Sorrento, le emozioni che non si possono narrare

Una città antica di stemmi in tufo grigio. Il Museo Correale è il più piccolo e bello del mondo. Le rotte del sentimento: Via della Rota, la salita della Marina, l’albergo di Caruso, il glorioso Tramontano.
I passi di Torquato Tasso nella notte. La bougainville delle sorelle Serracapriola. La casa bianca degli Astarita, il Palazzo Gargiulo e la villa cinematografica di Nino Cuomo. Il nobile negozio dei merletti. Strapiombi e grotte. Il ricordo di uno stordimento nel fiordilatte a Massa.

A Tragara si arriva tra ombre fiorite e odorose, e falci di luna fra cipressi e oleandri, e dal basso muretto si vede il mare di Capri: che non è mai nero ma al massimo blu intenso. E ci si ferma dove l’ombra è più propizia, e chi ha fatto l’amore a Tragara di notte – o magari un piccolissimo amore, un fruscio della pelle come di campanule e cirri di glicine – lo sa. Ma è incantesimo da poco, luna di miele provinciale, spesso solo un rituale da dover celebrare perché di notte a Capri si fa così.
Sorrento è un’altra cosa. Via della Rota, verso il Museo Correale – che è stato definito “il più bel piccolo Museo del mondo” – è un’emozione che non si può narrare, non per il luogo comune della impossibilità della parola a descrivere uno stato d’animo, ma perché il più grande Poeta di tutti i tempi lo dichiarò apertamente, che vi sono momenti che “intenderli non può chi non li prova”.
Camminare lungo i muri delle ville e le cancellate degli alberghi, cingendosi la vita a vicenda, incide una ferita così profonda e dolente che non si ha più l’animo di ricordarla. L’idea dell’Amore e della Morte non porta ai Faraglioni di Capri, ma alla salita della Marina di Sorrento fino alla piazza dove un Santo paesano come Antonino sembra un pastore da presepe: quel taglio nel tufo con i ghirigori della carrozzella che va più lenta del passo d’un uomo, con lunghe edere pendenti sul capo, e il buio della Marina che si schiarisce ad ogni svolta per le luci del vecchio Fauno, fino al negozio di “Handkerchiefs” dove per un secolo si ricamò con tutti i punti del merletto. E poi il miracolo dell’orrido sotto il ponte che dalla piazza porta al nuovissimo Corso Italia, con strapiombi e grotte dove per poco il cor non si spaura. E ti addentri nella città antica e nobile, con gli stemmi di piperno – anzi di tufo grigio di Nocera, che sembra piperno a chi non lo sa – e quell’atrio muschioso con lo sfondo di una meravigliosa prospettiva barocca di mattonelle di Cerreto (o forse di Vietri antico) dove il vecchio Ruocco disponeva i fiori coltivati nel suo giardino di palazzo Correale: un festoso vivaio dal quale, comprando soltanto una piantina di geranio, si poteva scavalcare la bassa siepe ed entrare nel Museo senza biglietto…
Corre da tempo una sciocca classificazione che vorrebbe a Capri i giovani, rispetto a una Sorrento gradita solo agli anziani, agli inglesi col bastone ed alle gentildonne con ombrellini da sole. Ma i giovani aristocratici e schivi di baldoria amano ancora passeggiare tra le tarsie del palazzo di Gargiulo e la villa di Nino Cuomo – che fu di Carmine Gallone, regista del cinema d’oro – e schivano il locale caprese alla moda col chitarrista vestito da marinaio (senza gli accordi giusti) e il cantante celeberrimo dai nitriti nasali, preferendo i cannelloni del Parrocchiano e le delizie del “Vittoria” con la sua insegna infuocata di oro fino, senza farsi mostrare la stanza abitata da Caruso perché probabilmente nemmeno Luca e Lidia Fiorentino sanno quale esattamente era, giacché le vibrazioni di “Torna a Surriento” stanno in tutte le stanze e nei corridoi affrescati; così nel glorioso Tramontano che piacque alla Zarina, dove Ernesto de Curtis componeva le sue canzoni che erano autentici “lieder” – fra cui quella stupenda da non doverla nemmeno citare – e il fratello Giambattista dipingeva ortensie e tralci d’uva.
Andare e venire da Capo di monte in giù e poi risalire di nuovo, come se si volesse far visita alle altere e dolci sorelle Serracapriola nella loro villa tutta ricoperta di bougainville potate a corto, o ad Angelo e Mario Astarita nella bianca casa traboccante di acquarelli di Gigante e di vasi Attici; come si volesse arrivare da Francischiello per fermarsi infine nella piazza di Massa dove il buon Savarese con le belle figlie impastava il più squisito fiordilatte della Costiera. Fino agli anni Sessanta il gagliardo Maestro dei latticini ne portava di persona una ventina di chili, in due canestri, fino a casa degli affezionati clienti di Napoli. E una volta che un appassionato intenditore gli fece visita a Massa e perse i sensi fra le vasche dove galleggiavano i candidi globi, il buon uomo rimase allibito, e per anni raccontò che non aveva mai visto “un signore che mangiava con le mani chili di fiordilatte ancora tiepido, tanti chili che non fu possibile pesarli e gli si fece un forfait”. Cioè lo fece a me. Capri è arrogante (anche se splendidamente oleografica), popolata da ricchi e/o da sciocchi (un bicchiere di minerale mille lire); Sorrento è gentile, dolce, si dà per amore e non per danaro. Capri la salvano Cerio, Munthe, Douglas, il Sindaco-macellaio e il guerriero Teodorico, quelli della Conchiglia, Tonino Cacace figlio d’un grand’uomo e di una madre-regina, Francesco Sirignano, Giovanni Schettino, Elio Sica, Ada Brindisi, Franco Tortora, la Boniello e qualche altro.
Ma Capri, diciamolo pure, è una fascinosa meretrice, mentre a Sorrento si sente ancora il passo lieve del Poeta che salì dalla Marina per rivedere l’ultima volta la sua patria.
Era un mattino di sole, le vie deserte: la sorella gli venne incontro, ma sulle prime non lo riconobbe, tanto stremato e deluso era il Vecchio esule, stanco delle Corti, folle nei suoi incantamenti. Ma noi lo sentiamo sempre, quel passo, ogni volta che andiamo a Sorrento: vergine resa incinta dalla dolcezza, come l’ingenuo Plinio diceva delle cavalle di Andalusia, ingravidate dal vento.

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