Sotto la fiaccola, trucchi a volontà

– di Mimmo Carratelli

Agosto a Pechino per la 29^ Olimpiade moderna.
La nascita dei Giochi Olimpici in una vallata greca.
Lo stadio di sabbia chiara e l’ippodromo.
Il travestimento della vedova Callipàtira e il perizoma perduto di Orrhippos.
La dieta di fichi secchi e formaggio sopravanzata da quella con carne, uova e miele suggerita da Platone.
Vittorie rubate, scorrettezze e corruzioni.
La prepotenza di Nerone.
Undici secoli di competizioni nell’antichità, poi la fine.
La ripresa voluta dal barone parigino de Coubertin e la frase famosa di un vescovo britannico.

Laggiù, nel Peloponneso nordoccidentale, dove il sole accarezza Olimpia, in una vallata fra colline di ulivi, lambita dal fiume Alfeo, e l'”impronta” dello stadio memorabile, lungo 211 metri e largo 32, che era di sabbia chiara, ai piedi del tempio di Zeus, circondato su tre lati da gradini di marmo che accoglievano fino a 40mila spettatori, la fiamma delle Olimpiadi di Pechino si è accesa il 24 marzo. Fra le colonne del tempio di Hera, l’attrice Maria Nafpliotou ha fatto convergere i raggi del sole nel braciere dove è divampata la fiamma dei Giochi e ha poi consegnato la fiaccola all’atleta greco Alexandros Nikolaidis, il primo delle migliaia di tedofori destinati a portarla in cinque continenti per 137mila chilometri, fino a Pechino. Siamo così giunti alla ventinovesima Olimpiade moderna che accende, questa estate, le telecamere del mondo sulla Cina.
Nell’antichissimo passato, i Giochi si svolgevano ad Olimpia provvista dello stadio, dell’ippodromo (lungo 770 metri e largo 320), delle palestre, dove gli atleti si allenavano, e adornata di templi, teatri e statue. Si possono scorgere i resti di sedici basi marmoree con i nomi dei primi furbi delle Olimpiadi, quelli che truccavano le gare e corrompevano i giudici, non proprio una rarità nelle 293 edizioni degli antichi Giochi olimpici in undici secoli.
Pare che i Giochi siano cominciati nel 776 a.C., ma si tratta di una data convenzionale, alla quale si fa risalire un primo elenco di vincitori e, che si sappia, il primissimo vincitore fu Corebo, atleta dell’Elide, che vinse la gara di corsa.
Le Olimpiadi greche erano vietate alle donne, ma una riuscì ad intrufolarsi tra la folla per vedere gareggiare suo figlio. Era la vedova Callipàtira che si travestì da allenatore.

Ma dopo che il figlio vinse, nell’abbracciarlo si scoprì e rivelò il suo vero sesso. Di norma, le donne sorprese ai Giochi venivano fatte precipitare dal monte Tipeo, sulla strada per Olimpia. Ma la vedova era imparentata con molti vincitori dei Giochi e fu risparmiata. Dalla sua sortita venne fuori la norma che obbligò gli allenatori a presentarsi nudi nello stadio. Correvano nudi gli atleti dopo che Orrhippos di Mègara perse in corsa il perizoma e sostenne che nudi si correva meglio. A maggior ragione bisognava tenere le donne lontano dallo stadio.
Atleti scorretti, vittorie truccate e giudici corrotti nacquero con le Olimpiadi. Le vittorie valevano molto e più d’uno forzò la mano al responso del campo.
Un vincitore olimpico era sistemato per sempre: due sontuosi pasti al giorno, niente tasse, posto fisso nel sinedrio dei potenti, onori e denaro per tutta la vita, il diritto a farsi immortalare dagli scultori più celebri.
Era veramente tanto per resistere alla tentazione di farcela ad ogni costo, non escluse particolari diete. Il velocista spartano Chamis (668 a.C.) si nutriva di fichi secchi e formaggio per ricavarne un alto potere energetico. P er centotrenta anni, la dieta di Chamis fece testo. Ma poi il lottatore Eurymenes di Samo dimostrò che l’alimentazione a base di carne, uova e miele, suggeritagli da Pitagora, era più redditizia. I trucchi furono molteplici.

