Servilia, il fiore più bello del giardino di Lucullo

– di Antonio Maria Fiorillo

Nella straordinaria villa napoletana sull’isolotto fiorito di Megaride, tra le più pregiate piante da frutta, i vivai dei pesci e le uccelliere, era la giovane e bellissima moglie dell’anziano guerriero romano, l’attrazione maggiore degli ospiti che affollavano le feste sontuose con danze, giochi e luminarie. Il mito delle sirene e la leggenda di Partenope che morì tra gli scogli di Megaride dando il nome alla colonia fondata dai mercanti e dai marinai anatolici ed achei provenienti da Rodi.

C’è una cosa che sicuramente pochi napoletani sanno. Sul Monte Echia, cioè sullo sperone di roccia di tufo che sovrasta Santa Lucia, Via Chiatamone e la conca di Chiaja, vi sono resti, poche tracce invero, di una Villa fatta edificare dal patrizio romano Lucinio Lucullo.
Era di una magnificenza inaudita, piena di opere d’arte, di libri e di ogni genere di ricchezze. Per vederli bisogna andare a Pizzofalcone, percorrere l’ultimo tratto in salita di Via Egiziaca e raggiungere il belvedere. Sono ai piedi della facciata sud dell’edificio borbonico attualmente adibito a Caserma di Polizia di Stato.
Forse di questa antica architettura alcune tracce sono state rinvenute di recente anche sotto l’attuale Piazza Municipio. La Villa, secondo una probabile ricostruzione, insisteva su una proprietà che si estendeva da quasi l’attuale Piazza Municipio e Maschio Angioino fino a Pozzuoli comprendendo il lungomare e in particolare l’isolotto di Megaride, quello del Castel dell’Ovo.

In quel luogo prima c’era una città fondata da coloni greci. Ad opera di mercanti e viaggiatori anatolici ed achei provenienti da Rodi il primo nucleo cittadino sorge nell’Ottocento a.C. proprio sull’isolotto di Megaride. Era un isolotto fiorito. Il nome proveniva da “megara” che nell’idioma greco significa grande. La sua superficie era distaccata dalla riva Platamonia, cioè dalla retrostante collina chiamata Platamon, da cui deriva il toponimo Chiatamone della via che oggi corre alla sua base. Platamon si traduce “rupe scavata da grotte”. Ai suoi piedi e all’interno infatti vi si aprono numerose cavità. Il fermento primaverile si trasferiva dal colle a Megaride e, così come nella bella stagione sul colle la flora prosperava e fiorivano rose e fiori di ogni specie, così l’isola diventava un giardino fiorito. La leggenda racconta che nelle notti estive si udivano provenire dall’isola dolci musiche. Al chiaror di luna sembrava che ombre leggere di ninfe marine si abbandonassero a danze sacre ed esaltanti.
Per la sua gaiezza durante il dì, la sua celestiale bellezza sotto i raggi della luna, sempre colorita, serena, profumata, l’isola tra i cespugli verdeggianti, sui suoi prati e tra i suoi alberi era abitata dalle Naiadi e dalle Driadi. Era divina per gli dei che l’abitavano.

I coloni anatolici ed Achei impressero alla città il nome della sirena più bella, carnale, passionale dal fascino maledettamente ammaliante e dalla irresistibile spinta emotiva dell’ignota ed universale sapienza:
Partenope. Come altre numerose sirene, Partenope nasce dall’unione del dio fluviale Acheloo con una musa; forse Tersicore o Calliope oppure Melpomene. Oppure nasce dalla goccia di sangue della ferita inflitta ad Acheloo da Aracle strappandogli un corno.
Nella storia del mito le sirene erano donne bellissime: nude, adagiate a riviere o su promontori rocciosi e scogli. Solo nel VII secolo dopo Cristo, e successivamente, vennero raffigurate come esseri per metà donna e per metà pesce. Non essendo stata in grado, al pari delle altre, con le sue doti canore di provocare la perdita del ben dell’intelletto a tutti coloro che si fossero avvicinati alla propria residenza, Partenope, straziata dal fallimento dei suoi intenti, si suicidò gettandosi in mare e incagliandosi tra gli scogli di Megaride.

