Un mandolino disteso sul mare

– di Vittorio Paliotti

E’ Gaeta come appare dall’alto del monte Orlando e ha due corde, l’una rappresentata dal lungomare Caboto e l’altra dal lungomare Serapo. Tra spiagge lucenti e strutture sportive, i turisti si interessano alla storia dell’assedio che segnò la fine del Regno delle Due Sicilie. Il coraggio estremo di Franceschiello e la generosità della regina Maria Sofia. La storia dell’amore clandestino tra la sovrana e un tenente belga. Un fotomontaggio che fece scandalo.
La riappacificazione della coppia regale.

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200712-9-3mCiò di cui maggiormente si vantano, sia pure scherzosamente, è di vivere su un mandolino. Dicono i cittadini di Gaeta: “Abitiamo proprio su un mandolino. Basta salire in cima al monte Orlando e da lassù guardare il panorama, per rendersi conto che quell’istmo, costituito appunto dal territorio di Gaeta, ha la forma di un bel mandolino tutto disteso sul mare”. E aggiungono, con una strizzatina d’occhio: “Un mandolino a due corde, però. L’una è rappresentata dal lungomare Caboto e l’altra dal lungomare Serapo. Soltanto due corde, ma la musica è di quelle che incantano”.
Ville moderne si affiancano a ruderi di antiche residenze romane, e vagabondando fra gli uni e gli altri, si va a sfociare nel Borgo Medievale: questa è la realtà del lungomare Caboto, dove a sprazzi arriva anche l’odore intenso del pesce appena scaricato. Spiagge lucenti e strutture sportive si alternano invece sul lungomare Serapo che, forse, ospitò anche una spiaggia di nudisti.
Più che a disputare sulla probabile, ma comunque dismessa, spiaggia di nudisti, molti, a Gaeta, preferiscono immergersi in discussioni interminabili circa l’ubicazione delle famose navi; e a Gaeta, bisogna specificare, vengono definite “famose” sia le navi mandate, tra la fine del 1860 e l’inizio del 1861 da Napoleone III in appoggio all’ultimo re delle Due Sicilie che qui si era asserragliato, sia le navi inviate da Vittorio Emanuele II per annientare l’ultimo barlume di resistenza borbonica. E dunque le navi francesi stavano dalla parte di Serapo e quelle italiane dalla parte di Caboto, o viceversa? Le opinioni sono contrastanti. Di certo rimane il fatto che in quel Castello a picco sul mare, quel Castello che viene indicato come il più significativo monumento di Gaeta, là Francesco II cessò di essere il pavido re Franceschiello e si mostrò sovrano risoluto e audace; merito soprattutto della sua giovanissima moglie Maria Sofia Wittelsbach di Baviera, che gli fu sempre accanto, pronta in ogni istante, a sfidare la morte.
Queste dispute, bisogna chiarire, sorgono perché Gaeta, da qualche tempo, è meta non soltanto di turisti alla ricerca di splendidi panorami, ma anche di studiosi o di appassionati o addirittura di semplici curiosi i quali vogliono vedere, osservare e magari anche ammirare le mura di quella che fu l’estrema propaggine del Regno delle Due Sicilie, qui appunto impegnato nella sua ultima battaglia. “Se non fossero italiani quelli che mi stanno di fronte, sarei glorioso di combattere contro tali soldati”, dichiarò il generale Enrico Cialdini, comandante, in nome di Vittorio Emanuele II, delle truppe assedianti.
Abbandonata Napoli a Garibaldi il 7 settembre 1860, sconfitti il 2 novembre successivo a Capua, i borbonici (allora, veramente, si diceva “i napoletani”) ripiegarono su Gaeta nel cui Castello si erano rifugiati già da qualche tempo i sovrani. Ufficiali e soldati in grandissimo numero e spinti soltanto dal senso dell’onore, si raccolsero intorno a Francesco II a Gaeta. I due lungomare erano ombreggiati da navi: quelle francesi che rifornivano di viveri gli assediati, e quelle piemontesi, al comando dell’ammiraglio Carlo Persano che sparavano cannonate sulla città e in particolare sul castello sui cui spalti si aggirava, per curare i feriti e incitare i combattenti, la regina Maria Sofia in persona.
