Un cenone particolare e la canzone inedita di Renato Carosone

– di Maurizio Carosone

Il Natale 1988 sul lago di Bracciano nella casa del musicista napoletano.
Ventuno parenti in viaggio da Napoli su un pullman.
Le prelibatezze che i fans riservarono al Maestro: due tortani, aragostine veraci, un “palatone” di un metro e venti.

Un festival familiare e poi l’annuncio del dono: “Ho scritto una canzone, parla di mio fratello Ottavio, si chiama Napule.
Non la pubblicherò perché è solo per voi”.
Il testo e lo spartito conservati gelosamente.

Questo è il ricordo di un Natale particolare, il Natale del 1988, a Bracciano, in casa di zio Renato, voglio dire Renato Carosone. Fu un Natale di trasmigrazione perché partimmo da Napoli in ventuno: due zie, sei nipoti con relativi mariti e mogli, sette pronipoti. Mancava solo mio padre Ottavio che ci aveva lasciato in luglio. Noleggiammo un pullman e partimmo. Fu proprio un Natale particolare. Si era molto discusso di quel Natale. “Niente regali” si disse “solo noi, i Carosone”. Qualcuno protestò: “Niente regali? Neanche ai bambini?”. Risposta: “Neanche ai bambini”. Non tutti eravamo convinti. “Ma che cosa ci metteremo sotto l’albero?” osservò qualcuno di noi. Chi ne sapeva di più disse: “Non ci sarà l’albero. Ci sarà solo il presepe e ciascuno porterà un pensiero d’amore scritto su un biglietto, anche i piccoli faranno così, e i biglietti li leggeremo a mezzanotte”. Allora qualcuno chiese: “Facciamo un Natale diverso. Perché?”. Una delle sagge zie rispose: “Così. Senza doni. Forse per rispetto. Cioè per rispetto a chi non può averli”. I bambini non protestarono, ma avevano facce stupite.
Il pullman partì dalla casa di zia Olga, puntuale. Eravamo tutti in abbigliamento casual. Solo Gabriele, il figlio di Marina, magro come un grissino, indossava la divisa del Napoli e la parrucca di Maradona. L’anno prima il Napoli aveva vinto il suo primo scudetto.
Fu un viaggio lungo perché andammo “per fuori”. Cioè non prendemmo l’autostrada. C’era un motivo. Avevamo delle tappe da rispettare. La prima fu a Teverola. Là ritirammo delle pizze e due tortani fatti in casa da un fan di zio Renato. A Mondragone comprammo la mozzarella. A Formia avevamo appuntamento con Silverio, un pescatore professionista di Ponza che avevo conosciuto qualche anno prima sull’isola. Avevo con lui una fraterna amicizia, costruita sui suoi lunghi silenzi. Silverio aveva gesti nervosi e sguardi profondi. Lui scaricò dal barcone due spaselle di pesce spettacolare, tre dentici, polipetti mai visti così piccoli, triglie di scoglio, calamari bianchi come la neve e aragostine veraci, come le definì Silverio.
Il pezzo forte della trasferta fu un palatone di pane lungo un metro e venti. Ce l’aveva regalato un fornaio di via Cavalleggeri d’Aosta, tale Tonino, anch’egli devoto a zio Renato. Tutti gli anni, puntualmente, Tonino regalava “al maestro” il palatone che, come diceva, confezionava in onore della canzone napoletana.
Non era il primo Natale che trascorrevamo in casa di zio Renato e non fu neanche l’ultimo. Di particolare c’era che ciascuno portava le sue “usanze”. La cosa in comune erano l’amore, l’affetto, l’attaccamento alla famiglia trasmesso dal nonno Antonio che, tra un turno e l’altro al botteghino del teatro Mercadante, era rimasto da solo a crescere i suoi figli: zia Olga, zio Renato e mio padre, quando avevano rispettivamente sei, cinque e tre anni, e nonna Carolina se n’era andata lasciandolo vedovo.
Nella casa di zio Renato a Bracciano, il “gran coda nero” ci aspettava maestoso nel superbo salone che affacciava direttamente sul lago. Era un pianoforte che incuteva soggezione. Sembrava di stare a Napoli: il mare sotto forma di lago e dalle grandi finestre si vedeva in lontananza la collina di Anguillara, che con un po’ di fantasia accostavamo al Vesuvio, e poi il pianoforte. Era tutto pronto: strumenti, microfoni, leggìo e palcoscenico.
Il 23 lo trascorremmo a fare le prove. Ma non erano prove, erano esami severissimi cui ci sottoponeva zio Renato. Vi assistevano tutti tranne zia Olga, zia Lita, che era la moglie veneta di zio Renato, e mamma, tutte indaffarate a preparare il cenone. Ognuno provava la canzone che gli veniva assegnata da zio Renato. Carla cantò “Perdere l’amore” che con Massimo Ranieri aveva vinto il Festival di Sanremo. Io, il neomelodico della famiglia, cantai “Cinematografo”.
Il cenone è inutile che ve lo racconto, fu straordinario e lo lascio alla vostra fantasia. Il nostro festival di Natale fu memorabile e lo vinse Stefania che cantò “Bambenella”.
Poi fu la volta dei pensieri d’amore, delle lettere preparate per essere i doni di quel Natale. Ciascuno, a cominciare dal più piccolo, lesse la sua letterina. Ce ne furono di tutte le specie, quella commovente, l’ironica, quella con le rime, la filosofica. Zio Renato fu l’ultimo a parlare. Si alzò dalla sedia, dove era rimasto seduto ad ascoltare tutti, e andò al pianoforte. Allora disse: “Ho scritto una canzone. Parla di mio fratello Ottavio e si chiama “Napule”. Non la inciderò, né sarà pubblicata. L’ho scritta per voi e l’ho dedicata a Ottavio”.
I bis furono tre e, alla fine, accompagnati da zio Renato al pianoforte, la cantammo tutti in coro, mani nelle mani. E’ la canzone più bella che abbia mai ascoltato e immaginerete perché. Ho conservato gelosamente testo e spartito. Forse vorreste leggerla, o meglio ascoltarla. Mi dispiace, ma non posso. Non per gelosia o per fare il prezioso, ma perché zio Renato così ha voluto. E’ sempre e solo una questione di rispetto. Come quel Natale “di rispetto”. Ma il ritornello posso regalarvelo. “Ma tu chi si? Chi si? / Te guard’attuorn’ / cu st’uocchie lucent’ / ma pe chi? Pe chi?”.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *