Ricordi dell’isola

COME CARMELINA ALBERINO DIVENTÒ PITTRICE NAIF

di Marchesa Lucy de Forcade Cannon

Dai disegni per suo figlio malato ebbe l’ispirazione per i suoi famosi quadri. Altri ricordi capresi del mio tempo. L’impossibile e caritatevole Elisabeth Moore, viennese, descritta da Graham Green in un suo libro. Axel Munthe, un misantropo sempre vestito di bianco. L’automobile con chauffeur di Giorgio Cerio padrone di tutta Tragara. Ettore Patrizi, l’anfitrione più famoso dell’isola.

Nativa della Marina Grande, Carmelina Alberino era figlia di pescatori da generazioni.
Tra i giovani era la più intrepida e più indiavolata di tutti. Urlava sempre e non tutto quello che le usciva di bocca era ripetibile. Correva scalza da per tutto e ne combinava di ogni colore.
Io lasciai Capri nel 1946 per tornarci e passarvi l’estate del 1950.
L’assenza di Carmelina si notava alla Marina Grande, non vi erano più tante urla e schiamazzi e pensa chissà dove sarà andata a finire.
Un giorno, mentre andavo per la stradina della Pensione Terrazze, passai davanti ad una botteguccia dipinta di rosso; in una vetrinetta, al lato della porta, vi erano due, tre quadretti naif riproducenti luoghi capresi; la chiesa, la piazzetta, San Michele.
201409-12-1mIl genere di pittura, così semplice, quasi infantile mi riportò col pensiero a Grand Mo’ Moses molto conosciuta negli Stati Uniti per i suoi quadri naif.
Mentre li guardavo, una donna si fece sulla porta della piccola bottega. Erano passati degli anni, ma subito riconobbi Carmelina per quei suoi occhi nerissimi e penetranti, e lei riconobbe me, perché alla Marina Grande ci conoscevamo tutti.
Disse: “Signò, buon giorno, voi eravate in America”. Ed io: “Sto guardando questi quadretti”. E lei: “Sono i miei, questi li dipingo io”. “Carmelina, ma veramente?”. “Sì, signò, mo’ vi racconto. Io mi sono sposata da parecchi anni. Un giorno il mio bambino aveva la febbre alta, io per farlo stare quieto presi un quaderno e una penna e cominciai a disegnare, dicevo guarda, mammà ora ti fa una casetta e tanta gente che va alla chiesa, sta a guardà”.
“Signò, mano mano che pittavo vedevo nascere le figure come un dono del Signore, così, invece della matita e penna, presi dei colori e cominciai a pittare veramente. Signò, non ci credevo, ma i disegni mi uscivano dalle mani come se l’avessi fatto sempre”.
“Poi, una signora americana mi dette i soldi per comprare tutto l’occorrente, disse che io dovevo continuare a dipingere e adesso eccomi qua”.
“Oggi vendo i miei quadretti e un giorno spero di farmi una casetta mia”.
Mi rallegrai con lei e le dissi che una vecchia signora negli Stati Uniti, che dipingeva alla sua stessa maniera, era diventata celebre.
Oggi, anche Carmelina è abbastanza conosciuta. Molti articoli sono stati scritti su di lei, anche all’estero, e molti dei suoi quadri hanno lasciato Capri per altre destinazioni e Carmelina possiede finalmente la sua casetta.
E un giorno io tornai da Carmelina per comprare uno dei suoi quadri.
Disse: “Signò, pigliatevi quello con San Michele e i Faraglioni”. Ed io: “Carmelì, quello non lo voglio perché chi conosce Capri come me sa che sotto San Michele non ci sono i Faraglioni, ma che hai combinato?”. “Signò, quello va bene ai turisti, quelli poi ‘ste cose non le sanno e non ci badano”. “E lo volevi dare proprio a me?”. Ridemmo insieme.
Ne scelsi uno che mi piaceva e lei: “Signò a voi vi faccio uno sconto grosso per tutti i fichi e la frutta che aggio arrubbato nella vostra proprietà quanno ero guagliona”. Ed io: “Grazie, Carmelì, lo sconto non me l’aspettavo, ma che rubavi la frutta lo sapevo”.

ELISABETH MOORE

Un’altra figura della vecchia Capri, Elisabeth Moore per un lungo periodo dal 1926 fu notissima nell’isola.
“Una donna impossibile” come Graham Green l’ha descritta nel libro che ha voluto dedicarle, colpito dalla sua eccentrica incredibile vitalità.
La Moore, viennese, era una figura particolare: brutta, mascolina, capelli grigi corti e disordinati, ma con degli occhi di un bellissimo blu cobalto. Li ricordo ancora.
A Capri di vista la conoscevano tutti, donna stramba e immorale, sapeva, però, anche essere caritatevole. Curò molti capresi, pescatori e contadini, i quali la ripagavano con pesci e prodotti della terra, e lei così vivacchiava ad Anacapri.
Una volta la bastonarono anche in malo modo. Era amica di tutti gli scrittori stranieri residenti nell’isola nella prima metà del Novecento, quali Green, Douglas e Compton Mackenzie. Fu anche grande amica di Axel Munthe e per un periodo curò anche lui.
Da un dialogo con la Moore in una conversazione con Kennet Macpherson a Capri nel 1957, così riportata nel libro di Graham Green “Una donna impossibile”:
“Cara dottoressa lei è un caso disperato”. “Prego?”. “Un caso disperato. E’ pazza!”. “Pazza sì, mi sta dicendo la verità, ma tutto questo per me non è nuovo. Quello che devo fare, devo farlo. Lei ha ragione, sono una creatura selvaggia. Così sono fatta e così mi consenta di essere”.