Ripartite, per ordine di Napoleone III le navi francesi, la situazione si fece via via più drammatica. Il 13 febbraio 1861, inorridito dalle stragi, Francesco II firmò la resa. Gli fu concesso l’onore delle armi.
La carrozza che portò i due sovrani da Gaeta a Roma, ove sarebbero stati ospiti del papa, era scortata da un giovane ufficiale belga, Armand de Lawaiss. Fu dunque proprio a Gaeta che nacque l’amore fra la bella ma inappagata regina e l’ufficiale belga?
Sembra proprio di sì; sembra che si sia trattato di un “colpo di fulmine”.
Ma non è precisamente per celebrare la nascita di questo amore che a Gaeta, da una quindicina d’anni a questa parte, si riuniscono, all’inizio appunto della seconda decade di febbraio, centinaia di persone; esse si danno convegno, piuttosto, per rendere omaggio a una dinastia che regnò a lungo su Napoli, e soprattutto per inneggiare a Maria Sofia. Una regina ribelle contro tutti e contro tutto, fino al punto di vivere, senza inibizioni, un amore struggente. Che oggi, certo, non scandalizza nessuno.
Più che una storia, quella di Maria Sofia è una fiaba in cui la sua gioia di vivere s’intrecciò continuamente con il dolore. Nacque in un castello fra i monti, a Possenhofen, accanto al lago di Staamber, in Baviera, il 4 novembre 1841. Entrambi i suoi genitori, il duca Max e la duchessa Ludovica Wittelsbach erano imparentati col re di Baviera. I Wittelsbach avevano, fra maschi e femmine, otto figli che furono cresciuti in piena libertà. A Maria Sofia, in particolare, fu insegnato a cavalcare, a nuotare, a tirare di scherma, a sparare col fucile. Il padre la iniziò al fumo: sigari lunghi e sottili che lei non abbandonerà mai.
Aveva quattordici anni, Maria Sofia, quando fu testimone del romantico incontro di sua sorella Elisabetta, detta Sissi, con Francesco Giuseppe imperatore d’Austria.
Maritata dunque Sissi, i duchi si posero il problema di come accasare l’ormai diciottenne Maria Sofia. Si seppe che Francesco di Borbone, ventitreenne principe ereditario di Napoli, figlio del re Ferdinando II, cercava moglie. Non è che nei salotti si parlasse molto bene di Francesco, anzi Franceschiello (come tutti lo chiamavano).
Si diceva che fosse brutto, scarso d’intelligenza, bigotto fino all’inverosimile e succube della matrigna. E non basta: Franceschiello, si assicurava, era affetto da fimosi, una malformazione che gli rendeva difficoltosi i rapporti sessuali. “Roba da nulla, basta un’operazione che un chirurgo risolve in dieci minuti”, disse la duchessa Ludovica mostrando a Maria Sofia una miniatura raffigurante il principe.
Quell’immagine, però, era tutt’altro che veritiera. Quando, dopo le nozze per procura, celebrate il l’8 gennaio 1859 nel palazzo reale di Monaco, Maria Sofia raggiunse con una nave Bari, luogo fissato per il primo incontro degli sposi, e vide di persona Franceschiello, la sua delusione fu tremenda. “Solo un miracolo impedì che mia sorella svenisse”, scrisse Sissi nel suo diario. La seconda delusione, Maria Sofia l’ebbe quella sera stessa. Franceschiello, anziché coricarsi accanto alla sposa, si piazzò su un inginocchiatoio e si mise a pregare.
Una dama di corte, Nina Rizzo, che spiando dal buco della serratura si era accorta di ogni cosa, ritenne opportuno informare di ciò monsignor Nicola Borrelli, confessore di Franceschiello, affinché intervenisse.
Ed effettivamente il religioso intervenne. Ma nulla cambiò.
Appena qualche mese dopo, il 22 maggio 1859, re Ferdinando morì.
Col titolo di Francesco II, sul trono delle Due Sicilie salì il giovanissimo e sprovveduto erede. Maria Sofia era ormai regina.
