Tutto il mondo è un’isola

– di Raffaele Rivieccio

Su un globo coperto in gran parte dai mari, anche i grandi conquistatori devono arrendersi a subire confini d’acqua. L’illusione della globalizzazione.
I popoli sono chiusi in una storia, in un pensiero, in un costume che non è universale, che è isolato. Persino i fieri guerrieri mongoli, i tuareg, gli scorpioni del Sahara e le mummie alpine sono isole. L’uomo è il padrone di un’isola, timoroso di doverla lasciare e sempre in attesa di una nave che lo raccatti e lo porti Altrove. Il momento dell’abbandono dell’isola-Terra.

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200505-18-3mA volte amante a volte matrigna. Isola-evasione dalle falsità o isola-carceriere che ipnotizza nella Sindrome di Stoccolma. Isola prigione? Gabbia mentale e materiale nella quale rinchiudersi per rigenerarsi oppure essere rinchiuso per essere annientato? Isola-ultima spiaggia, fuga dalla civiltà e dalle convenzioni? Oppure isola deserta, richiamo esotico ed erotico dove ogni giorno è Venerdì. O isola dei famosi, scimmia parodiante proprio Crusoe? Ed ancora c’è l’isola del tesoro, Eldorado che nasconde nella natura le ricchezze altrimenti da sudare nella civiltà.
L’isola-carcere, Ventotene, punizione evocata e atterrente per gli antifascisti e l’isola-confino, Sant’Elena, metafora del declino e dell’isolamento della vecchiaia, dell’esclusione dalle forze giovani emergenti dal Congresso di Vienna o da qualunque altra negazione del sublime.
Le finte isole, chiuse nelle gabbiette dei grandi laghi, come esistono finti uomini chiusi nell’angustia di piccole vite che non li lasciano allontanare al largo del mare e dell’ignoto.
Quante isole, quanti di noi sono isole, sono padroni e prigionieri di una piccola o grande terra che li rappresenta. Tutto infine è isola su un globo coperto in gran parte di acque; tutto è isola e anche i più fieri guerrieri mongoli o tuareg, anche i più coriacei montanari bellunesi, anche gli scorpioni del Sahara o le mummie alpine non sono altro che piccole isole nelle isole, nelle mani di Dio.
Anche il conquistatore del mondo, anche Alessandro Magno, Kubilaj Khan o Hitler dovrà arrendersi a subire confini d’acqua, ad essere isola, seppur grande come l’Eurasia. Anche il più universale ed imperiale dei sovrani chiuderà il suo popolo in una storia, in un pensiero, in un costume che non è universale, che è isolato.
Non esiste la globalizzazione, è solo chiacchiera da sociologi, da salotto cittadino. Essa non penetra oltre le dure mura del cranio, dove siamo soli, dove siamo isole, sperdute e irraggiungibili, sconosciute perfino a noi stessi. Siamo monadi attratte da un Tutto prenatale che ci respinge fino al giorno della morte, quando smetteremo di essere isole e torneremo all’antica posizione fetale.
Siamo isole si, ma fatte di neuroni, di sinapsi, bagnate sulle coste dal liquor endocranico. Oggi, 11 settebre 2001, l’isola di Manhattan è stata attaccata, modificata nella sua essenza strutturale, materiale. Ma anche un’altra isola è stata attaccata, il concetto di isola di Manhattan, presente nel nostro cervello iperuranio fino al giorno prima. E la nostra isola newyorkese non è stata distrutta, ma ha solo mutato l’ordine di scambi elettrici che la definivano. Non è delirio, non è filosofia e neanche teologia quella di cui parlo. E’ solo quello che avviene ora, nelle vostre teste, mentre state leggendo queste parole.
Siamo isole elettriche? Forse Dio è l’archetipo dell’Isola Prima. E cosa succede quando un’isola affonda, sprofonda, si esaurisce, quando qualcuno che ci è vicino muore? Qualcuno che crediamo di amare o di odiare e che non è nient’altro che un grumo, un nodo di contatti neuronali che lo definiscono.
Quando un’isola sprofonda semplicemente non ci manda più segnali, stimoli, suggestioni per modificare in corsa l’aggregato di senso che rappresenta nella nostra mente e nel nostro cuore. E ogni modifica spetterà a noi, alla elaborazione del lutto per la scomparsa di Atlantide, isola inconscia, junghiana, e della sua memoria storica.
Ogni isola reale porta in se un’umanità unica per l’unicità della sua evoluzione darwiniana. Oggi quanti falsi continentali, provenienti da null’altro che isole più estese, sbarcheranno a Capri, a Montecristo, in Australia, in Sardegna? Quale potente osmosi avviene nel mondo globalizzato che però non cambia l’anima profonda delle persone, chiuse nel disperato egoismo della condizione umana, della coscienza mai davvero collettiva.
Potranno mai due abitanti di isole diverse capirsi veramente, entrare l’uno dentro l’altro, amarsi, sovrapporsi isomorficamente? Anche nell’amore, riuscirà mai Giulietta ad essere Romeo? Giulietta è Romeo? Un’unica isola? O resteranno sempre Giulietta e Romeo, uniti da un evento supremo come la morte che però intenderanno in modo diverso, proprio come due isole scisse.
Oggi ho guardato negli occhi un cane e ho carezzato un gatto. Loro non sono isole, loro sono un unico corpo che sopravvive alla morte di una singola cellula, generandone un’altra; loro non sono un’isola, loro sono fusi con il cosmo e fingono di vivere tra di noi, ma vivono sull’isola di Dio, lasciandoci qui a piangere e tremare per la nostra derelitta condizione di veglia, di coscienza, di barre di neon negli occhi e nel cuore che ci lasciano dormire appena pochi minuti. Gioiosamente padroni della nostra isola, timorosi di doverla lasciare, ma sempre in attesa di una nave che ci raccatti e ci porti Altrove.
La storia si ripete, l’amore inizia ad annoiare, l’odio continua a figliare, il dolore è divenuto banale, l’intelletto ha esaurito la verve. Probabilmente è venuto il momento di abbandonare l’isola-Terra e di cercare in mondi nuovi gli stimoli, gli entusiasmi, la generativa Libido antica che era venti miliardi di anni fa nell’utero del Big Bang. Quando tutto era ancora possibile, tutto era potenzialità, tutto era ancora solo Sogno, Incubo, Utopia.
Allontanarci da qui e cercare di essere riassorbiti nuovamente nella Grande Isola di Dio.

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