Un brutto treno chiamato Capri

– di Francesco Canessa

Ogni sera parte dalla stazione di Monaco di Baviera diretto a Napoli. La sua sigla ferroviaria è “EN 287”, ma porta il nome dell’isola sul locomotore. È di un grigio sporco, malridotto, mentre sugli altri binari fanno bella mostra i vagoni lucidi e colorati dei convogli tedeschi. Carrozze-letto in pessimo stato. Proteste e denunce rimaste inascoltate.

Siete mai stati alla Muenchen HBF, la Stazione Centrale di Monaco di Baviera? È la più allegra tra quelle in cui un treno possa portarvi, un posto divertente da frequentare anche se non si arriva o non si parte, e molti lo fanno, con bar e birrerie, paninoteche e trattorie e tre ristoranti di qualità, cucina tedesca, francese o italiana, una edicola coi giornali di tutto il mondo e una sorta di belvedere di dove il piazzale di manovra diventa, con un po’ di fantasia, come il gioco dei trenini elettrici, semafori, scambi, locomotive e vagoni che vanno e vengono.
Quando torno da Salisburgo, mi organizzo per farvi tappa e cenare, prima di proseguire col vagone letto. Stavolta ho scelto il ristorante francese, perché fa la Soupe aux Oignoins come a Montmartre – o quasi! – e mi diverto a guardare il ventaglio dei treni fermi alla testa dei binari: prue aerodinamiche, o poppe che siano (prendo a prestito la denominazione marinara perché non conosco quella ferroviaria) colorate a tinte vivaci, una rossa coi baffi bianchi, una gialla coi baffi verdi e così via, tutte tirate a lucido, smaglianti al riverbero del display che dall’alto ne indica, anch’esso a colori, la destinazione: Berlin, Hamburg, Stuttgard, Wien, Zurich. Sul monitor che sta sopra il binario 21, l’ultimo della serie, in fondo a sinistra, compare anche il nome Napoli.
C’è un treno infatti che parte tutte le sere e arriva giù da noi l’indomani, ma non è come gli altri, è un trenaccio grigio-sporco già di tinta sua, come tutti quelli italiani, prima che facciano il resto le sozzerie che gli si spiaccicano contro, viaggiando di qua e di là del Brennero senza che a un capolinea o all’altro gli si sciacqui il muso, le fiancate, i finestrini.
È proprio il treno che prenderò io, a cena terminata. Lo conosco bene dal di dentro, venendo spesso da queste parti, formato con le vetture più malandate di Trenitalia, alla quale ho inviato in passato rispettose proteste, senza mai averne riscontro: sono vecchi vagoni di seconda classe e di cuccette più due carrozze-letto, sporche e trascurate come le altre, pur se il biglietto per Napoli costa più di quello aereo.
A venir su, nella mia cabina, la scaletta a pioli con cui ci si arrampica sul letto superiore mancava di un gradino e un altro era rovesciato, con doppia lama tagliente pronta a ferire. Le luci funzionavano giù e non su, il lavandino non buttava acqua e nello stipetto, tanto per adeguarsi, non c’era manco l’asciugamano. E non vi dico quanto puzzasse il wc in fondo al vagone.
Ora che lo vedo anche dall’esterno e allineato con gli altri treni, tedeschi, austriaci, svizzeri, mi cresce il disappunto e mi sento mortificato due volte. Come italiano, e come cittadino caprese.
Quel treno, infatti, aggiunge con presunzione alla sigla EN 287 un fascinoso nome di battaglia: “CAPRI”.

Benvenuto Nanno
Un incontro fortunato con un caro amico e grande giornalista che inizia da questo numero la sua collaborazione a “L’Isola”. Francesco Canessa, “Nanno” per tutti noi che gli vogliamo bene, è nato a Capri da una famiglia di antiquari napoletani. Dopo avere compiuto gli studi universitari a Milano, è approdato al giornalismo lavorando in importanti quotidiani, a Milano e poi a Napoli. Appassionato cultore di musica lirica, è stato sovrintendente del Teatro San Carlo dal 1982 al 2001. Rappresenta il ministero dell’Università e della Ricerca al Conservatorio di San Pietro a Majella. La signorilità, il garbo, la cultura mai pedante sono i suoi segni distintivi. La passione per la musica lo porta a frequentare ancora i teatri e i festival lirici in tutta Europa, ospite di riguardo, amico di cantanti e direttori d’orchestra. Ma il giornalismo continua a scorrere nelle sue vene e la scrittura lo attrae non meno della musica. Per le Edizioni La Conchiglia ha pubblicato “Non sparate a Cavaradossi” e, di recente, “La casa dei sogni, Palazzo Roccella”, quasi una saga familiare.
Nell’edificio seicentesco di via dei Mille, oggi sede del Palazzo delle Arti di Napoli, “Nanno” ha abitato ai tempi di nonno Riccardo e nonna Chiara e dei loro figli e nipoti. “Nanno” e “Pinotto” sono i vezzeggiativi dei nomi originali di Francesco e Giuseppe, fratelli, figli di Anna.
“Pinotto” Canessa, anch’egli giornalista, ha girato il mondo, corrispondente e inviato in varie capitali. Più tranquillo “Nanno” che, nel tempo, ha trovato nella musica il suo mondo di emozioni, prima critico musicale, poi al vertice del Massimo napoletano. È con orgoglio che lo accogliamo su “L’Isola”. Sul nostro periodico trasferirà la sua eleganza e la perenne curiosità del giornalista di razza. Benvenuto, “Nanno”.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *