Quelle barche che da Capri raggiungevano l’Elba

– di Maria Gisella Catuogno

La delicata storia di una migrazione di pescatori.
Dai soggiorni stagionali per la cattura del pesce azzurro alle residenze definitive.
La popolazione locale era fatta di contadini e minatori.
I capresi sfruttarono per primi le risorse del mare dell’arcipelago.
Avevano imbarcazioni grosse e robuste che si spingevano a remi fino a Pianosa.
L’avventura di Mariano Catuogno che mise radici all’Elba e il gemellaggio di affetti fra le due isole.
L’anacaprese che fu chiamato Elbano.
La ricerca sentimentale dei lontani legami e le nuove parentele di simpatia in mancanza di un anagrafe certa.

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200507-15-3mChi scrive ha nelle vene sangue caprese, anche se a Capri c’è stata soltanto una volta. Il mio bisnonno paterno si chiamava Mariano Catuogno e giunse all’Elba verso il 1890 insieme alla sua sposa, Teresa Esposito. Si fermarono nel paesino più vicino al continente, nella parte nord-orientale dell’isola, Cavo o Il Cavo, secondo l’uso locale, una frazione del comune di Rio Marina: un abitato di poche centinaia di persone, sospeso tra l’azzurro del mare e il verde della macchia mediterranea. Non un borgo qualsiasi, però, se i Romani, già nel primo secolo dopo Cristo, avevano costruito a Capo Castello, uno dei suoi promontori, una bellissima villa, in una posizione panoramica invidiabile, che dominava tutto il mare settentrionale dell’isola, oltre che il canale di Piombino.
Anche la borghesia elbana della fine dell’800 fu attratta dal posto e vi innalzò alcune imponenti abitazioni in cui risiedeva almeno per alcuni periodi dell’anno. I proprietari delle ville più belle erano i Tonietti, concessionari delle miniere riesi, ricchissimi, che occuparono l’altro promontorio, Capo di Mattea, con una dimora dall’aspetto massiccio, quasi una fortezza, ma con stupende terrazze sulla facciata, un boschetto retrostante e, tra gli scogli sottostanti, anche il vivaio per le aragoste ed altro pesce pregiato.
Quasi contemporaneamente vedeva la luce anche villa Bellariva, con le torri merlate e la fisionomia di un piccolo castello, come infatti veniva (e viene) chiamato dai cavesi.
Quando Mariano arrivò con la sua barca, queste lussuose residenze erano in costruzione e probabilmente lo era anche la Cappella Tonietti, la principale opera elbana del noto architetto Adolfo Coppedè: un imponente torrione che ricorda un faro, in granito dell’Elba, con decorazioni in marmo bianco e pietra serena. Fu eretta sul crinale della collina a dominare non solo lo splendido verde circostante, ma tutta la costa.
Nei progetti megalomani dei “padroni” del paese, essa doveva essere la tomba di famiglia, ma in realtà non venne mai usata come tale, per la mancata concessione all’uso cimiteriale, e rimase dunque come monumento fine a se stesso, simbolo di prestigio economico e sociale.
La prima impressione riportata dal contatto con questa realtà, da parte degli immigrati del sud, fu probabilmente di una notevole dinamicità e quindi di buone possibilità di lavoro. Il paese era un cantiere e i Tonietti erano i più importanti datori di lavoro della popolazione cavese, non solo come concessionari delle miniere, ma anche per le estese proprietà che producevano soprattutto vino, per la richiesta di personale domestico e per la domanda di prodotti ittici.
Mariano era pescatore e sapeva che nella maggiore isola dell’arcipelago toscano quasi tutti erano minatori, contadini o marinai. La pesca come attività primaria non era praticata: chi possedeva un gozzo, dopo il lavoro in miniera o la fatica sui campi, calava qualche tramaglio o i palàmiti e sperava in Dio per mettere insieme il pranzo con la cena. Se poi era tempo di totani (come da noi si chiamano i calamari), metteva la lampara sulla prua della barca e tentava la fortuna. Ma non era una pesca “professionale”, non si faceva affidamento su quella per campare, forse perché gli elbani sono sempre stati minatori e il loro sudore aveva più il sapore del ferro che del sale. Forse perché il clima dolcissimo imbiondiva il grano senza troppe cure e, sulle colline, le viti, gli ulivi e gli alberi da frutto crescevano che era una bellezza, nutriti da quel sole che non mancava quasi mai di consolare l’affanno quotidiano.
