Sul treno azzurro da Mosca a Pechino

– di Mino Rossi

Un viaggiatore affascinante, un’asiatica bellissima, un giornalista di New York e un ghirghiso sogghignante tra i passeggeri russi, mongoli e cinesi. Un viaggio di sedici giorni. Sugli Urali il passaggio dall’Europa All’asia. La ferrovia gira attorno all’immenso lago Baikal che sembra non dovere finire mai. La puntualità del convoglio di quattordici carrozze trainate da una possente locomotiva. L’arrivo a Cambaluc, la città antica di Marco Polo.

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200805-14-3mIl treno azzurro lascia lentamente il massiccio scalo di Yaroslavsky, una delle sette stazioni di Mosca. Le quattordici carrozze, trainate da un’imponente locomotiva corazzata, scivolano silenziose sui binari. Comincia un viaggio di ottomila chilometri. Andremo lontano, molto lontano. Sino a Pechino. E’ il Trans Siberian Express che viaggerà per sedici giorni. Inerpicandosi sugli Urali, lascerà l’Europa per inoltrarsi in Asia. Sin dal primo giorno, nel vagoneristorante di testa, un uomo affascinante, un po’ hippie, un po’ esploratore, molto ciarliero, con una dolce parlata, cattura l’attenzione dei viaggiatori. Ad ascoltarlo sono passeggeri cinesi, russi, mongoli e alcuni europei. Tra questi ultimi c’è un giovane giornalista di New York che prende appunti.

Sono tra quelli che ascoltano l’uomo che racconta, ma guardo insistentemente a un tavolo del vagone-ristorante dove siede una autentica bellezza asiatica, il volto largo e bianco, gli occhi lunghi e neri, i capelli di seta nera con riflessi blu. Veste all’occidentale e indugio sulla gonna corta che svela le ginocchia. Il viaggiatore affascinante comincia i suoi racconti con la medesima frase: “Quando l’uomo si parte di…”. Si sofferma su nomi di città che molti non capiscono, ma le città risultano reali tanta è la sicurezza del viaggiatore nel descriverle con precisione di dettagli, colori e costumi. Oltre i finestrini, scorre veloce un paesaggio di pini e di betulle. Viaggiamo nel bassopiano occidentale siberiano.

L’uomo parla con passione di cammelli e “bei cavagli”, di ville e castella, di tappeti e lavori di seta e panni d’oro, e di girifalchi, fagiani, falconi, e di popolazioni le più diverse. Potrebbe essere un mercante, un geografo o un ambasciatore, ma nessuno osa chiedergli chi sia. Parla in continuazione di palagi d’oro e giardini mai visti al mondo, di fiumi e deserti.
Quando arriviamo alla città di Irkutsik, la visione del lago Baikal è straordinaria. E’ il lago più grande e profondo del mondo, lungo quasi 650 chilometri. Il viaggiatore che racconta non sembra meravigliarsene. Molte meraviglie egli ha già visto. Ma il treno fa il giro del lago e lo spettacolo è immenso. Il treno entra ed esce da trentanove gallerie e il lago è sempre là che sembra non dovere finire mai.

Ora il viaggiatore narrante parla di una città dell’Azerbaigian ricca di giardini e pietre preziose, popolata di mercanti. Deve essere stato in tutti i luoghi di cui parla, ma dice poco di sé. E non parla solo di città e villaggi, ma anche di deserti e montagne e ci fa il conto di quanti giorni ci vogliono per attraversare i primi e superare le seconde, giorni e notti che neanche immaginiamo, e parla di uomini che cavalcano o camminano e dormono sotto cieli stellati.
Quando cita una provincia, che chiama Bastian, e a noi sfugge l’esatta collocazione, il viaggiatore che ci affascina sottolinea una curiosa abitudine degli abitanti che portano alle orecchie “cerchiegli d’oro e d’argento e di perle”. Lo riferisce con gusto e a noi sembra una meraviglia poco meravigliosa perché c’è tanta gente al mondo che va così conciata, uomini compresi, orecchini e piercing.
Un stralunato ghirghiso dell’Afghanistan, che scenderà alla stazione di Ulan Ude, al confine tra la Russia e la Mongolia, ha l’ardire di interrompere il lungo racconto con una vera e propria impertinenza: “Ma voi, messere, non parlate mai di donne”.

