Quell’angelo biondo della Colombaia che divenne demonio

– di Nino Masiello

Luchino Visconti chiudeva a tutti la villa di Forio d’Ischia quando ospitava il tenebroso Helmut Berger, l’amatissimo austriaco che inventò attore. Il tradimento del protetto prima della morte del grande regista.

Le ceneri di Visconti sonocollocate sotto la “sua” roccia dove arriva l’eco del mare nel profumo delle erbe selvatiche.
La dura ma vittoriosa battaglia di Franco Iacono per sottrarre la villa e il parco alla speculazione edilizia e affidarla al Comune di Forio. I preparativi della Fondazione per il centesimo anniversario della nascita di Luchino Visconti e per il trentesimo anno dalla sua morte.

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200503-18-3mPochi intimi conoscevano la volontà di Luchino Visconti. Qualche mese prima di essere colpito da un ictus che per un lungo periodo interruppe la sua magìa creativa, aveva detto alla sorella Uberta, presente la sua storica sceneggiatrice Suso Cecchi d’Amico, oggi novantenne sempreverde: “Le mie ceneri portatele alla Colombaia, voglio che riposino lì”. Proprio nella grande villa acquistata alla fine degli anni Quaranta dagli eredi Fassini, che a loro volta l’avevano acquistata dal giornalista socialista Luigi Patalano che l’aveva fatta costruire agli inizi del Novecento. Foriano di grande carisma, fondatore del battagliero giornale “Pro Patria”, Patalano era il padre del pittore ritrattista “Bolivar”, altro artista insigne di Forio. “Un grande maniero – la definiva Patalano – sovrastante l’azzurro mare profondo, abbarbicato alle rocce vulcaniche, immerso nel verde cupo di una vegetazione rigogliosa, in una solitudine lungi dal rumore degli uomini”.
Sul finire di un’estate caldissima, Visconti era stato aggredito per la prima volta da disturbi cardiocircolatori. Helmut Berger, il suo amore più grande, era andato via da poco. Le immense ortensie e le gardenie, i fiori preferiti dal maestro, erano ancora in fiore, splendide regine di un parco ricco di vegetazione mediterranea.
Sullo scrittoio, davanti all’immensa porta-finestra che guardava il mare di Punta Caruso dalla collina di Zaro, un notes con gli appunti per una vita di Antonio Petito da tradurre in film, molto di più di un progetto sul più grande interprete della maschera di Pulcinella che il teatro napoletano abbia mai avuto. Da almeno vent’anni Visconti cullava quel progetto, bloccato sempre da altri importanti impegni nel teatro e nel cinema, un susseguirsi di allestimenti straordinari e di pellicole destinate da subito a diventare punti di riferimento nel cinema mondiale.
Alla morte di Visconti nel marzo del 1976, a Roma, la sua volontà non poté essere rispettata e l’urna con le ceneri fu, in tutta segretezza, portata nella tomba di Emilio Cecchi, padre di Suso, prosatore e critico morto dieci anni prima.
La Colombaia, intanto, fortemente appetita da numerosi immobiliaristi, era poi finita nella proprietà della “Torre di San Montano”, una società nella quale figurava anche l’ex ministro Franco De Lorenzo che voleva trasformarla in un complesso a cinque stelle (e oltre), cancellando, così, la memoria dei lunghi soggiorni di tempestosi amori e lavoro del suo padrone che l’aveva trasformata in buen retiro e laboratorio, spendendo centinaia di milioni, scegliendo i migliori arredatori, stoffe preziose per i tendaggi, mobili fatti a mano con legni di rose, tanti arredi liberty, quadri di Matisse e Klimt alle pareti.
Da quando Visconti si era dovuto ritirare definitivamente a Roma, la villa e il parco erano in condizioni di abbandono, obiettivo fisso di vandali e di saccheggiatori.
Parlando della Colombaia, il suo gioiello, Visconti a Romolo Valli, che la villa frequentava assiduamente, chiamatovi dal regista, che amava circondarsi di pochi, scelti compagni d’arte ai quali offriva un’ospitalità regale, una volta aveva detto: “Ho lasciato questa casa a una persona di cui mi fido”, segno che aveva fatto testamento. L’amico di cui si fidava, racconterà in seguito un altro amico del regista, doveva essere proprio Helmut Berger. Ma il testamento non fu mai trovato. Il giallo tale è rimasto, insieme all’ipotesi che il testamento sia stato distrutto da un suo cugino. Per rispetto al ricordo di Visconti nessuno ha mai seriamente indagato su questo delicato versante.
