Ricordo di un poeta

L’INCONTRO CON UN POETA

di Alessandro Robles

Roberto Gianani, il fondatore de “L’Isola”, scomparso un anno fa, nel ricordo lirico di uno dei suoi amici più devoti. Ecco che cosa suscitava Roby nelle persone che avevano la fortuna di conoscerlo. Sprazzi di luce, poesia, il sentimento forte dell’amicizia, l’amore per il mare, le cene a lume di candela parlando di luna e stelle. Un uomo dal cuore colorato che ha creato una casa editrice, “Vele Bianche”, nella memoria struggente di una indimenticabile sorella, e inventore del Premio Lauzi ad Anacapri.

Accade di fare incontri, nella vita. E di incontrare poeti. Te ne accorgi camminando di fianco ai loro sogni che scopri essere i tuoi. È un percorso lento e lieve, scandito dal silenzio che non pesa mai sui pensieri e dalle parole che invadono l’anima e ti portano in alto, da quelle frasi fatte di versi che generano correnti ascensionali di libertà.
Ci sono autori che leggi per curare ferite ancora aperte. Alcuni hanno solo un volto scolorito o il profilo disegnato fra le pagine del tempo. Altri hanno tutte le dimensioni del tuo affetto, lasciato al ricordo del calore di un discorso o del sorriso di uno sguardo.
201407-15mAvevo un amico, era un poeta. Ha scritto righe di luce per i marinai dei giorni nostri e gli amanti della bellezza; era in continuazione navigazione sulle onde delle sue invenzioni.
Avverti la portata della fortuna che la vita ti ha riservato fino al momento in cui quella parabola si chiude e il futuro diventa improvvisamente scuro e impenetrabile. Ed io l’avevo capito sin da quella mattina di quattro anni prima, quando mi accingevo a prendere un caffellatte in una cittadina della provincia barese. Appena all’uscio dal bar, udii il trillo del mio telefonino. Dall’altro capo mi pervase la modulazione di un accento deciso e profondo, quasi ammonitore. Eppure dolce. Quella voce mi nominò come se leggesse l’elenco di un appello di predestinati. E subito dopo pronunciò il titolo di una mia canzone. Il cuore si scompose in lacrime di entusiasmo.
Da allora, la traccia di quella telefonata è presente, nitida e luminosa, nelle matasse aggrovigliate della memoria.
Avevo un amico, era un poeta. Scelse di vivere in un sottotetto abbarbicato e anonimo perché, da tutte le finestre, riusciva a vedere il mare.
L’ansia, troppe volte, ti impedisce di vivere appieno momenti che non capiteranno più sulla tua strada. Ma in quella magia di settembre il sogno si adornò di una tale intensità che non ci fu modo di resistergli.
Mi avvisarono che sarei stato il primo ad esibirmi. Rompere il ghiaccio è sempre un compito difficile. Ma in quei pochi passi si compì l’inizio per me e per le mie ostinazioni, in un passaggio della vita inatteso e incomparabile.
Il silenzio degli occhi della gente mi avvolse come un abbraccio materno. Da allora, ho imparato la lezione e non ho più perso il vizio di sognare. Sono seguite albe e tramonti di fuoco in nastri monocolori di giorni tutti uguali. Sono seguiti incontri al bagliore della luna e confronti davanti a un rosso sincero. E la stella più brillante è rimasta lassù, nata dalla prima meravigliosa sera vissuta nelle note e nelle parole sull’isola più famosa.
Avevo un amico, era un poeta. Dava ossigeno ai sogni e non perdeva mai di vista la rotta dei suoi viaggi.
Il mare d’un tratto s’acquietò. Aveva urlato più giorni assieme al Maestrale. Fu forse per stanchezza o solo per dare un segnale preciso e perentorio. Il cielo chiaro espresse il suo torrido sorriso, beffando di malinconia. Avevo atteso come un bambino un regalo impossibile. Avevo pianto emozioni nascoste per imbarazzo o troppo dolore. Avevo gettato per aria insistenti domande. Vagando. I fichidindia, come sangue raggrumato, erano arrossiti sulle foglie dure di sole, coaguli maturati sulla cima dei margini delle camminate. Contriti in quelle spine mature, a brandelli, c’erano i palpiti impotenti del mio cuore.
Oggi, un orologio chiuso in una scatola sul comodino è l’ultimo dono, il tempo che ho lasciato e devo ancora ritrovare. Ma devo. In quelle lancette c’è il respiro degli scogli che rompono i flutti e si possono ammirare dall’ampia terrazza all’inizio della Costiera.
Avevo un amico, era un poeta. Ha creduto così in fondo alla sua esistenza terrena da non voltarle mai le spalle, neanche all’ultimo minuto.
La vita è il corso di un fiume. Talvolta, le abbondanti piogge degli accadimenti gonfiano l’invaso fino a rompere gli argini delle aspettative. Altre volte, è l’accanimento dell’assenza a prosciugarne l’alveo fino a scoprire la più assurda delle previsioni. E noi siamo lì, osservando il fluire costante ovvero scivolando rapidamente nella barca dei nostri desideri. Siamo lì, pronti a meravigliarci con piena coscienza del destino che ci attende.
Un pensiero aleggiava attorno alla mia anima, chiusa in un abitacolo accaldato, un giorno di fine estate. In quel pensiero nato in sordina ed esploso con infinita amarezza, c’era tutta la percezione del velo impalpabile che avviluppa l’esistenza. Così, quasi involontariamente, pensavo a una farfalla e al suo volo inconsistente ma pieno di struggente fascino. In quell’esatto istante, dallo spiraglio creato al mio fianco dal finestrino appena calato, illuminate da un filo di luce, due ali senza colore né nome si affacciarono per un volo breve e leggero. Capii che non sarei rimasto solo. Mai.
Avevo un amico. Era un poeta.

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