Lentisco di Messina vinse il pancrazio (lotta più pugilato) con una mossa proibita che ingannò i giudici. Lentisco afferrò per le punte delle dita il suo avversario fino a spaccargliele costringendolo alla resa.
Cleomede di Astipalea di colpi proibiti ne dovette sferrare molti al suo rivale perché, mentre veniva incoronato vincitore, l’altro decedeva per le ferite riportate.
Leon di Ambracia corruppe due giudici che gli dettero la vittoria nella corsa contro Eupolemos di Elide alle Olimpiadi del 386 a.C. I due arrivarono spalla a spalla e, in realtà, la spalla di Eupolemos fu davanti a quella di Leon. Questi, allora, accusò l’avversario di avere corrotto i giudici per aggiudicarsi la vittoria. L’accusa si dimostrò falsa. Il tentativo di corruzione era stato fatto invece da Leon per ribaltare l’ordine di arrivo. Smascherato, la vittoria fu restituita a Eupolemos.
Ai Giochi della 98^ Olimpiade, più sbrigativamente Eupolos di Tessaglia vinse nel pugilato comprando tutti i suoi avversari. La stessa cosa fece l’ateniese Kallippos nel pentatlo (cinque gare: salto, giavellotto, corsa, disco e lotta), quindici olimpiadi dopo. Si cambiavano anche le regole in corsa. Disarcionato dalla sua focosa giumenta, Aura, che giunse sola e prima al traguardo, Pheidolas di Corinto impose la regola che dovesse essere il cavallo a vincere, non il cavaliere, e così si prese quella vittoria, ma, riconoscente, commissionò una statua che glorificasse la sua giumenta.

Nerone impose il suo ruolo di imperatore, e di imperatore temuto.
Stabilì che l’Olimpiade del 65 d.C. dovesse cominciare solo quando fosse giunto in Grecia.
Ci mise due anni ad arrivare e, quando gareggiò, vinse sei titoli olimpici nella corsa delle quadrighe, delle quadrighe dei puledri, nel tiro a dieci dei puledri, nella gara degli araldi, in quella dei tragedi e in quella dei citaredi. Si sospettò fortemente che l’avessero lasciato vincere. Era pur sempre Nerone.
Nel 394 d.C. le Olimpiadi morirono. Le delegittimò il vescovo di Milano Ambrogio che impose all’imperatore bizantino Teodosio di emanare un editto per sopprimere i Giochi considerati dal prelato milanese una espressione del culto pagano e luogo di sempre maggiore corruzione. Le rianimò nel 1894 il barone parigino Pierre de Coubertin, pedagogo e storico, sensibile alla cultura fisica e spinto dalle scoperte archeologiche appena fatte ad Olimpia a riesumare i Giochi. Presentò il suo piano alla Sorbona. Dopo duemila anni, le Olimpiadi risorsero. La prima dell’era moderna si tenne ovviamente ad Atene, nel 1896.
Le nazioni partecipanti furono solo tredici e la rappresentanza greca fu la più numerosa con 180 atleti sui 285 che gareggiarono nella capitale ellenica. Il re Giorgio I dette il via ai Giochi nello stadio affollato da 50mila persone, fatto costruire con la donazione di un milione di dracme dal possidente ateniese Giorgio Averov.

Per pubblicizzare lo spirito delle Olimpiadi divenne famosa la frase attribuita al barone de Coubertin:
“L’importante non è vincere ma partecipare”. Tempo fa, il signor Geoffrey de Navicelle, pronipote del barone, rivelò che la frase non fu mai pronunciata dal suo antenato, ma era stata di un vescovo britannico nel corso di una cerimonia religiosa celebrata durante i Giochi di Londra 1908.
Rinacquero le Olimpiadi e tornarono molti trucchi per vincerle. Con la truffa di Ben Johnson a Seul, la mazzata fu forte. Su vittorie, miti e campioni si allungò l’ombra del dolo, del nandrolone e della cocaina. Dopati eccellenti, alla fine di una lunga lista, il saltatore cubano Javier Sotomayor, il vecchio Linford Christie, uno dei tanti “figli del vento”, l’affascinante giamaicana Marlene Ottey, la strepitosa californiana Marion Jones, donna bionica e stupenda. Il trucco più incredibile è stato quello del maratoneta americano Fred Lorz alle Olimpiadi 1904 a Saint Louis, pittoresche e assai confuse. Lorz si fece in macchina metà percorso della maratona e poi giunse primo al traguardo “fresco come quando era apparso alla partenza due ore e mezzo prima”.
Si sottrasse al linciaggio dicendo che aveva voluto fare uno scherzo. Fu squalificato per un anno.

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