A Gaia Servadio, autrice della miglior biografia di Visconti or sono venticinque anni, Suso Cecchi d’Amico, invece, disse che probabilmente era stato lo stesso Luchino a distruggere il testamento, perché uno doveva esserci stato. Luchino ne aveva parlato più volte, ne aveva parlato anche la sorella Uberta. Insomma, non erano chiacchiere malevoli in libertà.
“Debiti non ne aveva con nessuno – riferì la Servadio, riportando tra virgolette le parole della d’Amico, – essendo morto intestato, i suoi beni andavano alla famiglia, alla quale si era molto avvicinato negli ultimi tempi. Prima della sua morte, Helmut si comportò malissimo con lui, non credo che avrebbe voluto ancora lasciargli la Colombaia. Comunque io l’ho sempre sentito dire che voleva lasciare le due case – l’altra è la villa di via Salaria – a Uberta e Nane…”.
Certo è che, dopo la morte del regista, la Colombaia fu venduta dagli eredi alla società “Torre di San Montano”, dopo che in più riprese dalla villa erano stati prelevati arazzi, mobili, lumi, le carte di Luchino, in una parola tutto il trasportabile. Al resto pensarono i ladri che arrivarono a sottrarre perfino molti metri quadrati di preziose maioliche.
Il Comune di Forio riuscì faticosamente a bloccare la trasformazione della villa e dell’annesso parco. Autore della battaglia Franco Iacono, politico socialista della prima ora, fortunatamente ancora attivo e questa volta con una già prestigiosa associazione musicale che lavora al recupero dell’Opera buffa.
Iacono arrivò, attraverso la Provincia e poi la Giunta Regionale, a conquistare un seggio all’Europarlamento, senza mai perdere di vista l’impegno per la Colombaia che, da sindaco di Forio, centrò felicemente. Nel 1997, infatti, la Colombaia fu ceduta dalla “San Montano” al Comune di Forio per quattro miliardi di lire che furono reperiti attraverso i fondi regionali della legge 64|86. Altri due miliardi da spendere per i lavori di ristrutturazione e consolidamento e, finalmente, da quattro anni, restituita per come si poteva allo splendore dell’epoca-Visconti. Sulla collina di Zaro prende via via corpo il museo dedicato a Luchino, con una Fondazione alle spalle, promotrice anche di un premio annuale giunto alla terza edizione, nonché di seminari sul cinema e il teatro sostenuti, sul piano scientifico, dall’Università di Parma e benedetti, su quello artistico, da Dario Fo e Franca Rame.
Una volta completati i lavori, da Forio ricordarono agli eredi la volontà di Visconti relativa alla dimora definitiva delle sue ceneri. Fu così che Suso Cecchi d’Amico si incaricò di spendere i migliori uffici per il trasferimento dell’urna da Roma a Forio e lunedì 11 agosto del 2003, in forma strettamente privata, la cerimonia. Insieme all’urna con le ceneri di Luchino da Roma arrivò anche quella con le ceneri di sua sorella Uberta che, due anni prima, aveva annunziato con una lettera al sindaco di Forio, Franco Monti, l’adesione totale al desiderio dell’amministrazione comunale.
Un momento di legittima soddisfazione anche per il tenace Iacono che, nel 1986, dieci anni dopo la morte di Visconti, insieme a Maurizio Scaparro e Luigi Covatta, diede vita a un primo ricordo dell’opera del nobile scomparso.
“Per l’acquisizione della Colombia al patrimonio del Comune di Forio, sottraendola alla speculazione edilizia, pagai un prezzo molto alto ai potentati di allora – ricorda Iacono. – Un grumo di complicità, palesi e occulte, indolenze e pigrizie, perfino nelle istituzioni, frapposero ostacoli e difficoltà. Condussi una battaglia spesso solitaria, misconosciuta e oltraggiata anche sull’isola. Ma ne valeva la pena. Con la sistemazione del museo a cura di Caterina d’Amico, il percorso potrà ritenersi a buon punto”.
Il legame di Visconti con la Colombaia era stato sempre intenso, al punto che anche quando non poteva più muoversi in conseguenza dell’ictus, il regista aveva continuato a frequentarla per lunghi periodi, almeno fino al 1973.
“Fece costruire una piscina per i suoi esercizi – racconta la Servadio – e forare sessanta metri di roccia per collegare la sua camera al mare con un ascensore. Una cosa alla… James Bond, ma con un James Bond Art Nouveau, perchè la cabina era decorata con pannelli di vetro colorato”.