Guardo la bellezza asiatica che mi sta di fronte e lei abbassa gli occhi. Ora vedo meglio le sue ciglia stupende e la magnifica fattezza del piccolo naso, un po’ schiacciato. “Ma sì, parliamo di donne. Le avete vedute?” si intromette il giornalista di New York.
“Ne ho vedute tante” dice il viaggiatore affascinante. Ed ora parla delle città dove ha veduto molte donne e scoperto originali usanze che troviamo molto divertenti. Quando parla di una provincia del Turkestan cinese non esita a svelare la straordinaria ospitalità della popolazione di Kamul. Gli abitanti di questa città, dice, spingono la squisitezza della accoglienza offrendo le proprie mogli ai forestieri. Al giornalista di New York sfugge la “biro” con cui stava scrivendo e lo stralunato ghirghiso ha un sogghigno. La bella asiatica arrossisce un poco.

Dunque, a Kamul, il forestiero rimane con la moglie che gli viene offerta e “fa con lei quello che vuole e stanno in grandi sollazzi”. Il viaggiatore ha un curioso modo di parlare. Espone i fatti e non dà mai giudizi, né esprime opinioni. Riferisce quello che ha veduto. Senza ironia, ma come se fosse solo un dettaglio di cronaca, dice che gli abitanti di Kamul sono tutti bozzi, volendo dire cornuti, ma “non si tengono vergogna”. Ora il giornalista di New York prende appunti nervosi e tutti si mostrano molto interessati all’ospitalità di Kamul.
In un posto chiamato Kan-chou, riferisce l’affascinante viaggiatore, l’uomo “prende fino a trenta femmine e se alcuna non le piace la puote cacciare”, e prendono anche cugine e zie, ma “non lo tengono come peccato”. Il ghirghiso sogghigna di nuovo e il giornalista di New York ha un’aria scandalizzata.

Il viaggiatore affascinante ci informa che i tartari prendono sino a cento mogli, solo però se possono mantenerle economicamente, altrimenti ne prendono meno. Ora l’asiatica mi guarda con occhi misteriosi, ancora più seducente. Vorrei chiederle in quale stazione si fermerà, ma il racconto del viaggiatore affascinante non me ne dà il tempo. Il racconto non ha mai fine e forse terminerà solo quando il treno arriverà a Pechino.
In una regione del Tibet, dice, nessun uomo “piglierebbe alcuna pulcella per moglie se non è costumata”. Poiché non afferriamo bene il senso, lui spiega: “Voglio dire che la donna deve avere già avuto le sue esperienze sessuali”. Questa è proprio bella e il giornalista di New York rimane con la “biro” per aria, indeciso se informare i suoi lettori di questa costumanza. “La cosa è molto semplice – spiega il viaggiatore affascinante. – Le vecchie del posto tengono le loro figliuole davanti alle tende e agli alberghi e le fanno giacere con i mercanti di passaggio, poscia le maritano”. L’incantevole asiatica arrossisce di nuovo e vorrei almeno chiederle come si chiama e se scenderà a Pechino e se là vive. Ma l’affascinante viaggiatore ha ancora da raccontare.

A Chien-chang, sul fiume Yang-tze-Kiang, l’ospitalità non è minore e gli abitanti hanno “grande larghità di loro femmine ai forestieri” e gli offrono anche la casa “per giacersi con elle”. Il viaggiatore affascinante aggiunge un elegante particolare. Quando il forestiero sta in casa con la fanciulla, appende il suo cappello alla finestra per informare che è ancora là, a sollazzarsi, e nessuno deve disturbarlo.
“E voi, messere – osa chiedere il giornalista di New York, – siete giaciuto con tali donne?”. L’affascinante viaggiatore non tradisce alcuna emozione e non risponde. L’asiatica bellissima lo guarda con interesse. Penso che mi manca una fidanzata cinese.
Il treno azzurro fa le sue fermate con grande puntualità. Dopo il lago Baikal ha attraversato le terre di Gengis Khan e il deserto del Gobi. Ci sono stati problemi per lo scartamento dei binari che non è uguale per tutto il percorso e, in Cina, ancora meno. Ma arriviamo a Pechino con un solo minuto di ritardo e tutti sono molto soddisfatti.

La ragazza asiatica scende dal treno con una grazia leggera. Mi riempie gli occhi e il cuore. Se ne va accennando appena a un saluto piegando il capo e socchiudendo le grandi ciglia nere.
Il viaggiatore affascinante scende dal treno con molta calma. Si guarda intorno. Dice appena: “Non è più come una volta e, ai miei tempi, questa città si chiamava Cambaluc”. Ha un bagaglio leggero e, prima di allontanarsi, si congeda con garbo: “Il mio nome è Polo, Marco Polo”.

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