Il reporter dell’Isola

Angelo Apicella, il medico anacaprese che cura il corpo e l’anima, si tuffa “Addò Riccio” e legge le poesie di Ada Negri, è stato esplicito: “Argo hai una gastrite acuta. Non la prendere sotto zampa perché ci lasci la pelle, il pelo, l’osso di Francesco De Martino e le unghie”. La ricetta dice: una compressa di Maalox Plus tre volte al giorno dopo i pasti.
Sono preoccupato. L’organismo è una macchina complessa e stupefacente che compie mille attività, assorbe il logorìo della vita moderna ed è sempre in moto anche quando apparentemente riposa o fa finta di distrarsi con le mortadelle di Romano Prodi e le bandane di Silvio Berlusconi.
E’ passato quasi un mese ma io il Festival di Sanremo ancora non l’ho digerito. Cinque categorie, votazioni, gare, scommesse, lotterie, duelli all’ultimo sangue, la poltrona dello sconfitto e la camera a gas delle giurie. Sanremo, un tesoro, uno scrigno, uno scatolone di aria fritta o un pacco di Paolo Bonolis? Un pacco italiano, una patacca, un minestrone, una sòla. A Capri ci sono le scatole piene dei playboy a corto di euro e sottane, a Napoli i pacchi sono quelli della Duchesca, bottiglie piene di pipì al posto del Glen Grant. A Sanremo i bidoni fosforescenti di Paolo Bonolis e Sonia Bruganelli, una moglie con gli occhi blu, il sorriso da angelo e il carattere d’acciaio. Una donna che studia da Claudia Mori, un’acqua cheta capace di erodere anche i Faraglioni e la pasta coi peperoni. Sonia, l’ultima parola su tutto e la capacità di non tacere mai, nemmeno davanti ai fornelli.
E così si è scelta la locandiera più burrosa d’Italia. “La prova del cuoco” l’ha vinta lei, Antonella Clerici con abiti esagerati come torte alla fragola, ai fiori di lavanda, al pistacchio e al cioccolato fondente. Cento metri di tulle, tredici centimetri di tacchi, milioni di piume, paillettes e strass. Meringhe e profitteroles al limone, sfogliatelle alla ricotta di Sorrento e zeppole di San Costanzo, budino al ciclamino di Giorgio Rosolino e crema zabaione di “Zi Tore ‘o Ciclone”. Gino Castaldo di “Repubblica” ha scritto che sembrava un carillon.
Ma che carillon. La Clerici è un tiramisù, tette di panna montata, oro nei capelli, labbra di brace che cucinano i cattivi pensieri e un microfono al creme caramel che sembra lo scoglio di Tiberio sotto una pioggia di miele.
Antonella, Antonella, tu sei il nostro pan grattato, una banana col gelato, un biscotto nel moscato, una caprese col brasato, uno scirocco al cioccolato, un veliero mandorlato. Ti ha disegnato Gai Mattiolo al quale l’aria molle della Riviera deve aver dato alla testa. In Piazzetta Adriana Settanni della Parisienne si è fatta la croce e ha detto di non aver visto mai niente di più orribile.
Orribile. Non ho digerito l’atmosfera da show del nulla di un Festival figlio di un’Italia appassionata di lacrime e telenovelas, gossip e risse politiche, notizie boom-boom e pettegolezzi tric-trac. Un’Italia facile e disinvolta, banale e farfallona che ha bisogno degli effetti speciali, dei reality e degli imbonitori per scuotersi dal proprio torpore culturale. E Bonolis è l’imbonitore per eccellenza, l’affabulatore, il predicatore, il capo comico che presenta, canta, recita, imita “Totò Re di Capri” e si porta il microfono anche sul comodino da notte.
Parla, parla e tiene unite le famiglie di città, isole e costiere con ancore di parole, messaggi caritatevoli e musica di poca qualità.
Tutto uguale, tutto banale. Un’acqua immensa e infinita come nelle notti di giugno sotto gli scogli di “Lugi ai Faraglioni”. Tutto uguale, tutto banale. Uno showman mitragliatore, niente lo scompone, nulla lo turba. Un siluro che non si ferma davanti a niente, nemmeno di fronte alla scogliera della “Canzone del Mare”. Non è facile trovare in una sola persona, in un unico eroe il conduttore, l’artista, il predicatore. Flavio Cattaneo e Fabrizio Del Noce ci sono riusciti e hanno chiamato l’onnipotente a condurre il Festival. Ma a me Paolo il divino non piace e non convince.
Ha sempre l’aria di saper tutto e quelle goccioline di sudore da primo della classe che va alla lavagna con la cravatta anche d’estate, il gesso e la risposta sempre pronta.
Hanno sudato freddo anche Igor Varnero, assessore alla cultura, e Claudio Borea, sindaco di Sanremo. Da Anacapri, Mario Staiano aveva avvertito i colleghi: “Attenti a Bonolis”. Ma l’appello isolano è calato a picco sotto i Bagni di Tiberio. Per la prima volta, dopo cinquantacinque Festival, il Teatro Ariston non aveva un fiore, un ranuncolo, un crisantemo. Niente papaveri e papere e nemmeno margherite e anatroccoli. In compenso hanno vinto lo share, la droga dell’audience, la sbronza di “MammaRaiuno” in una piscina di Auditel e Martèl, Tavernello e limoncello.
Anche il Festival, come Capri, è diventato un gadget, una bancarella di firme e di vip. Il maestro Renato Serio, poco seriamente, per cinque sere ha aperto il Festival suonando l’inno di Mameli. Paolo Bonolis ha diretto l’altare sapendo un po’ di tutto e molto di niente ma, come dice Toto Cutugno, è un italiano vero. E allora: “Fratelli d’Italia, Sanremo s’è desta, dell’elmo di Paolo s’è cinta la testa. Stringiamoci a corte, siam pronti alla morte. Evviva l’Italia, evviva le torte”.
Grande commozione e una nostalgia canaglia che mi è arrivata addosso come un vortice, un risucchio di mare a Punta Carena quando le onde precipitano sulla scogliera e “Raffaelle ‘e Cataldo” monta di guardia come la luce di un faro. Stavo annegando, non c’era più la barca di Orietta Berti e sulla spiaggia di Porto Sole non si vedeva nemmeno Rossella Duemila. Mi ha salvato Vasco Rossi con il suo panfilo “Jamaica”. La vita è spericolata. Abbiamo attraversato il Tirreno e sono ritornato a Capri.
La mia vecchia isola, come sempre, mi ha invaghito. Ho pensato alle giornate di pesca con Albertino Maresca a Cala del Rio, quando il mare è un amico di solitudine e scintillii di aguglie. Ho ricordato gli occhi tristi di Luigi Tenco, il blu di Domenico Modugno, il pianoforte gioioso di Franco Bracardi. Mi sono tornati in mente il sorriso vagabondo di Alberto Castagna e l’eroismo di Nicola Calipari. Stranavita, stranamore. Ho chiamato Peppino di Capri, ci siamo dati appuntamento su una panchina di Marina Grande. “Un angelo per caso passava lì e si è messo accanto”.
Tra le dita un ricordo e un gelsomino. La notte ha steso una coperta di sogni, sopra i Faraglioni si sono accese le stelle.

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