Tiberio ma che brava persona

– di Riccardo Pazzaglia

Basta con i pettegolezzi di Svetonio e di Tacito.
L’ imperatore romano dagli occhi azzurri fu un uomo sfortunato.
Amava Agrippina, ma dovette sposare la spregiudicata Giulia. Le nefandezze nell’isola furono il naufragio al quale lo spinse la solitudine del potere. Ma fu il primo a rendere Capri famosa nel mondo.

Se si deve scrivere qualcosa in cui ci vada di mezzo Capri, la prima cosa alla quale si pensa è di scrivere un “pezzo” su Tiberio.
Se è vero che ai suoi tempi Tiberio, per averla scelta come “ultima spiaggia”, fece conoscere il nome dell’isola di Capri di cui, lontano da Napoli, non molti avevano sentito parlare, è ancora più vero che dai giorni nostri è Capri che fa conoscere l’esistenza di Tiberio a chi, italiano o straniero, con i libri, specialmente quelli di storia,non ha mai avuto molto a che fare.
Fra i visitatori di Capri ve ne sono stati di personaggi famosi di tutto il mondo che vi hanno soggiornato o hanno addirittura scelto di viverci per tutta la vita: scienziati, scrittori, pittori, statisti e via così per mezza pagina; ma il più gettonato di tutti è sempre Tiberio. Ed è strano, perché se nel secolo appena trascorso, il racconto delle sue vere o presunte nefandezze erotiche poteva eccitare la pallida figlia di Albione o la asettica miliardaria americana,oggi quelle nefandezze passano tutte le notti,e nemmeno a ora tanto tarda,in tutti i film programmati dalle emittenti televisive commerciali, accolte con fastidio dai sofferenti di insonnia che sul canale vicino cercano Topolino.
E va bene, parliamo di Tiberio.
Vorrei vedere uno come ci rimarrebbe se vedesse la propria madre, per giunta incinta di un futuro fratello, andare sposa a chi,a venticinque anni, già si sposa per la terza volta.
Questo capitò al piccolo Tiberio.
Vorrei vedere molti che faccia farebbero se fossero costretti a divorziare da una moglie molto amata, e in più anche incinta, per sposare una già conosciuta in tutto il bacino del Mediterraneo come (se così posso esprimermi con un termine locale) la più giovane, grande zoccola dell’impero romano.
Questo capitò al giovane Tiberio che dovette lasciare Agrippina per sposare Giulia, figlia di Ottaviano. Dopo un anno di matrimonio erano già separati in casa, mentre Tiberio, quando incontra Agrippina, la guarda da lontano con le lacrime agli occhi. Questa è una delle poche cose in positivo che, bontà sua, ci riferisca quella serva pettegola di Svetonio, insieme con Tacito, suo degno compare in fandonie, dalle pagine piene di “dicunt”, “constat “e “narrant”.
Chi è quel giovane generale dagli occhi azzurri (a Roma non se ne vedono spesso) il quale ha già combattuto valorosamente a Nord contro i popoli assoggettati che si ribellano, e perché procede a piedi, in pieno inverno, dalle Alpi a Roma, davanti a un lento corteo di veterani con le aquile abbrunate?
E’ sempre Tiberio, che accompagna così la salma dell’amato fratello Druso (quello della madre incinta) morto senza neanche l’onore di un’ultima battaglia ma per una banale caduta da cavallo. Chi è quel giovane che, da una nave oneraria che salpa dal porto di Ostia guarda verso la riva deciso a non tornare mai più? E’ sempre Tiberio che non potendo più sopportare la vita scandalosa di sua moglie Giulia – orge, amanti a getto continuo, forse qualche incesto con papà – parte per un’isola che si chiama Rodi e vi resta per più di sette anni facendo vita semplice e ritirata, e studiando, sarà uno dei pochi imperatori romani che sanno di greco e di latino, dopo di lui viene Caligola, viene Claudio, viene Nerone, ve li raccomando. Tutto ciò prima che torni a Roma, che la madre lo chiami a Nola, dove Augusto sta morendo.
Tiberio è il primo a diventare “imperator” non per acclamazione dei legionari ma per diritto ereditario.
In realtà il vero “impero romano” nasce a Nola, questo il sindaco lo sa? Avete mai speso qualche lira per ricordarlo? Ma continuiamo -nei limiti dello spazio- a elencare ciò che non dicono le guide turistiche, riposandosi a Villa Jovis dalla fatica della salita.
Perchè avrebbe scelto Capri per abbandonarsi alle sue “nefandezze”, quando a queste poteva abbandonarsi in quella Roma dove le avevano consumate, dove le faranno spudoratamente i suoi successori? Roma che si godeva la ricchezza frutto della brutalità delle sue legioni di bruti, della rapina di tutto ciò che si poteva rapinare nei paesi conquistati col sangue e tenuti schiavi con il terrore.
La “pax romana”, 1’hanno chiamata, Hitler non voleva assicurare all’Euro-pa la “pax germanica”? Roma sporca, rumorosa, affollata, accozzaglia di ladri, di sfaticati, di patrizie puttane, di poeti leccatutto, fra delitti, scandali, sacrifici a tutti gli dei conosciuti che gli astuti sacerdoti celebravano a scopo di lucro.
Tiberio,quello di cui si racconta a Capri, vi si sarebbe potuto sentire come un pesce nell’acqua. Invece a Roma la sua vita da “imperator” fu regolata dalla “moderatio”. Sobrio, parsimonioso, nemico del lusso, attento amministratore della giustizia, della disciplina dell’esercito. Combattè il brigantaggio, fu insofferente agli spettacoli sanguinolenti che tanto divertivano i romani, i parassiti del mondo, e ne ridusse le spese. Difensore dei buoni costumi (e del malcostume se ne intendeva) lottò contro le superstizioni religiose. Ma quando Ponzio Pilato gli mandò a Capri il rapporto sulla condanna a morte di un giovane ebreo che diceva di essere il figlio di un dio unico, venuto per salvare gli umani da una incomprensibile colpa, Tiberio, -che la notte, sulle sue terrazze sul mare, si interrogava guardando le stelle sul significato della vita e della morte- ha un sussulto di speranza e di delusione: perché l’hanno ucciso, forse quell’uomo avrebbe potuto dire ancora qualcosa di più chiaro, di più comprensibile. Che vogliamo sostenere qui, che Tiberio fu una brava persona?
Fu un uomo del suo tempo, dovette difendere il suo potere, pagò con la solitudine e il silenzio il disprezzo per coloro che lo circondavano, che non erano certo degli angeli.
Sfortunato nella vita, sfortunato nella morte.
Gli storiografi ancora oggi esaltano quel pazzo assassino di Napoleone. Nella sua famosa filastrocca Manzoni -che pure assistè ai suoi crimini,alle sue stragi- addirittura si congratula con il
“Massimo/Fattor che volle in lui/del suo nomato genio/più vasta orma stampar”.
A Tiberio invece toccò Svetonio che -per usare un verbo non molto fine- l’ha sputtanato per duemila anni.
La vogliamo smettere?

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