Il sito ove miticamente trovarono riposo le spoglie mortali della sirena diventò l’avamposto di una città che da semplice emporio commerciale si espanse inglobando il colle Platamon ed altro.
Più realisticamente deve esser dato credito ad altre ricostruzioni. Nelperiodoiniziale dell’insediamento greco nell’area campana sarebbe esistito un nobile capo, Eumelo Favero, re di Fera in Tessaglia che emigrò da Calcite nell’isola di Eubea con una flotta di gente per stabilirsi nel golfo e fondarvi una colonia. Le navi incapparono in una tempesta che ne distrusse gran parte. La sua bellissima e vergine figlia Partenope (dal greco parthenos, vergine) fu tra le vittime della tragedia. In ricordo il re Eumelo diede alla colonia il suo nome.
Per altre versioni, sempre a metà tra storia e mito, la vergine Partenope non morì per tragedia marinara. Si suicidò per amore quando arrivò nella nuova patria o avrebbe lei stessa fondato la città dopo aver abbandonato la Grecia per delusione amorosa.
L’espansione di Partenope non era vista di buon occhio dai greci di Cuma che verso il 680 a.C. la semidistrussero e vi si stanziarono. La città non ebbe grande sviluppo urbanistico e non estese mai i suoi confini oltre il limite del colle. Quando nel VI secolo a.C. gli Etruschi, che avevano affermato il loro potere nell’entroterra, entrano in lotta con i possedimenti cumani, secondo alcuni Partenope viene distrutta o, secondo altri, tagliata fuori e abbandonata.

Nel 474 a.C. i Cumani aiutati dai Siracusani riprendono possesso del territorio, scelgono un sito più ad oriente che meglio facilitava la difesa, l’attuale centro storico di Napoli, fondano a poca distanza dal primo un nuovo centro urbano che assunse il nome di Neapolis, in greco “città nuova”, per distinguerlo da quello di Palepolis, ossia di “città vecchia”, attribuito al primitivo insediamento.
Sul colle di Palepolis vi s’insediano nuovamente alcuni degli stessi cumani.
Come riportano testi di antichi autori, nella nuova fondata città il culto di Partenope continuò ad avere grande importanza. In suo onore e per volere dell’oracolo di Delfi dopo l’arrivo a Neapolis di coloni ateniesi, lo stratega ed ambasciatore ateniese Diotimos in visita alla città proclamò dei “sacra”. Fece sacrifici a Partenope e organizzò un ricorrente agone ginnico. La corsa con la fiaccola (lampadedromia) ne era la manifestazione principale. L’agone ginnico si teneva sul posto ove era stata eretta una sua tomba, come riferisce il geografo greco Strabone (tra il 21 ed il 25 a.C.).

Lucio Licilio Lucullo acquistò il vasto fondo nel I secolo a.C. Forte guerriero, amico di letterati, amante di ville, ne aveva a Baia, Tusculo, Pompei. Adornò quella di Megaride con giardini degni di un imperatore. Piantò ciliegi fatti arrivare da Cerasunto e ogni altra pregiata pianta da frutta. Impiantò vivai di pesci pregiati e uccelliere con volatili rari. La moglie Servilia, tripudio di bellezza e gioventù, sorella di Catone, bellissima romana, organizzava danze festose, luminarie da sogno, giochi e banchetti, mentre sotto i portici della villa risuonavano le note di cetre e tiorbe.
Lucullo amava le feste sontuose e i pranzi lunghissimi che duravano fino all’alba. Tra toghe di porpora, pepli di bisso, splendidi gioielli, corone di fiori, pietanze prelibate, Servilia, giovane e gaia, corteggiatissima da giovani e meno giovani, nell’adulazione d’amore era sempre allegra, lusinghiera e crudele come una novella Partenope. Lei saliva il declivio felice del piacere, Lucullo si avviava tranquillo verso la pace della vecchiaia.

Poi il ricordo di questa proprietà si conservò con il nome di Castellum Lucullanum fino ad età tardo romana. A metà del quinto secolo, con l’imperatore Valentiniano III, la Villa venne fortificata e nel 476 d.C. vi fu tradotto in esilio l’ultimo imperatore di Roma, il giovanissimo Romolo Augusto, figlio di Oreste trucidato a Ravenna da Odoacre, cui per motivi politici fu fatta salva la vita.
Di questo concentrato di fulgore divino ed umano, unico al mondo, poco è consapevole chi oggi percorre il litorale napoletano, il Chiatamone, Santa Lucia, Pizzo Falcone, attirato dalla sola bellezza della modernità e del panorama.

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