AXEL MUNTHE

Famoso più per i suoi due San Michele, la storia e la villa, che per la sua carriera medica, Munthe era un misantropo, strano e quasi inavvicinabile. I pareri su di lui erano discordi. Molti residenti dell’isola, ai suoi tempi, lo criticavano.
Avevo dieci anni o poco più, ma ricordo bene di averlo visto due o tre volte in piazzetta e mi colpì la sua figura: alto, magro, elegante, sempre vestito di bianco, aveva un pizzetto e portava sempre un panama e occhiali scuri.
Parecchi anni dopo lessi “La storia di San Michele” tradotta in moltissime lingue. Prima di ritornare nella sua nativa Svezia, Munthe restò per qualche anno recluso nella sua Torre Materita. Partì nel 1943 (credo) per tornare nel suo paese dove morì qualche anno dopo.
La Villa San Michele fu da lui lasciata alla Svezia per rafforzare le relazioni culturali tra Italia e Svezia. Oggi meta di turismo, penso che ne benefici anche il Comune di Anacapri, largamente.

GIORGIO CERIO

Un grande personaggio di Capri fin dalla fine dell’Ottocento fu Giorgio Cerio. Fu un grande amico di mio padre che conosceva da piccolo. Lo ricordo fin da bambina con baffi e pizzetto bianchi, sempre vestito di tela bianca essendo lui a Capri solo durante l’estate.
Aveva sposato in prime nozze Jenny Unghero e in seconde nozze l’ereditiera americana Mabel Norman delle “Old Gold Cigarettes’ Fortune”.
Possedeva quasi tutta Tragara (ai due lati della strada) con ville sparse su ambo i lati di essa. Ad Anacapri possedeva un’altra villa e una pizzeria privata dove spesso radunava gli amici per una pizza o a giocare alle bocce, gioco di cui era appassionato. La sua villa a Marina Piccola era la Torre Saracena, praticamente sulla spiaggia.
Non posso dimenticare il suo affettuoso pensiero quando ebbi la polmonite a Capri (avevo 14 anni) perché ogni mattina mi arrivava un fascio di fiori, rose, tulipani, gladioli, tutti dal suo bel giardino della Pergola di Tragara, la sua villa preferita.
Giorgio e Mabel passavano l’inverno a New York e Newport dove possedevano una splendida dimora. A Capri, a quei tempi, parlo del 1930 o prima, non vi erano automobili, ma carrozzelle. L’unica automobile, con relativo chauffeur, era quella di Cerio che poteva essere usata solo tra Marina Grande, Marina Piccola e Anacapri, uniche strade possibili.
Giorgio Cerio ebbe una figlia che Mabel adottò e che credo abbia ereditato dal padre, non si sa perché, solo la Torre Saracena.
Giorgio Cerio tornò in America allo scoppio della seconda guerra mondiale e lì morì nel 1943 senza più poter ritornare nella sua Capri che amava molto. Edwin, suo fratello scrittore (“Aria di Capri”) curò i suoi beni sull’isola. Di Giorgio, sebbene molto giovane allora, ricordo la simpatia, la gentilezze e l’affettuosa amicizia. Conservo parecchie delle sue lettere a mio padre.

ETTORE PATRIZI

Grande amico di tutti noi, come suo padre, un vero gentiluomo, caprese, simpatico, piacevole, sempre tra i vip, dedito all’arte vinicola, amante del buon vino e della buona tavola.
Quando morì mia madre, venne da Capri con una pianta del suo giardino per portargliela al cimitero dove l’accompagnai.
Ettore era l’anfitrione dell’isola. Tutti i blasonati che vi sbarcavano erano, presto o tardi, suoi ospiti a colazione o a cena. Egli invitava e riuniva con semplicità i bei nomi dell’aristocrazia e quelli dell’alta finanza e grandi industrie: Agnelli, Citterio, Gazzoni eccetera.
Patrizi era stato per un lungo periodo grande amico di Gracie Fields, la quale, anni prima, aveva acquistato, da suo padre, il terreno alla Marina Piccola dove fece costruire la sua casa e più tardi creò “La Canzone del Mare”, i bagni più chic di Capri. Altre tre donne di alto lignaggio furono sue grandi amiche, ma Patrizi non si sposò mai, amava troppo la sua libertà.
Visse sempre di rendita per le svariate proprietà che suo padre e due zie nubili gli avevano lasciato. Ogni tanto vendeva qualcosa e continuava per la sua strada, con il suo bel vivere.
Si conservò bene e in gamba sino alla sua fine che avvenne quando era ultraottantenne. Lasciò quanto possedeva al suo figlioccio: Caravita di Sirignano, il quale fa curare la sua tomba con religiosa assiduità. Fiori freschi, tutt’intorno piantati ad ogni stagione. Ettore aveva fatto lo stesso per il suo amatissimo cane, un pugdog, morto tre anni prima di lui e da lui seppellito con lapide commemorativa nel suo giardino dove egli ne visitava la “tomba” ogni giorno. In questo caso, non un cane ma un padrone fedele!
Patrizi, figura indimenticabile nell’isola, mancherà terribilmente a quegli più anziani, come me, che ne vissero il periodo d’oro, ormai irripetibile per l’evoluzione dei tempi.

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