A Forio i soggiorni di Luchino erano cadenzati da piccoli riti. Cambiava cuoco ogni due mesi da quando il suo “storico” chef abruzzese, l’unico capace di realizzare alla perfezione ogni suo desiderio gastronomico, se ne era andato per gestire un ristorante a Roma, nei pressi di via Salaria.
Due pasti completi al giorno, dall’hors-d’oeuvre al dessert, prima di ammalarsi ed essere obbligato a rispettare una dieta leggera. Al tavolo, a servire, un cameriere impeccabile che apparecchiava su uno dei terrazzi o nella sala da pranzo, di sera, alla luce della luna e di lampioni di vetro di Murano realizzati su commissione.
Al centro di Forio, il maestro non si vedeva mai. Una o due, in vent’anni, le brevi passeggiate al corso Umberto, mai una sosta al Bar Internazionale. Qui, nei mesi estivi, si fermava per ore il fior fiore della cultura internazionale per ossequiare Wystan Hugh Auden, il più grande poeta inglese del Novecento che aveva casa nel paese del Torrione nei pressi della chiesa-madre dedicata a San Vito, ed era il miglior amico di Maria Senese, in arte Zibacchiello, la “caffettera” immortalata anche da una poesia di Elsa Morante.
A Forio, invece, Visconti preferiva Ischia, i ristoranti della Riva Destra e, soprattutto, la bella casa di Jolanda d’Ambra. Ma, in effetti, amava stare soltanto nella sua Colombaia e, quando arrivava il suo protetto e amatissimo Berger, non voleva essere disturbato. Tutte le sue attenzioni erano per il giovanissimo austriaco che aveva inventato attore.
I domestici, il cuoco, il giardiniere sapevano che in villa non dovevano entrare nemmeno gli amici più cari del padrone, salvo deroghe, sempre possibili quando Visconti aveva bisogno di avere disponibile la sua piccolissima squadra di collaboratori per poter lavorare a un film o a una messa in scena. E allora gli ospiti erano sempre gli stessi: la d’Amico, il costumista Piero Tosi, gli allora giovani Giuseppe Patroni Griffi, Francesco Rosi, Franco Zeffirelli. Quest’ultimo fu depennato dalla lista degli invitati dopo un litigio furibondo e non ci fu verso di farlo più riammettere nel giro dei frequentatori della Colombaia.
Ma è proprio la d’Amico, che fu ospite alla Colombia nell’estate del 1954 per lavorare alla sceneggiatura di “Senso”, la più informata testimone delle molte estati in villa che, per quanto riguarda la sceneggiatrice, possono essere datate a partire dal 1951, l’anno di “Bellissima”, il suo primo film con Visconti.
Oggi, per arrivare al posto che custodisce le ceneri di Visconti, di spalle alla casa, guardando il mare, c’è da arrampicarsi per dieci minuti attraverso un sentiero a sbalzi e ci si trova davanti la roccia sotto la quale c’è l’urna. E’ proprio la roccia che Visconti aveva scelto e che descriveva agli amici più intimi. Si sale tra rami di ulivi secolari, s’avverte, forte, il profumo dell’origano selvaggio e del rosmarino e di altre erbe aromatiche molto rare. Il mare si sente nell’eco, non ancora si vede. Tra un anno cadrà il centesimo anniversario della nascita del regista e saranno trenta dalla sua morte. Daniele Morgera, giovane e assai attivo operatore culturale ischitano, pilota di tutte le operazioni legate alla Fondazione La Colombaia, sin dalla sua costituzione, ha già aperto il cantiere per celebrare il doppio anniversario.

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3 commenti su “Quell’angelo biondo della Colombaia che divenne demonio

  1. renate senatore 23/04/2014 at 13:18 - Reply

    adoro a visconti……mi dispiace tanto che non ci sta piu tra di noi. ho visto tutti i suoi film. uno come lui non viene piu. ci son stata tanti anni fa a forio..ed ho frequentato la sua villa che era tutto sotto sopra…….ero scocchato..spero che il comune l ha messo a posto. mi ricordo spesso a luchino………..renate senatore/vienna

  2. Quisiera expresar la profunda admiración que siento por el gran Luchino Visconti y el riquisimo mundo que se me ofrece cada vez que veo sus films. Las nuevas generaciones lo vuelven a comprender, como a todo clásico,

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