La testa nel pallone

di Mimmo Carratelli

Dai capelloni degli anni Sessanta, ai capelli rasta e alle creste variamente acconciate tra i calciatori. Il primato di Marek Hamsik in Italia. Antesignano assoluto un presidente del Montpellier che, nel 1973, per la vittoria della sua squadra si fece i capelli a cresta di gallo blu e arancione, i colori del club. Il “riporto” di Bobby Charlton, la “foresta” di Carlos Valderrama, le trecce rotanti di Gullit, i due piccoli corni di Taribo West e la “testa di ananas” di un attaccante del Nottingham Forest.

Nella disputa planetaria sulla primogenitura della cresta in un mondo di calvi, di codini, di parrucchini e treccine, di frangette e colpi di sole, di mohicani e irochesi, il calciatore del Napoli Marek Hamsik taglia corto: “Io porto la cresta punk dall’età di dieci anni. Andavo tutte le settimane dal barbiere. Era comoda, la mattina facevo presto, non dovevo pettinarmi”.
Dunque, i primi capelli irti di Marek datano 1997. La disputa col faraone milanista Stephan El Shaarawy, padre egiziano e madre italiana, non esiste. Nel 1997 El Shaarawy aveva sei anni e i capelli ancora in ordine. La cresta di Marek Hamsik è arrivata prima.
Non ammette dubbi Rino Riccio, ventinovenne hair stylist di Pozzuoli, che ha in cura la testa del campione slovacco. “La prima cresta vera di un calciatore in Italia è stata quella di Hamsik. La prima che facemmo era meno fashion. Marek mi chiese di trovare un sistema per evitare che i capelli si gonfiassero ai lati. Lui ha il viso lungo e le ossa temporali piuttosto definite. La cresta, anche se più piccola, mi sembrò una buona soluzione. Cominciò a venire da me a curarsela ogni settimana. Nel tempo abbiamo scartato l’idea di altri tagli. La cresta è stata irrinunciabile dopo quel gol alla Fiorentina. Un gol di cresta, anche se molti l’hanno registrato come autorete di Borja Valero. La cresta da mohicano risale a dopo i Mondiali in Sudafrica. Aveva rasato tutti i capelli per la qualificazione della Slovacchia. Tornò e gli lasciai i capelli rasati ai lati curando solo la cresta che ha tre strati ben definiti. Solo l’ultimo ciuffo è alto sei centimetri partendo da una base di tre”.
Con la sua dotta disquisizione Rino Riccio smorza la polemica a distanza col barbiere di El Shaarawy, il calabrese Salvatore Corigliano da tredici anni in Liguria con salone ad Arenzano vicino Genova. Corigliano, calvo e con pizzetto, sostiene di avere inventato la cresta di El Shaarawy nel 2007 quando il Faraone giocava nelle giovanili del Genoa. “Venne da me e mi disse: fai tu. Dopo sei, sette tagli arrivammo alla versione definitiva della sua cresta. Ho intenzione di brevettarla”. Replica Rino Riccio: “I tagli non si possono brevettare e, in ogni caso, la cresta di Hamsik è venuta prima”. Continua a raccontare: “Fino al 2008, Marek voleva un taglio punk. In seguito abbiamo eliminato il ciuffo. Ora è mohican style. Prima usava un gel e una lozione consigliatigli dalla prima fidanzata. Poi ha scoperto una cera che gli suggerì Calaiò”.
Come è noto, Hamsik ha sacrificato la sua tipica capigliatura in due occasioni straordinarie. Per la qualificazione della Slovacchia ai Mondiali del 2010 e per la conquista della Coppa Italia col Napoli nel 2012. “L’avevo promesso – racconta. – Cannavaro e Maggio mi tagliarono la cresta dopo la finale”.
Un giorno, a Napoli, si è scoperto che Hamsik aveva un sosia, cresta compresa. Era una attraente ventenne veronese, Roberta Filipozzi, difensore centrale del Carpisa Yamamay, squadra napoletana di calcio femminile. Aveva proprio la stessa faccia del principe azzurro, ma seducentemente femminile. Ed era snella come Marek, e, naturalmente, con la cresta nera e alta.
Intervistata dai giornalisti disse: “Sono di Verona, ma amo il Napoli e tifo per gli azzurri. Il mio idolo è Hamsik, anche perché, quand’ero più ragazzina, giocavo a centrocampo. Appena giunta a Napoli, ho voluto un parrucchiere che mi tagliasse i capelli come Hamsik e ho trovato tutto lo staff del Dama Club, uno dei partner della nostra squadra di calcio, che mi ha accontentata. La cresta che mi sono fatta, alla Hamsik, mi è servita per uno spot pubblicitario a favore del calcio femminile”.
Così stanno le cose, e tutti i ragazzini di Napoli hanno voluto la cresta alla Hamsik dopo che, negli anni Ottanta, furoreggiarono i riccioli alla Maradona e si vendettero molte parrucche, ma la gran parte dei ragazzi aveva già la predisposizione naturale ad acconciarsi i capelli come Diego.
L’ultima versione della cresta di Hamsik è alta e altamente spettacolare, dalla fronte fino alla nuca, un guardrail di capelli al centro della testa rasata ai lati. Non è esatto definirla alla mohicana. Gli esperti suggeriscono che si tratta di un taglio alla mohawk e nessun calciatore può vantarsene primo testimonial perché un uomo di 2300 anni fa, l’uomo di Clonycan, dal nome di una imprecisata località irlandese dove è stato rinvenuto, portava già una fila di capelli centrali tenuta su con la resina e oli vegetali forse per apparire più alto.

