Sul gozzo di Ernesto

– di Antonio Maria Fiorillo

Le emozioni per mare costeggiando Capri. Dal litorale sfavillante di Marina Grande a Palazzo a Mare puntando verso la Grotta Azzurra. Il piccolo fiordo di Cala del Rio e il Faro sull’estremità rocciosa di Punta Carena. La maestosità del Solaro. Il rustico termometro del marinaio che ci accompagna per misurare la temperatura dell’acqua. La contessa Vittoria compagna di gita. Un gustoso panino dopo il bagno.

“Vuoi venire in barca con me? La giornata sarà splendida, il marinaio disponibile. Porterà anche il caffè. Ci vediamo alla mezza a Marina Grande dov’è la salumeria e ci facciamo confezionare un bel panino. Ognuno per conto suo secondo il proprio gusto”.
“Vengo” le rispondo “ma la mia età richiede un valido aiuto per l’imbarco, lo sbarco e la discesa in acqua”.
“Non ti preoccupare” mi rassicura, “per me le cose non sono differenti. Ernesto benché anche lui non giovanissimo ci sarà di valido aiuto”.
Il sole scottava e la funicolare andava su e giù con turisti a non finire e con residenti anch’essi diretti al mare. Avanti alla salumeria un gruppo di persone era in attesa di potervi accedere. Ero in anticipo e proseguo verso la darsena.
Ritorno e la mia ospite era già lì con panino in borsa.
“E il tuo panino?” mi chiede. “Non l’ho ordinato ancora”. “Oh Dio!” soggiunge , “ora dovrai fare la fila. Io l’ho prenotato da casa e subito ritirato”.
Sono mortificato per l’attesa che le avrei fatto fare. Mi precipito nel locale, prendo il numero e attendo pazientemente. La situazione non è tragica. I numeri prima del mio sono quattro e a servire sono addirittura in tre. A distanza, faccio un segno alla mia ospite se occorre acqua, ma all’acqua provvede il marinaio. Ordino un panino tonno e pomodoro e mi viene messo in busta. Sotto il sole, riprendo il cammino verso la darsena discorrendo con la mia ospite della mia poca esperienza ad un rapido acquisto.

Il gozzo di Ernesto è ancorato nello specchio d’acqua accanto alla pompa di benzina. È con altri natanti quasi delle stesse dimensioni in file d’ormeggio. Una volta alla banchina la mia ospite m’indica la barca che ci accoglierà. E’ quella in cui a bordo un uomo sulla settantina con un cappellino quasi identico al mio si dà da fare per salpare e accostare alla scaletta che ormai era ai nostri piedi. È Ernesto il padrone del gozzo e nostro accompagnatore. La manovra è lenta. Poi Ernesto vorrebbe aiutarci, rifiutiamo, ma sia Vittoria sia io scendiamo in barca con scarpe ai piedi. In barca non si devono calzare scarpe. Sporcano e possono rovinarla. L’età e la scarsa agilità ci fanno perdonare.
Lasciamo il porto. Anch’io tolgo i vestiti e resto in costume da bagno. Osservo la barca. È un bel gozzo di sette metri, in legno. In passato anch’io ho avuto un bel gozzo. L’ho ceduto perché governarlo era diventato troppo faticoso. Avrei dovuto almeno farci installare un verricello elettrico per l’ancora.
Navighiamo lungo costa verso occidente. Il litorale di Marina Grande è sfavillante. Si vede il primo tratto di strada in salita che parte dal porto con la fila di alberghi, le ville e i giardini. Più su l’abitato di Capri e a destra il Solaro con il suo bosco e la grande parete rocciosa. “Capri regina di rocce” recita una poesia di Pablo Neruda.
Con Ernesto magnifichiamo le qualità marinare dei gozzi di legno. Lui ne esalta la grande stabilità. La maggiore velocità di quelli in vetroresina passa in secondo ordine. Io soggiungo che il mare non si gode correndo.
E’ calma piatta, solo un leggero vento. Passiamo dinanzi a Palazzo a Mare e proseguiamo per la Grotta Azzurra. Lo stabilimento di Tiberio pullula di bagnanti. Il suo altoparlante richiama persone. All’ingresso della grotta, poi, il solito pullulare d’imbarcazioni e di barchini che da quelle accolgono turisti e visitatori e li trasportano due a due nell’antro attraverso il piccolo foro d’ingresso. A visita terminata, ne escono con barcaioli stanchi e visitatori raggianti per il fantastico spettacolo a cui hanno assistito.

Proseguiamo e domando al nocchiero dove ritiene di gettare l’ancora per il bagno. Il sole picchia, siamo riparati da un ampio tendalino, fa caldo. Vittoria è a prua distesa sul prendisole col viso quasi coperto da una paglia.
Ernesto chiede: “Signora le va bene se ci fermiamo a Cala del Rio? Il mare sarà perfetto”.
C’inoltriamo passando tra imbarcazioni di vario tipo debitamente ancorate. Numerose persone sono in acqua e al nostro passare ci guardano. La barca scivola lentamente sul mare. Ora sotto costa non c’è vento. In fondo alla Cala, proprio al di sotto Villa Rovelli, il piccolo fiordo non era accogliente.
Vittoria volle che Ernesto dirigesse oltre. Non era il caso di ormeggiare fuori del piccolo fiordo ove erano le altre imbarcazioni.
“Dove andiamo allora?” ci s’interroga. Ernesto ha le idee chiare. Accelera e si dirige ancora più a sud lungo la costa verso la punta del Faro. Passiamo sotto il primo fortino, cioè il restaurato presidio fortilizio più a nord della linea di difesa navale borbonica che si sviluppa lungo tutto il versante sud ovest dell’isola. Di qui il Solaro appare come una montagna dolomitica. Un ampio costone si mostra disseminato di numerose ville spesso nascoste nella vegetazione. In cima ad una scogliera, in alto, sorge Torre La Guardia splendidamente ristrutturata. Era una fortezza contro i saraceni e i pirati costruita verso la fine del Quattrocento. Passiamo sotto il secondo fortino. S’intravede anche il camminamento che congiunge il sistema. Entriamo lentamente nella piccola insenatura chiamata Tombosiello. Poco oltre, il faro di Punta Carena troneggia sull’estremità della costa.

