Il reporter dell’Isola

Caro Babbo Natale mi rivolgo a te perché forse sei l’unico, insieme al presidente Ciampi, ad entrare nelle case degli italiani in punta di piedi, senza far rumore, con parole pacate e messaggi di saggezza. Sei anche l’unico capace di esaudire i desideri senza il ritornello mostruoso del do ut des, quel dare-avere che ormai accompagna la nostra vita da cani.
Non c’è pace tra gli ulivi. Nemmeno a Natale, nemmeno nelle tane dei randagi, nei nidi di un merlo, nella malinconia delle bouganvilles sfogliate dal vento. Nemmeno nelle stradine dell’isola e nelle vetrine di Via Camerelle, nelle borse di Gucci o negli stivaletti delle Tods, nelle tentazioni di Prada o negli orologi di Cartier.
Fra qualche mese a Capri e Anacapri si voterà per il rinnovo dei consigli comunali e già sono iniziate le tarantelle. E’ un dicembre di trame, tramine, tramette che fa rima con polpette. Polpette per uomini affamati della loro platea mentre noi cani randagi e cronisti di strada dobbiamo accontentarci di un tozzo di pane e di una ciotola di latte misericordioso.
I fuochi della politica covano sotto le ceneri di un’isola apparentemente tranquilla. Non c’è pace nemmeno nei ricordi del passato quando, insieme a Mario Staiano, Norberto Ferraro e Fofò “‘e tuzzelle”, marinavo la scuola, prendevo per il sedere genitori fiduciosi e professori disattenti e, con una frittata di maccheroni e una gassosa, scendevo a Marina Grande ad inseguire i gatti ed il sole che giocava a bocce tra le spiaggette del porto, le leggende del mare e le barche che sfioravano il molo.
Non c’è pace per gli isolani e per noi cronisti randagi se un politico, invece di pensare all’inguacchio di Telekom Serbia, cerca i centomila voti del suo passato di uomo del continente e del consenso nell’improvviso amore per un’isola che non gli appartiene e, peggio ancora, non conosce nell’anima, negli scogli, nella storia. Gente della politica, mille intrecci e poco sentimento. Ma si sa l’isola è piccola ma molto appetitosa.
A maggio si andrà a votare e si parla di Casinò, di Certosa, di Villa Lysis, di una nuova Anacapri. Io che sono un bastardo senza collegi e senza protezioni, ma attento anche al sussurro di un lampo, amo questa mia terra di conquista e la difendo dagli illetterati che scrivono libri e dai politici che dipingono manifesti di propaganda che sanno di un Natale fatto di Casinò, di Certose-musei, di Ville Lysis non più piene di banchetti per battesimi e matrimoni. Ma, attenzione, i faraglioni hanno gli occhi anche di notte.
M’indigno per gli slogan che considerano Anacapri il feudo dei tifosi di una befana puttana che vorrebbe prendere tutto senza la consapevolezza che l’isola di sopra ha una amministrazione ed il Monte Solaro che fanno da sentinelle.
Io Argo, cronista senza peli sulla lingua, chiedo aiuto a Salvatore Ciuccio, a Tonino Cacace, Roberto Ciuni, a Giuliano Zincone, a Riccardo Federico, a Ciro Paone, ad Antonio D’Amato, a San Costanzo, a San Bernardo che è il protettore di tutti i cani del mondo, a Robin Hood, a Tex Willer, a Brigitte Bardot e ai dirigenti della Soprintendenza. Amici degli animali, gente di coscienza e di cuore. Altro che politici abituati a navigare sott’acqua o ad abbaiare come volpini.
Il Natale è vicino, ci sarà un cenone. Brindate come volete, con chi volete. Sparate i tric-trac del nuovo anno, ma lasciatemi la speranza che qualcuno si ribelli nel nome dell’isola di ieri, del suo passato, del suo domani e di una politica trasparente fatta da uomini con gli attributi e non da trame “a cazzo di cane”.
Babbo Natale è in arrivo. Per la mia donna, Lilli La Comare, ho chiesto un telefono fisso con la cornetta nera che si impugna a zampa intera e i numeri che girano dentro i cerchietti che arrivano allo zero e tornano indietro come i miei ricordi di quando ero un cucciolo bambino e sognavo un’isola fatta da gente di mare e di poesia.
Ingoio una lacrima di malinconia e salto sull’ultimo autobus della notte. Per questa volta butto nel vento il notes e la bic. Sono vestito di nero come Tony Renis, ma me ne frego di San Remo e penso alla mia Capri e a quel festival di una volta che si chiamava La Scala d’oro e che non ci sarà mai più. Pascal Vicedomini dormirà sotto il lenzuolo dei suoi carteggi, Peppino di Capri suonerà alla Bussola di Viareggio. Il pittore Attilio Lembo dipingerà l’isola dal suo rifugio di Napoli al quartiere Stella. Raffaele La Capria forse nemmeno rimpiangerà la sua ex casa affacciata sui Due Golfi. Io inviterò Lilli La Comare sul belvedere di Tragara. In attesa di un marchio a difesa dei prodotti isolani, festeggeremo con una busta di cotechino della Fini di Modena, una bottiglia di spumante della Cinzano di Torino e un cin-cin sotto la luna.
Buon Natale.

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