Un inviato speciale sugli scogli di Gradola

– di Roberto Gianani

Le rughe del fumatore senza pentimenti, lo sguardo navigato pieno di lampi d’ironia, un viso di racconti e di pieghe.
È Giuliano Zincone, editorialista del “Corriere della sera”, giornalista di lungo corso, che ha scelto un rifugio anacaprese in un antico casolare con la moglie Mimmi, tre gatti, le fotografie del nipotino Pau, un carillon e i libri.

Le giornate al mare e le passeggiate.
Ecco quello che pensa di Anacapri “dove la vita è elementare e il paese può solo migliorare”

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200407-16-2mIl tavolino con la tovaglia a quadretti bianchi e blu quasi sfiora le onde. La terrazza del Lido di Gradola ha la faccia dentro il tramonto. Intorno aria di sirene e violini di cicale. Il piccolo stabilimento è un approdo per gente che vuole un’estate lontana dagli orologi e dai morsi del tempo. Un teatro di scogli, quattro cabine di legno colorato, un capanno di vecchie nostalgie, una cucina per pochi tavoli e anime assetate del vino della Migliera e totani accecati da una notte di lampare. Pescatori amici della luna: il baffo da corsaro di Antonio “frist-frist”, la faccia di mare di Mario “‘O quaglino”. Giochi di lenze e libri di avventure. Il pesce è fresco e si può chiacchierare.
Giuliano Zincone, l’opinionista del “Corriere della Sera”, ha un viso di racconti e di pieghe. Le rughe del fumatore senza pentimenti, lo sguardo navigato pieno di lampi d’ironia. Una chemise Lacoste blu slabbrata di sole e le espadrillas di Costanzo Arcucci che lo accompagnano da sempre fino ai materassi della sua casa di via Li Campi. La casa del ragazzo Giuliano che tradì l’Elba perché troppo chiassosa.
Da tantissimi anni, la dimora di Anacapri è diventata un’accogliente poltrona per l’otium guaritore e le pagine del giornalista che sta lavorando ad una raccolta di poesie. “E’ la necessità di usare il linguaggio che ti appartiene. La poesia mi fa respirare”.
L’antico casolare, tre gatti, le fotografie del nipotino Pau, il bimbo della figlia Carolina. Coccole, favole, filastrocche di un nonno espansivo che si scioglie e concede. Giochi e carezze dell’amore. E poi, la musica di un vecchio carillon, i libri, gli articoli del figlio Vittorio, giornalista di soddisfazioni e certezze. L’orto di Peppiniello, la vigna, il pergolato e i ricordi di quel viaggio di nozze ad Anacapri. La moglie Mimmi, i capelli a caschetto, l’aria sbarazzina e un abbraccio infinito. “L’amore è l’essenza primaria della vita. E’ la fontana, è fare figli. La gente non fa più l’amore per procreare. Il sesso è vissuto solo come divertimento. Le pance devono restare piatte, il seno non serve più ad allattare”.
E’ con Mimmi che, dopo il caffè al Bar Ferraro, Giuliano scende a Gradola in autobus. Una montagna di giornali sotto il braccio e la voglia di guardare i gabbiani scalpellare le rocce del costone. “Vengo qui da anni ed anni perché i verdi diventano smeraldo, gli azzurri si dipingono
di blu, al tramonto l’arancio del sole si tinge di rosso come un Aglianico e tutto intorno è luce d’infinito”.
Insieme a Giuliano la compagnia contagiosa di Luciana Viviani e Rosetta Stella, le storie di teatro di Giuliano Longone. L’amicizia con Carla e Giovanni Cerami, professore di Urbanistica, architetto che ama il rosso dei garofani, i fiori della libertà e dell’anarchia. Occhi attenti, un filo di barba, la casa bianca con il colonnato e quel libro scritto con il cuore: “Il giardino e la città”, una chicca edita da Laterza. “Giuliano Zincone è un laico vero, il gusto per l’ironia autentica, un’ironia generosa che non sa e non vuole fare male”.
Sugli scogli un cavalletto, un artista, una tela. Giovanni Tessitore è il pittore degli orizzonti. I suoi pennelli dipingono barche che alzano onde di malinconie lontane, paesaggi di schiuma, presepi di case, sagome di fari. La sua pittura porta un carico di sole antico e una cantilena di suoni di mare.
Giuliano Zincone lancia lo sguardo verso quella tela. “Giovanni, oltre a portare avanti questo vecchio stabilimento, è rimasto uno dei pochi isolani che ancora dipingono questo scoglio”. Nella voce un suono di nostalgia, un ammonimento, un richiamo. Un’altra sigaretta, altre considerazioni. “Anacapri resta il rifugio per gente che non vuole apparire. I cinque chilometri che ci separano dalla Piazzetta sono un manto di protezione. Qui non c’è lo scintillìo delle vetrine, c’è solo il sogno di un angolo segreto. Il paese conserva dignità e fierezza. Forse deve tornare a soffiare più forte un vento di cultura, un maestrale che porti pagine di libri, rime di poesie, copioni. Capri per me è Anacapri. Che senso ha Via Camerelle che potrebbe essere dovunque. Vorrei che i mass-media la smettessero con le stronzate dei vip. Capri ha dato lustro alle persone e non il contrario”.
