Quell’unica gita a Capri di Rea con Sophia Loren

– di Vittorio Paliotti

Lo scrittore non c’era mai stato e non ci tornò più. L’attrice, che vi andò per la prima volta per girare un film, lo invitò ad unirsi a lei dopo un provocatorio articolo di Mimì sull’isola azzurra.
L’idiosincrasia per i bagni di mare.
Un giorno ne spiegò le ragioni a un gruppo di giornalisti.
La polemica con Achille Lauro.
Insieme a Luigi Compagnone odiava le estati sulla spiaggia.
I due criticavano Michele Prisco che aveva una “casarella” di villeggiatura a Vico Equense.
Incontri e chiacchiere in un bar di Piazza Di Giacomo a Posillipo.

201005-14-1mFece in vita sua una sola volta un bagno di mare e, in quanto a Capri, vi andò per la prima volta quando era ormai un signore di mezza età e al seguito di Sofia Loren. Domenico Rea, il napoletano entrato giovanissimo nel novero dei più significativi scrittori italiani del Novecento, conferiva dignità di valore sia alla sua avversione per il mare che alla sua tardiva conoscenza con l’isola di Capri. Di entrambe le cose non perdeva occasione per menarne pubblicamente vanto, sempre pronto a ribadire le sue ragioni nei confronti di ogni tipo di interlocutore, fosse un suo collega letterato o semplicemente un suo lettore.
La lunga e cordiale frequentazione che ho avuto con l’autore di “Gesù fate luce” e di “Spaccanapoli” mi consente di portare su questi argomenti una vera e propria testimonianza che vuol soltanto servire a meglio inquadrare il carattere dello scrittore.

Incominciamo dal complicato rapporto di Domenico Rea col mare. Perché questo suo volersi privare di un tuffo o di una nuotatina? Era quello che io, e altri giornalisti, spesso gli chiedevamo durante le nostre puntate a Sorrento, sede, negli anni Sessanta e Settanta, di una manifestazione denominata “Incontri internazionali del cinema” allora molto in auge e che richiamava registi famosi e attori di gran nome.
“Mimì, noi andiamo sulla marina di Puolo a farci un bagno. Ti unisci a noi?” ci capitava di chiedergli dopo aver assistito a una proiezione in anteprima al cinema “Armida” o dopo aver partecipato a una conferenza stampa di un qualche produttore o di una qualche diva. E lui, come sempre: “No, no, no. None”. E poi una fuga. Ma uno di quei giorni un nostro collega fra i più autorevoli e brillanti, sto parlando del tuttora sulla breccia Antonio Savignano, si scocciò e gli urlò: “No, Mimì, tu adesso ci devi spiegare perché non vuoi mai fare qualcosa con noi. Forse perché tu sei un grande scrittore, vincitore del premio Viareggio, mentre noi siamo modesti cronisti? Mimì, è venuto il momento di chiarire”.

Ci trovavamo, mi ricordo perfettamente, nella hall dell’albergo “Cesare Augusto”. Domenico Rea si guardò intorno, come alla ricerca di una via di uscita, ma noi l’avevamo letteralmente circondato, sicché lui, fissando il vuoto attraverso i suoi occhialetti da miope, tutto d’ un colpo disse:
“Guagliù, che pensate mai? Io mo lavoro alla Rai e mi sento più giornalista che scrittore. Ed è con voi che mi piace trascorrere il tempo libero. Con voi, mica con Michele che fa il letterato a tempo pieno”. L’allusione a Michele Prisco era evidente, ma non bloccò Savignano: “E allora?”. “Allora … allora …” cercò lui di tergiversare.
Ma poi, con aria di rassegnazione: “E’ che l’acqua di mare mi fa senso. Ecco, non volevo dirvelo, adesso lo sapete. Sì, l’acqua di mare mi fa senso”.

Dopo aver pronunciato questa frase sibillina, Mimì ci invitò a sederci sulle poltrone della hall e iniziò il suo racconto. “Una sola volta ho fatto un bagno di mare,” disse. “Avevo undici anni e con alcuni compagnelli di Nocera Inferiore, dove allora abitavo, facemmo una gita a Torre”. “Torre del Greco o Torre Annunziata?” interruppe Aldo Masella, allora regista stabile del teatro San Carlo. Mimì non raccolse e andò avanti nella sua narrazione: “Decidemmo di farci un bagno di mare. Era la prima volta, per me. E mi capitò una cosa che mi sconvolse. Appena mi fui immerso nelle onde sentii il bisogno di fare la pipì. Attribuii ciò a un improvviso malore e mi aprii con uno dei miei coetanei. Ma quello mi rassicurò dicendomi che anche lui stava facendo un atto piccolo e che a qualsiasi essere umano si sprofondi nelle acque marine gli viene subito la voglia di pi … di pi … pi … pì …”. Mimi esitava a completare la parola, forse perché proprio in quel momento si era unita a noi una collega. “Sciare. Pisciare” proferimmo tutti noi in coro. E lui: “Esatto. E da allora, vedete, ogni volta che qualcuno mi propone di fare un bagno di mare, io penso che quell’acqua sa di sale perché è piena di urina.
Ne è colmo anche l’oceano. So che mi troverete esagerato. Ma a me non mi va di sguazzare nell’altrui svescicatura”.

