Rilke a Capri

RAINER MARIA RILKE A CAPRI

di Raffaele Vacca

Il poeta boemo di lingua tedesca soggiornò nell’isola sei mesi giungendovi il 4 dicembre 1906, ospite alla Casina delle rose della baronessa Alice Fachndrich von Nordeck. Fu un periodo di grande tensione creativa. Le passeggiate con Leopold von Schlozer a Villa Jovis, a Marina Piccola, a Cetrella, a Tragara. La visita ad Axel Munthe a Villa San Michele e l’incontro con Maksim Gorkij. I discorsi su Capri. Affollata da torme di turisti chiassosi, non la considerava più il regno incontaminato del passato. Il volumetto di Amelia Valtolina edito dalla Conchiglia sul soggiorno caprese di Rilke.

Rainer Maria Rilke iniziò il suo primo soggiorno a Capri (che aveva già visitato nel 1904 con la moglie Clara Westhoff) il 4 dicembre 1906, giorno del suo trentesimo compleanno, quando aveva già inviato a Kappus le lettere che sarebbero state raccolte nel fascicolo “Lettere ad un giovane poeta”, diventato subito noto. Nelle lettere, scritte da località di nazioni diverse, aveva espresso sue convinzioni sulla vita, sull’arte, sulla poesia, sullo scrivere.
Aveva sostenuto che “noi dobbiamo accogliere la nostra esistenza quanto più ampiamente ci riesca”. Aveva scritto che “le cose non si possono afferrare o dire tutte come si vorrebbero di solito far credere; la maggior parte degli avvenimenti sono indicibili, si compiono in uno spazio che mai parola ha varcato, e più indicibili di tutto sono le opere d’arte, misteriose esistenze, la cui vita, accanto alla nostra che svanisce, perdura”. Esse sono “di un indicibile solitudine e nulla le può raggiungere poco quanto la critica. Solo l’amore le può abbracciare e tenere ed esser giusto verso di esse”. Aveva sostenuto che, se ci si sente chiamati allo scrivere, non bisogna guardare verso l’esterno, non bisogna chiedere consigli ad altri. Bisogna invece penetrare in se stessi, ricercare le ragioni che spingono ad esso, scoprire se si sarebbe disposti a morire nel caso in cui lo scrivere fosse negato. Se si sente che si potrebbe vivere senza di esso, allora non si ha diritto di scrivere. Se invece si scopre che si deve scrivere, allora bisogna formare la propria vita secondo questa necessità e, come un primo uomo al mondo, tentare di dire quello che si vede, si vive, si ama, si pensa. Bisogna tralasciare i motivi generali e soffermarsi su quelli che offre la propria vita quotidiana: tristezze e nostalgie, pensieri passeggeri e fede in qualche bellezza. Bisogna raffigurare questo “con intima, tranquilla, umile necessità”, usando, nell’esprimersi, le immagini dei propri sogni, gli oggetti della propria memoria”.
Aveva notato che, per un creatore, non esiste povertà, né esistono luoghi poveri e indifferenti. Se la propria vita quotidiana sembra povera è solo perché non si è abbastanza poeti da evocarne la ricchezza.
“Il creatore deve essere un mondo per sé”, egli deve trovare tutto in sé e nella natura alla quale si è alleato. Egli deve “lasciar compiersi ogni impressione e ogni germe di un sentimento dentro di sé, nel buio, nell’indicibile, nell’inconscio irraggiungibile alla propria ragione, e attendere con profonda umiltà e pazienza l’ora del parto d’una nuova chiarezza: questo solo si chiama vivere da artista: nel comprendere come nel creare. Qui non si misura il tempo, qui non vale alcun termine e dieci anni sono un nulla”.
“Essere artisti vuol dire: non calcolare e contare; maturare come un albero, che non incalza i suoi succhi e sta sereno nelle tempeste di primavera, senza’apprensioni che l’estate non possa venire. Perché l’estate viene, ma viene solo ai pazienti, che attendono e stanno come se l’eternità giacesse avanti a loro, tanto sono tranquilli e vasti e sgombri d’ogni ansia”. A Capri, Rainer Maria Rilke era ospite della baronessa Alice Fachndrich von Nordeck, che aveva messo a sua disposizione la “Casina delle rose”, attigua a “Villa Discopoli”, dove ella abitava e dove con i suoi familiari e con altri suoi ospiti si riuniva a sera per letture in comune. Tra queste ci furono le letture de “I pretendenti alla corona” e “Il costruttore Solness” di Henrik Ibsen e “Peter Camenzid” di Hermann Hesse.
Per il Natale, non avendo trovato in tutta l’isola un abete, Rainer Maria Rilke collocò nella “Casina delle rose” un piccolo pino, e, non avendo trovato palline colorate, lo addobbò con rose di vario genere, che in quel tempo a Capri sbocciavano ovunque.
Nel gran silenzio della casina, alle diciotto precise della vigilia di Natale, lesse la lettera che gli aveva inviato la madre, proprio mentre questa, nella sua casa in Austria, leggeva quella che lui le aveva inviato.
Stando a Capri, Rainer Maria Rilke, che per un malinteso aveva dovuto lasciare l’incarico di segretario dello scultore Auguste Rodin che viveva a Parigi, lavorò a “Nuove poesie”, tradusse i “Sonetti portoghesi” di Elisabeth Barrett – Browning, scrisse e ricevette lettere.