Il sole viaggia verso il castello di Ischia Ponte. Ci fanno compagnia solo il mare, una brocca di bianco, l’aroma di due caffè infreddoliti, un pacchetto di MS. Caffè, sigarette, vino e parole sotto un cielo color lavanda che fa sul serio e non vuol sentire storie. Anacapri è attenta alle opinioni del giornalista romano e non si vuole distrarre. Non si scherza con una penna che un po’ si risparmia ma punge, fotografa, incalza. Come quella di suo padre Vittorio, che è stato un grande giornalista liberale. Direttore del “Risorgimento” e de “Il Resto del Carlino”, vicedirettore de “Il Tempo”, presidente dell’Associazio-ne della stampa romana dal ’58 al ’65, deputato del Pli per la quarta legislatura.
Giuliano si stiracchia nell’ultimo sole. Scende leggero il vino bianco e porta a galla i ricordi. Per nonno Giulio, Giuliano Zincone doveva diventare un avvocato. Lui era campione di ping-pong, amava il teatro, la polvere dei palcoscenici, le pagine di una sceneggiatura, l’Eliseo, i misteri della Certosa, il dramma di un attore e i sogni di quel Sessantotto “in cui sembrava che veramente l’immaginazione potesse andare al potere”.
La vita, invece, chiedeva una biro che scrivesse trasparente, riempisse pagine di giornale e lo ha fatto giornalista. Un tesserino color del vino e tante avventure.
Ore 12,15. Stazione Termini, binario sette, treno Roma-Milano. Giuliano sale, ingoia nicotina e nostalgia. Il ponentino soffia innamorato di Fellini e di Via Veneto. Dagli scogli di Gradola arriva il profumo della frittura di alici di Pamela Viva e l’aspro dello zolfo del bianco della Migliera. In valigia i giorni delle lezioni e delle speranze al Liceo Tasso, la tesi in Storia del teatro su Artaud ancora oggi usata come materia di insegnamento all’Univer-sità.
Arrivederci Roma, arrivederci Anacapri. Era il 10 febbraio del ’66. Comincia a ventisei anni l’avventura al “Corriere della sera”, agli inizi la pagina letteraria con Enrico Emanuelli e poi al suo posto. “A mezzogiorno Milano era buia. La nebbia e Via Solferino”.
Una gavetta senza eroismi, poi una vita da inviato speciale. Passaporti consumati, mille cartelle, gli odori e il puzzo della realtà vista da vicino. Il Vietnam, racconti di guerre lontane, città che sapevano di sangue e d’orina. Valigie di pietre e fotografie in bianco e nero. Poi la direzione de “Il Lavoro” di Genova. Dopo, ancora e sempre il “Corriere”. Le inchieste sui fatti italiani, ritratti di costume: i vecchi, i bambini, i poveri, gli infortuni sul lavoro, l’ingegneria genetica. Argomenti scottanti, gli occhi vigili alle rapide di un mondo che scorre, troppo spesso, senza il rispetto delle rive. Reportages intensi. La penna approfondisce, incalza, scrive con il pennino dell’anima sempre attenta ai cambiamenti dell’umore del Paese.
Articoli da uomo libero, polemista vero. Un giornalista che entra nei problemi e se ne frega di catturare simpatie. Una scrittura mai ruffiana che non gioca con il cuore dei lettori. Nel silenzio pomeridiano di Gradola, Giuliano ci racconta il sonno di un mare vicino, le stradine bianche che portano al Solaro, il rosso dell’orizzonte che sfoglia pagine di giornate mutevoli. Giornate di Anacapri. Qui l’editorialista del “Corriere”, fuggiasco da Roma e dal tempo, si perde in un ozio tenero e umido di sale, nei reumatismi dell’anagrafe e in pigrizie antiche mai cancellate. Una pigrizia che non gli impedisce di far volare ancora la sua penna di ritratti e cartelle di musica e parole, sentimenti e battiti di cuore.
Battiti di cuore durante la passeggiata in Via Orlandi, un corridoio di amici e consensi. “La bellezza di Anacapri mi appaga, qui la vita è elementare, molto attaccata alla biologia. Il paese può solo migliorare. Vorrei che ritornasse la cultura affettuosa di una volta, che l’identità si consolidasse. Axel Munthe è nostro, la Grotta Azzurra è nostra, il Faro è nostro.
Vorrei un futuro fatto ancora di passato. La bellezza di Anacapri mi appaga”. Forse, come titola un suo libro, qui c’è ancora “Il miele delle foglie”.
La luna si stende sopra Piazza Santa Sofia. Si cena con Roberto ed Eugenia Ciuni alla “Rondinella”. Pergolati di bouganvilles, ricami di vita americana, le coccole di Teresa De Gregorio, le linguine alla “ciammurra” di Marco, i sorrisi di uno stormo di gerani. Scorre il vino dell’amicizia. Chiacchiere lente spettinate da un soffio di vento, si aprono i ricordi, Annamaria offre alle signore un mazzolino di gelsomini. Entrano ed escono le stelle, la serata finisce al “Caesar Augustus”, sulla terrazza di Paolo e Patrizia Signorini. Amici di vele e parole senza fretta. Nel cullarsi della notte una coppa di mare e champagne, il pianoforte di Roberto Aita, un ballo guancia a guancia con Mimmi e una poesia dedicata ad Anacapri: “Vita, Vita, Vita”.

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