Un matrimonio caprese nella grotta di Matermania

– di Benedetta Palmieri

Una notte singolare in compagnia di Monika Mann.
Le due vite di Ipato.
I confetti ripieni di cioccolato speziato.
Una passerella irreale illuminata dalla luna.
La pioggia e l’attesa dell’alba.

Era una notte lunatica e silenziosa.
A Pizzolungo il buio era penetrante.
Una creatura soprannaturale, non ben identificata, si aggirava per il sentiero. Così sospesa da apparire incorporea. Così inafferrabile da sembrare trasparente. Eppure scura, confusa con la notte. Ravvivata a tratti da scoppiettanti baluginii. Stanca, si era addormentata sul ciglio della strada.
Il terreno umido era morbido, e l’accolse come avrebbero potuto fare coltri soffici e ricche, accuratamente sprimacciate. Le foglie scricchiolavano di tanto in tanto sotto di lei, profumando tutto intorno d’autunno e bellezza.
Dormiva profondamente, con espressione leggera.
Quando il sonno l’ebbe ristorata abbastanza, si alzò e si produsse in uno strano movimento. Si snodò dai piedi sino alla testa, come un ballerino di break-dance: il suo personale modo di sgranchirsi. Decise di rimettersi in cammino.

Dopo avvennero tante cose, o almeno così sarebbe sembrato all’alba.
Il suo vagare la portò sino all’arco naturale. L’ombra di quel baldacchino roccioso proteggeva il ballo che vi si svolgeva sotto dalle esplosioni meteoritiche che, come fuochi d’artificio, rischiaravano e facevano tuonare il cielo. La danza sembrava inarrestabile, e impossibile sembrò resistervi. Si unì a quelle donne vivaci e sentimentali, e a quegli uomini dalle braccia decise e guizzanti.
Si dimenavano sulle note del ballo del mattone, indicandosi a vicenda mentre Rita Pavone strepitava “con te yeyee, con te yeyee, con te che sei la mia passiooone”; imitavano ridicoli le papere travolti dal ballo del qua qua “mamma papera e papà”; buttavano indietro la testa all’attacco di “tanti auguri! per chi tanti amanti ha”, scimmiottando Raffaella Carrà con uno scatto divertito e voluttuoso.
Si diede scalmanata al ritmo. Poi sudata si sottrasse silenziosamente al gruppo, restituendosi al buio del suo passeggiare.

Incontrò una gallina solitaria vicino alla villa di Malaparte. La gallina ciondolava nella notte senza paura, caracollando sulle zampe buffe e facendo ondeggiare il culo, grosso come quello di Mamie in Via col vento.
Restò a guardarla per un po’, incuriosita dal suo sembrare affaccendata e presa da chissà quali necessarie occupazioni, concentrata per evitare errori e dimenticanze nel portarle a termine.
Era in immobile contemplazione delle faccende dell’animale, quando passò Monika Mann, che aveva casa lì vicino. La tedesca la invitò a bere qualcosa da lei. La fece accomodare su un grande pouf lilla, in una stanza appena adiacente alla veranda semioscura e carica di reti da pesca.
Pendevano dal soffitto, coprivano i mobili come i vecchi lenzuoli che difendono i salotti dalla polvere e dal sole, fungevano da amache, e odoravano di mare. Le offrì del vino rosso in un vecchio bicchiere dal vetro spesso.

A un certo punto si alzò, e le disse che avrebbe dovuto cambiarsi, perché era attesa a un matrimonio importante.
Le chiese di aspettarla, e le propose di andare con lei. La creatura accettò emozionata. Un matrimonio sconosciuto.
E arrivarci con quella signora singolare, poi… Sarebbe stato di grande effetto. L’avrebbero certamente notata, e creduta speciale.
Poco dopo uscirono insieme e camminando lievi sui fiori raggiunsero la grotta di Matermania. Già, dove avrebbero potuto celebrarsi delle nozze, se non nella grotta del Matrimonio? Mangiarono zighinì con le mani, dono degli amici eritrei agli sposi. E ne spensero il fuoco appiccato sulle labbra con un vino dolciastro. Poi furono distribuiti i confetti, ripieni di mandorle carnose, o di cioccolato speziato.
La creatura fece amicizia con i legittimi invitati, alcuni di loro la travolsero con chiacchiere confuse ed eccitate, altri le confidarono con pudore o sfacciataggine le proprie vite.
Ipato, restituito per quella notte di festa alla vita, le narrò di come in quel luogo gliel’avevano tolta due volte. O almeno ci avevano provato. Uno di loro la baciò persino. Con calore.
Quando andò via era sfiancata. Ma pensava con incantato stupore a quanto fosse enorme il mondo, e a quanto dovesse essere forte per saper comandare quelle schiere indisciplinate.
Appena fuori dalla grotta, fu investita da un fascio di luce. La luna srotolava il proprio chiarore come il tappeto rosso di una sfilata. Il terreno, leggermente sconnesso, brillava qua e là. Le foglie si lasciavano scorrere addosso la luce lunare.

La creatura fu raggiunta inaspettatamente da una persona amata, e che la amava.
Si presero sottobraccio guardandosi sottocchio. E si concessero a quella passerella irreale. La percorsero tutta, incedendo molli ed altere, con grazia superiore all’umano.
Poi venne la pioggia a ordinare tutto. Una pioggia lieve che accarezzava, e scrosciante che prendeva a schiaffi. Bella e bagnata. Una pioggia da bere. Da odorare e da raccogliere tra le mani.
La creatura si inzaccherò, affondò i piedi nudi nel fango, giocandoci come si fa con la sabbia. Con un piede ne sollevò rapida in aria un mucchietto, e poi lo colpì al volo come si fa invece con l’acqua di mare. Il fango si stampò sul tronco di un albero, e ne restò per sempre a far parte. Quando la pioggia cessò, stava per farlo anche la notte. L’oscurità iniziava a ritirarsi, scoprendo a poco a poco esseri ed elementi sino a quel momento tenuti nascosti.
Arrivò l’alba. Erano avvenute tante cose, o almeno così era sembrato.

Questa storia appartiene al mio amico Roberto, “che è nato e vive a Capri”

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