Mandammo subito al diavolo Domenico Rea e andammo a farci uno splendido bagno alla Marina di Puolo. La prima a buttarsi fra le onde fu la collega, che era bionda e carina. “Scommettiamo che …?” fece Antonio Savignano. In seguito, anzi negli anni successivi, questa storia del mare che per almeno un quarto sarebbe composto da urina umana, per tacere di quella dei pesci, l’ho sentita ripetere, anche nei salotti, non so quante volte da Domenico Rea. Il grande scrittore metteva alla base, questa sua urinofobia, anche della sua riluttanza ad andare, d’estate, in villeggiatura.
E in ciò, bisogna precisare, le idee di Domenico Rea erano pienamente condivise dallo scrittore Luigi Compagnone. A questo proposito ritengo utile aggiungere che Rea e Compagnone, secondo quanto entrambi raccontavano, erano soliti nel mese di agosto, quando l’intera città si era trasferita nei luoghi di vacanza, erano soliti incontrarsi ogni giorno accanto ai tavolini di un bar di piazza Salvatore Di Giacomo a Posillipo.
“Successe, però, due o tre anni fa, che sia io che Luigi” mi raccontò una volta Mimì “ci lasciassimo convincere dalle nostre rispettive mogli a trascorrere almeno una settimana nell’ozio di una villeggiatura. Io prenotai, spinto da Anna Maria, una stanza in un albergo di Pugnochiuso; Luigi, consigliato dalla sua Anita, prenotò a Ischia. Ci abbracciammo quasi affranti. Ma l’indomani io, malgrado gli strepiti di mia moglie e di mia figlia Lucia, decisi di non partire e me ne andai al solito bar di piazza Salvatore Di Giacomo. Ebbi la sorpresa di trovarvi Luigi. Anche lui, all’ultimo momento, si era rifiutato di andare in villeggiatura. Io e Luigi non trovammo meglio da fare che criticare Michele Prisco il quale già da tempo si era trasferito, con la moglie Sara e con le figlie Annella e Caterina, nella casa che possedeva a Vico Equense e che aveva battezzato ‘A casarella”.

In realtà, voglio chiarire, Rea aveva aperto ufficialmente le sue ostilità col mare fin dall’ottobre del 1953, quando aveva poco più di trentadue anni. Su una rivista mensile di Milano, per la precisione “Le vie d’Italia”, organo ufficiale del Touring Club Italiano, lo scrittore aveva pubblicato un articolo intitolato “Il mare dei napoletani”, in cui asseriva che, ad eccezione dei cosiddetti “luciani”, i napoletani non sono gente di mare, che il mare lo vedono soltanto dai balconi e che semmai lo assalgono, e in maniera volgare, durante la stagione estiva. Inoltre Rea si dilungava nella descrizione di uno stabilimento balneare: “Una donna piange, ché ha perduto il figlio. Un’altra, grande come una bufala, scende in mare coi quattro marmocchi attaccati alla veste nera, che le va sotto i piedi e che è il tipico costume da bagno di queste donne plebee. Un gruppo di vecchie sta tutto raccolto intorno a un palo a sciacquarsi e ricrearsi e lasciarsi andare, senza smettere di raccontare le proprie disgrazie e follie. A un certo momento il mare resta deserto. Tutti si ritirano sulla riva. E’ l’ora del pranzo. Incominciano i bronci e i pianti dei ragazzini che pretendono le porzioni più abbondanti. Tortiere di maccheroni, frittate, peperoni, birra, non c’è fine. Si mangia con le mani, liberamente, più del solito.

Si beve alla bottiglia”. Quando apparve, su “Le vie d’Italia”, l’articolo di cui ho riportato soltanto un brano, non pochi napoletani apparivano turbati da un libro di Anna Maria Ortese uscito appena qualche mese prima e intitolato “Il mare non bagna Napoli”. L’articolo di Rea costituì dunque, come suol dirsi, la goccia che fa traboccare il vaso. In particolare il quotidiano ” Roma”, diretto da Alfredo Signoretti, attaccò Rea accusandolo di aver diffamato Napoli. Nella polemica intervenne personalmente, con un suo scritto, l’allora sindaco di Napoli Achille Lauro.
Fin qui, dunque, ho parlato dei rapporti che Domenico Rea aveva col mare. Non mi rimane che mantenere la promessa fino in fondo riferendo su quelli dello stesso Rea con Capri. La visitò per la prima volta solo in età avanzata, ho premesso, ed ecco tutti i particolari. In quel periodo, dunque, Domenico Rea collabora al quotidiano “Corriere d’informazione”, edizione pomeridiana del “Corriere della sera”.

Un dì quei giorni Rea viene invitato dal caporedattore, l’amalfitano Gaetano Afeltra, a scrivere un articolo su Capri. Be’, cosa fa Mimì? Si siede dinanzi alla Olivetti e inizia il suo pezzo confessando di non essere mai stato nell’isola azzurra in vita sua. Perché? Perché la maggior parte dei napoletani della mia generazione non conoscono Capri, è la risposta che Mimì dà a se stesso.
L’indomani, puntualmente, l’articolo viene pubblicato. “Ricevetti, di lì a qualche giorno” raccontò a me e a molti altri comuni amici Domenico Rea, “ricevetti una lettera di Sofia Loren. L’attrice, che non avevo mai conosciuto di persona ma che si professò mia lettrice, mi raccontava che lei, come me, in vita sua non era mai stata a Capri. E che ora, proprio ora, era alla vigilia della partenza per l’isola dove avrebbe girato un film. Signor Rea vuol venire a scoprire Capri insieme a me? mi chiedeva.
E precisava: lei, signor Rea, sarà ospite graditissimo mio e di mio marito Carlo Ponti”.

Questa è la storia del primo e unico viaggio a Capri fatto da Domenico Rea. Credo che sia una storia vera e spero che Sofia non la smentirà.

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