Sulla mia barca verso Capri con Liz e Burton ubriachi

– di Eddy Monetti

La memoria visiva esiste, e la mia conserva intatto, tra gemme e fondi di bottiglie, il colore degli occhi di Elizabeth Taylor: la viola quando la aspergi con l’acqua (a Napoli diciamo “‘na viola nfosa”). Imparai a contemplarli in una giornata, che poi il tempo renderà memorabile, di fine giugno dell’anno 1972. A Roma, il sole mi pedinava quando trovai rifugio nel mio negozio di via Condotti. Qualche ora dopo, ricevetti una telefonata dal portiere del “Grande Hotel”. Non conoscevo l’uomo dalle chiavi incrociate sul bavero del frac che, invece, sapeva (e non so come) quasi tutto di me. Compreso il possesso di una barca (che lui definì pomposamente yacht) e addirittura il nome col quale l’avevo battezzata quando la denunciai all’anagrafe del mare: “Caleche II”.
“Avrei bisogno di una gran cortesia: accompagnerebbe a Capri la signora Taylor e il marito Richard Burton col suo Caleche? Sa com’è, sono tormentati e terrorizzati dai paparazzi”.
Per i più giovani devo precisare che Elizabeth Taylor in quell’epoca era considerata (e lo era!) l’attrice più bella e famosa in circolazione. Metti insieme le famosissime Julia Roberts, Sharon Stone e Demi Moore e non arrivi che alla metà dei decibel che raggiungeva il coro dei consensi quando Liz appariva in una strada (paralizzando il traffico) o sul set dove girava.
L’aver sempre creduto che la vita è fatta di incontri mi fiondo il giorno dopo a Napoli per accogliere nel tardo pomeriggio al Borgo Marinari, dove – scriveva Ma-rotta – il mare si rifugia e dorme, la coppia più bella del mondo.
La traversata fu disturbata da un mare abbastanza mosso (“punente a maisto” sentenziò il marinaio), ma non tolse ai miei ospiti il piacere e la voglia di tracannare in meno di un’ora due bottiglie di vino francese di alta gradazione. Parlammo per il tempo della traversata una lingua muta espressa con quegli accenti che solo gli occhi sanno dare, con la mobilità dei visi viziati da un eterno sorriso, mentre qualche gesto delle mani faceva da ipotetica punteggiatura. Ma ci capimmo a perfezione, perché nel loro sguardo veleggiava l’amore e nel mio il piacere e lo stupore per tanto incontro e tanta compagnia. Arrivammo a Capri mentre il tramonto spingeva il sole nel mare e, per quella legge ben nota e detta “radio caserma”, un temporale di flash ci bersagliò allo sbarco. Un’auto scoperta portò via la bella signora, che mi fece pervenire, dopo qualche giorno un enorme mazzo di fiori bianchi e una bella lettera che conservo e alla quale risposi ringraziando per avermi fatto sognare per un’ora nonostante “o punente a maisto”.

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