1928, Rilke ritratto da Leonid Pasternak

1928, Rilke ritratto da Leonid Pasternak

Il 17 marzo 1907 visitò ad Anacapri Axel Munthe, nella sua Villa San Michele. Il mese seguente s’incontrò a Capri con Maksim Gorkij. Il 20 aprile venne alla “Casina delle rose” la moglie Clara, che era una scultrice ed era stata allieva di Auguste Rodin.
Nei giorni precedenti alla loro partenza, Rainer Maria Rilke se ne andò per l’isola conversando con Leopold von Schlözer, giovane pronipote dello storico tedesco August Ludwig von Schlözer, che era giunto a “Villa Discopoli” con la moglie Marie l’11 maggio.
Il 10 febbraio Rainer Maria Rilke aveva rivelato, in una lettera ad Elisabeth von Der Heydt, che “Il libro d’ore”, stampato in cinquecento copie, si era esaurito in poco più di un anno e che si stava preparando una nuova edizione in millecento copie. Quest’o pera, come le precedenti, era nata quando Rainer Maria Rilke aveva le convinzioni espresse nelle “Lettere ad un giovane poeta”. Era un’opera che, come nota Romano Guardini, si poteva ancora capire sulla base del passato di un autore che sapeva dire “cose tante significative sull’età moderna”.
Ma, nelle conversazioni, Rainer Maria Rilke si rivela ora un uomo che guarda anche al futuro, alle sue possibilità, ai suoi pericoli. Le conversazioni, tratte da propri taccuini, furono pubblicate in Germania da Leopold von Schlözer nel 1922. Sono state tradotte e pubblicate in italiano solo nel 1995, nel volumetto “Rilke a Capri”, curato da Amelia Valtolina ed edito dalla Conchiglia, e ripubblicato dalla stessa casa editrice nel 2014, anche in una edizione in tedesco, nella quale sono state aggiunte quattro liriche su Capri a quella inclusa nell’edizione italiana.
Leopold von Schlözer lascia intendere che le sue conversazioni con Rainer Maria Rilke siano simili a quelle che Johann Peter Eckermann scrisse per le sue conversazioni con Johann Wolfgang Goethe (che durarono però dieci anni), leggendo le quali non sappiamo quanto debba essere attribuito a Goethe e quanto allo stesso Eckermann. Leopold von Schlözer dice che le sue osservazioni “non sono che la cornice alle parole del poeta”. E noi dovremmo crederci, considerando che il suo volumetto fu pubblicato mentre Rainer Maria Rilke era ancora in vita (sarebbe scomparso a Valmont presso Montreux in Svizzera cinque anni dopo, il 29 dicembre 1927).
Un pomeriggio Rainer Maria Rilke e Leopold von Schlözer andarono a Villa Jovis, e poi a sera a Marina Piccola. Il giorno dopo salirono a Cetrella, poi si recarono a Tragara. Ritenevano che, anche se le grandiose forme della sua natura sarebbero rimaste immortali, l’isola non fosse più il regno incontaminato del passato, né fosse più l’incanto di giovani poeti e pittori, che a sera cantavano schiettamente nelle osterie, e che talvolta, a notte, andavano per mare. I giorni felici della giovinezza erano finiti anche per l’isola, dove ora arrivavano torme di turisti chiassosi, che talvolta, come cavallette, inondavano strade, piazze, ristoranti, alberghi.
Sotto Villa Jovis scorreva lo stesso mare del tempo di Tiberio. Ma nulla era rimasto come allora. Il mondo antico era tramontato, quantunque avesse continuato a risplendere ancora per un po’. Ora sembrava che, fra tante invenzioni e comodità, “una vita vuota, priva di sole” si fosse sostituita alla vita autentica. La cultura era in decadenza. Ed anche l’arte. L’uomo inseguiva solo il profitto ed il successo. Il suo occhio non vedeva più il cielo, né vedeva più il sole. La sua mente calcolava continuamente, fino a quando il coperchio di una bara non si chiudeva su di lui. L’autentica cultura, fondata su verità e natura, era scomparsa. Nessuno più la voleva. Si chiacchierava continuamente a vuoto. La società, occupata sempre più dalle masse, voleva solamente apparenze e menzogne, voleva solo fatti.
