che da questo momento dire calcidese in Italia è come dire cumano, benché sia tutto da scoprire il ruolo unificante di Cuma verso le altre comunità della Magna Grecia e verso i popoli indigeni, data l’estrema scarsità di fonti.
Cuma greca ebbe più o meno tre secoli di vita, da quando fu fondata dai calcidesi nel 730 a.C. circa alla presa dei sanniti nel 421 a.C. Al momento dell’arrivo dei greci, l’aspetto del litorale cumano era assai diverso da quello attuale. La collina dell’acropoli, infatti, oggi arretrata rispetto alla linea di costa, doveva allora formare un largo promontorio lambito da ogni parte dal mare. Era stata frequentata nell’età del ferro e probabilmente fin dal periodo del bronzo finale, undicesimo e decimo secolo avanti Cristo.
Le prime ricerche nel territorio ebbero luogo nel corso del Seicento in seguito alla ripresa delle coltivazioni nella zona, da tempo malarica. Da allora furono raccolte iscrizioni e statue.
I primi scavi regolari furono condotti dal 1853 al 1857 dal conte di Siracusa, fratello di Ferdinando II. Dopo l’unità d’Italia continuò il sistema di scavi affidati a privati con la concessione data all’inglese Stevens che portò alla luce una parte della necropoli, peraltro a lungo saccheggiata da clandestini. L’esplorazione dell’acropoli fu oggetto di ricerche parziali iniziate prima della guerra ’15-’18 e continuata successivamente da Gabrici, Spinazzola e Maiuri. Dopo l’ultima guerra, gli scavi si sono concentrati nella città bassa dove sono stati esplorati alcuni edifici della città ellenistica e romana.
Nel corso del VI secolo a.C., alcuni avvenimenti modificarono profondamente la fisionomia del medio Tirreno. All’inizio del secolo, i sibariti avevano fondato Poseidonia (la romana Paestum). Nel basso Tirreno erano nate le sottocolonie volute dalle colonie sullo Ionio. Verso la metà del secolo, un gruppo di focei, che aveva dovuto lasciare la patria (Focea, in Asia minore), si recò in Corsica, ad Alalia, oggi Aleria, dove vent’anni prima alcuni compatrioti avevano fondato una città. L’attiva presenza dei focei nel Tirreno provocò una violenta reazione degli etruschi e dei cartaginesi che li accusarono di atti di pirateria. Vi fu un’aspra battaglia navale nelle acque di Alalia e solo venti delle sessanta navi focee scamparono alla distruzione.
Cuma cercò presto di consolidare la sua presenza nel golfo di Napoli con punti di appoggio lungo la costa. Così nacquero un porto a Miseno, un insediamento nella zona in cui sorgerà più tardi Puteoli, un altro sulla punta di Pizzofalcone e sull’isolotto di Megaride (dove è attualmente Castel dell’Ovo) e uno a Capri.
Il declino di Partenope, dopo la metà del VI secolo a.C., coincise con una recrudescenza della pressione etrusca nel Tirreno centrale. Nel 524 a.C., gli etruschi passarono all’offensiva assalendo la stessa Cuma. Vi fu uno scontro nei terreni paludosi che circondavano la città. Gli etruschi furono battuti e Cuma si sentì abbastanza forte per mandare, nel 505, un contingente ad Aricia in aiuto della coalizione latina in lotta con gli etruschi.
In quel periodo, si impose la figura di un curioso personaggio, Aristodemo, che svolse un ruolo determinante per più di un quarto di secolo. La sua ascesa cominciò con la vittoria sugli etruschi. Al ritorno dalla guerra del 505, divenuto tiranno, prese misure filodemocratiche. Ci fu un’espansione territoriale e agricola con opere di canalizzazione e di drenaggio delle zone paludose, particolarmente a nord di Cuma. Poco dopo l’inizio del V secolo, il tiranno fu deposto e ucciso con tutta la sua famiglia.
Nel tempo, la vitalità di Cuma si ridusse. Per difendersi dalla presenza minacciosa degli etruschi, la vecchia città dovette rivolgersi a Siracusa che era ormai la grande metropoli dell’Occidente greco. Siracusa controllava il golfo di Napoli dopo la guerra vinta nelle acque di Cuma (474).
Dopo avere insediato un presidio a Pithecussai (Ischia), Cuma prese l’iniziativa della fondazione di Neapolis, la “città nuova”, affiancata all’antica Partenope. L’influenza di Siracusa è evidente sia nella pianta che nei culti e nella monetazione della Neapolis campana. Gli oschi si impadronirono di Cuma nel 421 a.C. e fecero subire a Neapolis un pesante dominio politico, da qui l’inevitabile scontro con Roma. Con quest’ultima si schierò Cuma che ricevette la cittadinanza romana senza diritto di voto. Dopo una lunga resistenza a Napoli del partito filosannitico, la zona napoletana-flegrea, dall’inizio del III secolo a.C., si trovò, come tutto il resto della Campania, nelle mani dei romani.
Cuma, dopo la conquista sannitica, non ebbe più l’importanza che aveva avuto durante il periodo greco. La città decadde, ma ebbe momenti di indiscutibile ripresa.
Paradossalmente, la Cuma sannitica e quella romana è meglio conosciuta, dal punto di vista archeologico, della Cuma greca. Dall’epoca sannitica sino alla tarda età imperiale, lo sviluppo urbano si estese verso la zona bassa dove sorsero nuove case e strade. Ma, mentre nell’epoca greca, Cuma fu l’elemento dinamico e decisionale dell’insieme della vita del golfo partenopeo, successivamente le “novità”, in particolare nel campo dell’architettura e dell’urbanistica, appaiono come un riflesso o una conseguenza di misure territoriali prese in rapporto con il resto dell’area flegrea.
Ai primi anni dell’età imperiale, la Crypta Romana mise in comunicazione la città bassa con il porto in prosecuzione della Grotta di Cocceio che univa la zona del Portus Iulius a Cuma. L’opera fece parte del grande progetto di potenziamento strategico dei porti flegrei affidati da Agrippa all’architetto Cocceio. Il foro di Cuma si trovò così inserito in un sistema di comunicazioni che andava oltre l’ambito urbano, mentre l’acropoli ne era praticamente tagliata fuori. Nei primi secoli dell’impero, la città bassa subì notevole trasformazioni con la monumentalizzazione del foro e lo sviluppo indotto dalla costruzione della via Domitiana.
Solo in tarda età imperiale, quando si riproposero di nuovo problemi di sicurezza, l’acropoli ritrovò la sua funzione difensiva. Tutta la zona bassa fu progressivamente abbandonata. Nell’alto medioevo, c’erano ancora alcune abitazioni rurali isolate, mentre sull’acropoli sembra vi fosse un borgo fortificato con case modeste e le chiese risultate dalla trasformazione dei vecchi templi.
E’ da sempre un problema discusso se, durante il periodo della presenza dei greci nell’Italia meridionale, la Campania facesse parte o meno della Magna Grecia. Ad ogni modo, gli studiosi hanno riconosciuto in Cuma la polis, cioè la città greca, più antica d’Italia.

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