Il mare è calmissimo. L’acqua di un limpido verde smeraldo. Poche imbarcazioni galleggiano immote in ancoraggio ma anche con cime agganciate di poppa a spuntoni di roccia. Così variazioni di vento o di corrente non influiscono sul loro assetto. Vittoria invita l’abile marinaio a gettare l’ancora alla fine dell’insenatura ove il fondo del mare è perfettamente visibile con i suoi ciottoli e piccoli scogli. Non ci sono ricci; piccoli pesci corrono qua e là. Ernesto fa la cima dell’ancora alla cui base ne è legata un’altra altrettanto lunga e sottile che termina con pomelli galleggianti. Serve per disincagliare l’ancora dal fondo. Se non si riesce a salparla perché incastrata fra gli scogli si agisce con la cimetta, l’ancora si capovolge e consente la liberazione. Si ancora da poppa e saltando a prua lancia un ancorotto su uno scoglio a terra. Stabilizza la barca.
C’è pace assoluta. Solo lo sciacquio delle bracciate di pochi bagnanti. Quelli sulle barche discorrono a bassa voce o sono silenti stesi al sole. La maestosità del sito incoraggia un riconosciuto rispetto. Ernesto apre la ghiacciaia e offre acqua fresca. Sebbene sono già circa le due, di consumare i panini non se ne parla proprio.
“Ernesto che temperatura ha l’acqua?” chiede Vittoria. “È ora di fare il bagno”.
Resto interdetto. Ernesto trae da un sdrucito borsone un tubo metallico di circa trenta centimetri e di quattro di diametro, semi arrugginito, collegato a un breve logoro spago e lo immerge in acqua. Lo ritira e sentenzia: “Sono ventotto gradi”.
Vittoria è contenta, la temperatura è giusta per un bel bagno. S’immerge in acqua dalla scaletta che Ernesto aveva provveduto ad agganciare sul fianco del gozzo risplendendo nell’eccellente figura, nonostante l’età.
Mi dice: “Vedi, Ernesto mi tratta da contessa”.
“Non da contessa” replico, “ma da principessa”. “No, no, da contessa” soggiunge. “Io sono veramente contessa. Il casato della mia famiglia di nascita risale al Seicento”.

Rimasto solo con Ernesto gli chiedo come mai avesse quello strano termometro. Ha lavorato fin da giovanissimo come meccanico alla centrale termoelettrica. La temperatura della turbine doveva essere continuamente controllata. Quando andò in pensione prese un termometro da un motore rottamato.
Entro in acqua anch’io e nuoto per circa venti minuti. Acqua limpidissima. Che bello.
Ritorno a bordo e sono invitato a mangiare il mio panino. Mangia il suo minuscolo anche Vittoria, ma non vedo mangiare Ernesto. Lo avrà fatto mentre ero in acqua. Mi stendo al sole a prua.
Vittoria, a poppa, conversa con una giovane conoscente che resta in acqua. E’ venuta a nuoto da un’imbarcazione ancorata più avanti. Partecipo alla conversazione.

Ormai è tardi, è ora di rientrare. Ernesto toglie la scaletta e l’ancorotto di prua, ma non riesce a salpare l’ancora di poppa.
“Utilizziamo la cimetta” gli dico. “No, non c’è bisogno” mi risponde con voce influenzata dallo sforzo. Dà una breve accelerata a marcia indietro e, sorpassato il fondale che l’ostacola, recupera il ferro.
Pian piano usciamo dalla caletta, agitando la mano salutiamo la visitatrice ora distesa sul prendisole della sua barca. Ci avviamo a nord per doppiare di ritorno Cala del Rio ormai quasi deserta e proseguiamo verso est. Gradola è ancora colma di bagnanti nonostante siano quasi le cinque del pomeriggio. Dal ristorante che segue il battello di servizio riporta gli ultimi avventori alle proprie imbarcazioni legate ai corpi morti. La navigazione è fluida e il sole caldo per vento da poppa. Sullo stabilimento più avanti s’intravedono poche persone. Saranno tutte in piscina.
Alla Grotta Azzurra ora non ci sono più battellieri, le imbarcazioni sono però ugualmente numerose. È l’ora in cui il libero accesso invita ad entrare a nuoto. Magnifica avventura e sensazione. Immersi nell’acqua della grotta la pelle appare argentata. Ho vissuto anch’io questa esperienza.

La spiaggia di Palazzo a Mare ora è completamente all’ombra e quindi deserta. A settembre il sole declina più a sud e il Solaro lo nasconde al sito.
In vista del porto Vittoria si toglie il costume ed è pronta a sbarcare. Si accorge che vorrei fare lo stesso. Mi fa dare da Ernesto, che continua a governare, un grande telo e goffamente mi cambio.
Entriamo in porto tra una moltitudine di barche anch’esse in rientro. Rendono difficile la navigazione. Sfrecciano da ogni parte, indugiano dinanzi al proprio attracco. E’ l’ora di punta. Sbarchiamo al posto dell’imbarco. Saluti ad Ernesto e ringraziamenti a Vittoria per la bella giornata di mare. Nel salutarla le dico che la vorrò presto ospite di mia moglie e mia per una piacevole serata.

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