Per questi motivi, dalla seconda metà dell’800, era cominciata una lenta ma costante immigrazione all’Elba di famiglie di pescatori meridionali (zona flegrea, Capri, Ponza, Sicilia), attratti dalle risorse, non sfruttate dai nativi, del nostro mare. Dapprima furono soggiorni stagionali, per la cattura del pesce azzurro e, al termine di essi, ritornavano alle loro acque e ai loro faraglioni. Col passare del tempo, tali soggiorni diventarono gradualmente più lunghi e in molti casi definitivi.
Così successe a Mariano che, senza scordarsi della sua Capri, mise solide radici all’Elba. Qui nacquero infatti i suoi figli Luigi, Antonietta, Umberto e Teresina, qui riuscì a costruirsi una bella casa.
I rapporti con la famiglia d’origine dovettero essere piuttosto stretti, almeno inizialmente. Umberto infatti si fidanzò con una ragazza di Capri e le loro lettere si rincorrevano da un’isola all’altra. Ma, come si sa, la lontananza non aiuta l’amore e fu così che poi mio nonno sposò una ragazza elbana, Leontina Canovaro, ed ebbero due figli, Lia e William (Vilio), mio padre.
Mio nonno Umberto, come suo fratello, continuò il mestiere del padre. Avevano barche grosse e robuste e si spingevano, a forza di remi, fino in Pianosa, aiutati col tempo dai figli. Il pesce era abbondante e, in momenti di crisi, specialmente in tempo di guerra, non si pativa la fame se si era pescatori. Inoltre in paese c’erano “Le salate”, una fabbrica per l’inscatolamento di sgombri, acciughe e sardine: la richiesta di pescato era dunque molto alta.
Umberto era anche falegname e “musicante”. Suonava bene il clarino e adorava il melodramma: così quando sapeva di qualche opera nei piccoli teatri di Portoferraio e di Piombino, niente lo tratteneva.
I legami con i parenti capresi si allentarono col tempo ma in famiglia l’origine è sempre stata rammentata con orgoglio: del resto il cognome, di toscano, non ha nulla.
Io sono stata a Capri più di quindici anni fa ed è stato come un ritorno alle origini, anche se il paese che vedevo non era certo quello lasciato dal mio bisnonno un secolo prima. Me ne sono innamorata, ma è stato un soggiorno breve e non ho avuto modo di cercare le tracce della famiglia d’origine.
Mi è però rimasto nel cuore il paesaggio, così simile a quello elbano, anche se con una maggiore spettacolarità delle coste che sembrano davvero tuffarsi nel turchino e, poi, la maestosità dei faraglioni, che noi non conosciamo.
Le case di Capri, come le nostre, paiono sbocciare sulla roccia naturalmente, come le ginestre e il rosmarino, e abbiamo gli stessi fiori, ma quelli capresi (ricordo gli ibischi) sono più sontuosi e maestosi.
Sembrava che il rapporto con la seconda isola del mio Dna finisse qui, nella memoria degli avi e nel ricordo della mia fugacissima esperienza caprese, quando, circa dieci anni fa, il sindaco di Rio Marina (io abito a Portoferraio), mi contattò per farmi sapere che un anziano signore di Anacapri, Elbano Catuogno, giunto all’Elba con una gita di pensionati insieme alla moglie Giuseppina e alla cognata Bruna, cercava i parenti elbani.
Emozionata, andai all’albergo dove soggiornava e in quel bel viso abbronzato, scolpito dall’età e dall’esperienza, in quei baffi bianchi, mi sembrò di rivedere mio nonno. Elbano era nato qui, ottant’anni prima, e i suoi l’avevano chiamato così in onore dell’isola che li ospitava ma dalla quale erano ripartiti presto, forse sopraffatti dalla nostalgia e dalle difficoltà. Nella sua vita non era mai tornato a rivedere i luoghi della sua nascita: lo fece ormai vecchio e cercava i Catuogno che vi abitavano.
Così, senza davvero sapere se eravamo parenti, perché non abbiamo rintracciato nella nostra memoria generazionale l’anello di congiunzione fra una famiglia e l’altra, abbiamo cominciato a considerarci tali. Grandi affettuosità reciproche, dunque, e, il giorno dopo, pranzo e foto di gruppo.
Mio fratello Riccardo, l’anno seguente andò a trovare queste carissime persone e fu accolto affettuosissimamente. Portò all’Elba i profumi e i sapori di Capri custoditi nel gusto del limoncello che Elbano e Giuseppina gli regalarono.
Oggi Mariano non c’è più, ma un ponte ideale tra queste due splendide isole del Tirreno abbiamo cominciato a costruirlo.

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