Grandi eventi sconvolgevano intanto l’Italia. Mentre le truppe piemontesi penetravano nell’Italia centrale, dalla Sicilia, dove era sbarcato l’11 maggio 1860 con mille volontari, Giuseppe Garibaldi risaliva la penisola, teso alla conquista di Napoli.
Decine di volte Maria Sofia supplicò Franceschiello di mettersi alla testa delle sue armate e contrastare il passo a Garibaldi. Lui rifiutò sempre.
Successe così che 40mila soldati borbonici abbandonarono la capitale per far largo a Garibaldi che, con poche migliaia di “camicie rosse”, entrò a Napoli il 7 settembre.
Quello stesso giorno Franceschiello, Maria Sofia, 12mila soldati e 900 ufficiali, raggiunsero Gaeta, cittadina che contava allora tremila abitanti e che era posta quasi al confine con lo Stato Pontificio. Là, nella fortezza di Gaeta, Franceschiello, incitato da Maria Sofia, si mostrò finalmente uomo coraggioso e pieno di iniziative. L’assedio da parte delle truppe piemontesi, comandate dal generale Cialdini, iniziò il 4 novembre.
E fu in condizioni disperate, con i viveri che scarseggiavano, col tifo che mieteva vittime, con palle di cannone che piovevano da tutte le parti, fu in queste condizioni che i soldati napoletani, sorretti dalla popolazione, combatterono la loro ultima e davvero eroica battaglia. Merito soprattutto di Maria Sofia che era presente, sempre, nei luoghi di maggior pericolo. Riceveva, ogni giorno, decine di poesie di soldati, tutti innamorati di lei. Dopo tre mesi di assedio fu inevitabile firmare la resa.
Franceschiello e Maria Sofia si rifugiarono nella Roma papalina, andando ad abitare nel palazzo Farnese, dove fu costituito anche un “governo in esilio”. Un governo che, principalmente, cercava di fomentare il brigantaggio politico nelle province meridionali.
A loro volta, uomini fedeli ai Savoia tentavano, con ogni mezzo, di annientare l’alone di leggenda che avvolgeva la regina in esilio. Nel 1862 furono diffusi dei fotomontaggi in cui compariva una presunta Maria Sofia totalmente nuda e in pose sconce. I responsabili del falso, identificati in Antonio Diotallevi e Costanza Vaccai, furono arrestati e processati.
Lo scandalo vero si verificò in quello stesso anno, ma si riuscì, là per là, a soffocarlo. Nelle sue irrinunciabili cavalcate nella campagna romana, Maria Sofia si faceva scortare dal tenente belga che aveva conosciuto a Gaeta. Armand de Lawaiss era giovane, biondo, aitante. Nel mese di aprile, Maria Sofia si accorse di essere incinta. Col marito non aveva rapporti intimi e quindi non poteva attribuire a lui la gravidanza. Ma non si perse d’animo. Si finse ammalata, sostenne che le era indispensabile respirare per un po’ l’aria di montagna e, col consenso di Franceschiellio, se ne andò in Baviera. Aiutata dai genitori, fu mandata in un convento di suore orsoline dove, il 24 novembre 1862, partorì due gemelle cui furono imposti i nomi di Viola e Daysi e che furono affidate a persone sulla cui discrezione si poteva contare.
Consigliata da Sissi, Maria Sofia scrisse una lettera a Franceschiello confessando ogni cosa. E la risposta non si fece attendere: “Torna subito, ti aspetto a braccia aperte”. E non è tutto: l’ex re si recò, finalmente, da un chirurgo per sottoporsi alla indispensabile operazione. La quale diede buoni risultati tanto è vero che il 25 dicembre 1869 Maria Sofia diede alla luce una bambina che fu battezzata col nome di Maria Cristina. Purtroppo, appena quattro mesi dopo la bambina morì.
Quest’ultima triste vicenda fornì alla coppia regale l’occasione per separarsi.
Lui se ne andò ad Arco, nel Trentino, dove morirà nel 1894. Lei, dopo una breve permanenza a Parigi, si stabilì a Monaco. Si spense il 18 gennaio 1925, all’età di 84 anni. Le pareti di quella casa di Monaco, fu notato, erano cosparse di quadri raffiguranti Gaeta: i lungomare, il duomo, il castello.

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