Questo dicevano i due giovani uomini, e sembrava avessero una sola voce. Sostenevano anche che nell’antichità lo spirito formava la personalità. Ma ora tutto veniva demandato all’istruzione, che paradossalmente rendeva ignoranti, ed evitava di far comprendere quel che dicono i classici. Le biblioteche ed i musei aumentavano, gli strumenti diventavano sempre più raffinati, ma l’occhio non riusciva a veder più il fondo luminoso delle cose.
Il legame con la natura si era spezzato nell’Ottocento. Ora era quasi scomparso. Il vivere diveniva sempre più artificiale. Intorno all’uomo non c’era più la natura, ma c’erano costruzioni gigantesche. I rumori avevano sostituito il silenzio. Così l’arte era svanita, perché l’arte è natura. E di conseguenza era svanita la coerenza interiore. I pensieri scorrevano confusamente, guizzavano per un po’, subito scomparivano. Si era torturati dal presente, spaventati dal futuro, nauseati dal passato. Non ci si rallegrava più della vita. Nel mondo mancava una valida guida. Imperava l’uomo medio che aspirava solo ad una carriera felice, si interessava di piccole cose, non riconosceva la genialità e, se sentiva parlare di una grande passione, sbadigliava o cambiava discorso. Solo raramente indugiava in un raccoglimento interiore. Pensava solo a se stesso. Il lavoro, puramente meccanico, influiva sulla sua natura. A mano a mano le ricchezze delle menti e dell’animo si riducevano a cenere, e nell’oscurità avvampava l’odio.
Nel 1779, il bisnonno di Leopold von Schlözer aveva dedicato un piccolo libro all’artigianato, dal quale, è scaturita l’arte. Ma ora i mestieri d’un tempo non si tramandavano più; non si ascoltava più con umiltà un maestro per apprendere l’accurata esecuzione di un lavoro. La tradizione era dimenticata, così come l’arte locale. Ma il progresso tecnico non rendeva più felici o migliori.
Gli uomini avevano respinto il divino e si erano aggrappati alla terra. Si sentivano padroni del mondo, ma ovunque fossero avvertivano l’angoscia della morte, che invece non sentivano coloro che, credendo in una vita ultraterrena, si ritenevano immortali.
Nel Quattrocento, assetati di bellezza, si sapeva entrare in quel segreto silenzioso, dove l’anima si acquieta, si ritrova se stessi e si ridestano forze assopite. In quel tempo si cercò piacere e conforto nell’antichità, e si profetizzò il progresso dell’umanità. Ma ora che l’uomo aveva conquistato un grande dominio sulle forze della natura, tutta la terra sembrava un unico grande giardino di delizie, e le barriere tra i popoli sembravano abbattute, gli uomini si ritrovavano stanchi, senza speranza, logorati dalla vita.
Detto questo i due giovani uomini si domandarono che cosa sarebbe avvenuto. Ricordando che, nella infinita natura, qualcosa sempre preme e germoglia, e che non mancano mai coloro che si avventurano per sentieri inesplorati, scorgendo nuove terre, non si lasciarono prendere dal pessimismo. Leopold von Schlözer disse: “Un giorno sorgerà di nuovo un pieno sentimento della vita. La forza creatrice rinascerà dalle più intime profondità”. E Rainer Maria Rilke rispose: “La bellezza quotidiana riposa sull’antichità dei padri. Dove questa è vita, là i morti guidano la mano dell’artista”.

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