La folta capigliatura del calciatore Assou-Ekotto con la maglia del Tottenham

La folta capigliatura
del calciatore Assou-Ekotto
con la maglia del Tottenham

Ora c’è poco da sghignazzare sui capelli dei calciatori variamente acconciati e colorati perché pare che persino Charles Baudelaire, ai suoi tempi ottocenteschi, si tingesse i capelli di verde risultando più orribile del naturale perché aveva capelli radi sulla fronte, un po’ da pazzo. Addentrandoci, comunque, nei saloni da barbiere, tra gli hair stylist e gli acconciatori di chiome famose, come ce ne dà lo spunto la cresta di Hamsik, alla ricerca delle teste più memorabili messe a punto nel mondo del calcio, un dato solo è certo. La prima “testa matta” del pallone non è stato un calciatore, ma il presidente del Montpellier Louis Nicollin che, nel 1973, per la conquista del campionato francese, si fece i capelli a cresta di gallo, blu e arancione, i colori del club. Su questa data non si discute, tutto il resto è un panorama incerto e variegato di capelli più o meno originali, alla moda o semplicemente sorprendenti.
Una volta cresciuto, Hamsik ha avuto al fianco una entusiasta sostenitrice dei capelli verticali, la prima Martina, la sua prima fidanzata, che gli fece scoprire l’uso appropriato del gel e, con i capelli protesi al cielo, retti dal gel, Marek si presentò a Brescia nel 2004. Fece scalpore e attirò l’attenzione di Pierpaolo Marino, il direttore sportivo del Napoli che poi l’attrasse in maglia azzurra.
Divagando sui cuoi capelluti del pallone, il fantastico George Best fu il primo capellone nel calcio, ma questo, negli anni Sessanta, sembrò del tutto normale perché era il momento dei favolosi quattro di Liverpool che portavano i capelli lunghi a caschetto, imitati da tutti. Erano i Beatles.
Capelli lunghi e barbe incolte erano giù cresciuti in America negli anni Cinquanta con i beatnicks, i trasandati della contestazione giovanile, la beat generation pubblicizzata da Jack Kerouac.
Più modestamente, mentre perdeva i capelli, il supremo Bobby Charlton del Manchester United giocava negli anni Settanta con un “riporto”, più che una moda una necessità.
Diciamo che la fantasia pilifera sulla cute calcistica ha avuto i più grandi interpreti fra i giocatori di matrice afroamericana. Un fenomeno che risale alla fine degli anni Settanta (Hamsik non era ancora nato). Nel 1979 il centrocampista colombiano Carlos Valderrama correva sui campi sorreggendo una foresta di capelli ricci, spaventosamente tinti di biondo, che gli facevano una testa enorme. A metà degli anni Ottanta, la folta chioma riccioluta di René Higuita, bislacco calciatore di Medellin, che mantenne però l’originale coloritura scura, si accompagnò al vistoso gioiello che il popolare portiere colombiano portava allacciato attorno al collo possente, uno scorpione incastonato in una pietra preziosa.
E’ stata la moda giamaicana dei capelli rasta, i dreadlocks, a fare più proseliti fra i calciatori, dalle trecce rotanti di Ruud Gullit ai treccioloni di Edgar Davids, olandesi con origini coloniali. I capelli rasta hanno bisogno di un grosso impegno per acconciarli, lavorati con l’uncinetto, cotonati, pettinati all’indietro, arrotolati e cuciti con ago e filo. Autentici monumenti piliferi.
Quando il nigeriano Taribo West venne a giocare nel Milan e nell’Inter aveva sulla testa due piccoli corni di capelli, trattenuti da elastici verdi, con treccia verde sulla nuca. Erano gli anni Novanta. Si cominciava ad esagerare. Jason Lee, poderoso attaccante del Nottingham Forest, aveva un crocchia di capelli che gli valse la definizione di “testa di ananas”. Ma risultò molto affascinante l’americano di Birmingham in Alabama Alexi Lalas che venne a giocare nel Padova nel 1994, provvisto più di chitarra che di piedi buoni e portatore, sul suo metro e 91 di altezza, di una chioma fluente e fulva come poteva averla il generale George Armstrong Custer sul suo cavallo bianco alla battaglia di Bull Run.
Nel 2002, ai Mondiali in Corea, il difensore milanista Christian Ziege di Berlino si fece una messa in piega nera, rossa e gialla, i colori della Germania.
Insomma, una passerella da salone non proprio di bellezza. Finché i nuovi belli del calcio, l’inglese David Beckham su tutti, hanno proposto acconciature meno stravaganti, ma di indubbio fascino. Di Beckham, sempre più variamente presentatosi uscendo dal barbiere, è rimasto famoso il capello alla Timberlake, dal nome del cantautore americano di Memphis: un ciuffo enfatizzato dal taglio corto laterale dei capelli. Ma in quanto a ciuffi, nessuno nel calcio ha conquistato la popolarità dei ciuffi canori di Elvis Presley e di Little Tony.
Di recente, Luke Dimech, calciatore della nazionale maltese, è stato escluso dalla rappresentativa nazionale dopo essersi presentato con una cresta di capelli tinti di rosso. Mario Balotelli, dopo avere protestato e fatto gol col suo crestone biondo, si è rasato, estremo sacrificio alla disciplina milanista, acconciandosi variamente la testa in momenti successivi.
Questo per dire che cosa c’è stato, c’è e ci sarà attorno alla cresta di Marek Hamsik che la porta in giro e sui campi di calcio con l’innocente felicità di un bambino. Due anni fa destinò una ciocca del suo ciuffo all’azienda svizzera Augenstern che la incastonò in un diamante per metterlo all’asta e destinare i proventi alla lotta contro la sclerosi multipla. Prima di Hamsik l’aveva fatto Michael Schumacher.

(Tratto da “Marek Hamsik, il principe azzurro”, Edizioni Ultra, 192 pagine, 12,90 euro)

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