Un romanzo per l’estate

– di Mimmo Carratelli

Spopola il libro “ci vediamo al bar biturico” sulla maliziosa storia anacaprese del professor bruno e dell’acerba giada, lolita del nuovo secolo. Stuzzicati dalle pagine del best seller, altri autori preparano nuovi racconti eccitanti.
La relazione tra un imberbe peppino e una matura ma ancora avvenente
Manager milanese, a katacapri, è la trama che, a parti rovesciate, ricalca il duello amoroso di giada e bruno. Il titolo sarà: “ci incontriamo al bar caiolo” che prende spunto dal mestiere del giovanissimo lolito isolano.

Tempo di best seller a Katacapri.
La storia del professor Bruno, 62 anni, camicia e pantaloni di lino bianco, scarpette rosse di corda, e di Giada, 13 anni e 4 mesi, labbra grosse, occhi neri e frangetta, spopola sotto gli ombrelloni, ai bordi delle piscine, nelle hall degli alberghi, sui tavolini della Piazzetta. Il libro, edito da Guanda, ha scatenato a Katacapri una voglia di raccontare incuriosendo, sorprendendo, scandalizzando per quello che è ancora possibile in tempi che non scandalizzano e non si scandalizzano più di nulla. Vibrano eleganti penne stilografiche, antiche macchine per scrivere, ronzanti computer.
Memorie, confessioni, diari pruriginosi, memorie erotiche, sogni proibiti e avventure vissute.
Si può fare di più del professore Bruno e di Giada, lolita del nuovo secolo?
“Capovolgiamo i ruoli”, mi dice una donna affascinante, che frequenta Katacapri, pronta a presentare la “sua” storia, di lei manager dagli occhi profondi, 52 anni, la pelle abbronzantissima da sembrare una Afef lombarda, ben trattata in palestra e in qualche beautyfarm, magra come una modella, misteriosa e ingorda, e Peppino di 13 anni e 4 mesi, “biondino con le orecchie a sventola, il petto glabro, i fianchi stretti e il pipistrello irrequieto”. “Perché no?” dice.
Lei vorrebbe cominciare dallo scoglio dove per la prima volta vide Peppino, “piatto come un lucertola, in attesa come un ramarro, sveglio come un gatto, astuto come una volpe, nero come un tizzone in contrasto con la frangetta bionda e gli occhi azzurri, ma proprio azzurri come non li ho mai visti” e lei, la manager dalle gambe appetitose, annoiata dagli irreprensibili amanti di città, un drink e una scopata, dai corteggiatori con le Ferrari, una botta e una corsa, persino dai barcaioli dal coito veloce, “che non sono più quelli di una volta”. Lei si lascia alle spalle le garçonnière della riviera ligure e dei laghi lombardi e si incanta, a Katacapri, davanti “a quel fuscello mediterraneo di finta innocenza, un po’ greco, un po’ saraceno, una carezza improvvisa per il mio corpo usato e che presto invecchierà, una iniezione di fresca adolescenza, il suo pipistrello al debutto, ma i suoi occhi già curiosi e avidi, un piccolo, delizioso Cupido al posto degli orchi deludenti delle mie notti milanesi”.
Olalà, signora. Storia vera, magari con un Peppino meno giovane, diciamo almeno 16 anni e 4 mesi. Ma fa più glamour l’età di Giada e allora andiamo avanti. Morbosità elegante, capriccio manageriale, conquista originale se non fosse, come succede nella storia dell’acerba Giada col vecchio professore Bruno, che è Peppino a irritarle i sensi “conducendomi sull’avventato precipizio dove il mio giovane Icaro vuole volare con me squagliandosi al sole di una passione anticipata o, forse, solo spinto da una curiosità e da un bisogno improvvisi e urgenti”.
D’altra parte, è tutto anticipato oggigiorno e i pipistrelli fremono appena usciti dalle elementari e lei, la manager che ha avuto tutto, si lascia sedurre da Peppino, “sorprendente per età e audacia, che forse ha imparato molto dalle vecchie storie dei playboy dell’isola”.
Non proprio un amore, ci mancherebbe, ma qualcosa che è già successo nelle ville di Tiberio e nella Villa Lysis del conte Fersen in via Lo Capo. Niente di nuovo sotto il sole di Capri.
Corse sui sentieri dei fortini eccitando l’impazienza di Peppino, bagni in piscina suscitandogli un desiderio immediato, cabine di imprudenze eccitanti, notti di luna sui ciottoli di Marina Piccola, “e Peppino che fa il delfino sulle onde del mio corpo”, nascondigli fra siepi di biancospino e di mortella, giacigli rustici nella valletta di Cetrella.
“Sarà una storia sublime e raffinata”, mi dice la signora sicura del fatto suo e della storia che va scrivendo. Sarà, più precisamente, un inno al corpo saettante di Peppino, che non sarà mai imprigionato da un doppiopetto confindustriale “come Montezemolo”, né fasciato da un cachemire “come Bertinotti”, ma “libero corpo in libero stato di grazia”.
Sarà un romanzo pieno di puntini sospensivi e di punti esclamativi, giuste le emozioni femminili dell’autrice, con la scena-clou sul fondo di una barca solitaria nella Grotta Azzurra “dove il pipistrello volò e colpì la sorpresa attesissima del mio dono pronto a tutte le oscillazioni della barca e all’odore di mandorla che Peppino mi lasciò sulle gambe. Felice ninfa, io, e baccante, lui tenero Dionisio che mi offriva la sua bacca”. Si lascia andare la signora abbronzantissima che firmerà il romanzo con un pseudonimo appropriato e che ha già in mente il titolo perché, quanto prima, dopo esserci visti al Bar Biturico, ne sapremo di più, a parti rovesciate, incontrandoci al Bar Caiolo.
Questo sarà il titolo, che prende spunto dal mestiere di Peppino, e il romanzo si concluderà con una battuta celebre, “ci sarebbero gli asfodeli”, meno ironica ma più gentile della celebre battuta del professor Bruno, “ci sarebbero i fichidindia”.

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