Un uomo di Pantelleria

– di Nicola Dal Falco

La vita semplice di Francesco e il ricordo di Caterina.
La fuga d’amore. Un padre, miglior ballerino dell’isola.
Il rito dei materassi per le figlie, centottanta chili di lana a testa comprati in Sicilia.
Un lavoro di venti donne sulla spiaggia, la lana battuta sui sassi in riva al mare e messa ad asciugare sui tetti e sulle terrazze. Quel lavoro di venditore di nastri, spille e rocchetti di casa in casa.
Come imparò le genealogie degli scauresi risalendo sino alla quinta generazion
e

200708-9-1mFin dal mattino il vento rifletteva la sua indecisione nel mare; la superficie dell’acqua rabbrividiva, si sollevava senza distendersi da tramontana o scirocco. Restava solo un tremito di febbre, ripetuto. All’orizzonte, lontano, un velo di vapori, un muro di ovatta nascondeva capo Bon.
In tanti anni, a Pantelleria, forse solo una volta mi era parso di riconoscere, come un’ombra cinese, il promontorio dietro il sole che tramontava. Poi, dopo pranzo, tutto era avvenuto in fretta, d’incanto. Quel muro fluttuante ma fermo all’orizzonte si era gonfiato, innalzando montagne candide e piroettando in avanti la sua massa sempre più bianca, venata di viola tenue. L’Africa e i suoi deserti respiravano e il fiato caldo che assedia i palmeti, i muri di fango e le schiene degli asini correva con la velocità della nebbia.
Una velocità particolare, perchè la nebbia cade, ti avvolge quando pensi ancora di vederla arrivare. Il fenomeno si dissolse al tramonto; la luce residua del giorno sparì col sudario come una cosa avvolta senza complimenti in uno straccio. La mattina seguente, il vento si era messo a scirocco, l’orizzonte sbiadito, il mare percorso da piccole onde che si rompevano in punta.

Ero salito a comprare il pane e l’ho trovato davanti ai gradini che scendono, girato l’angolo, fino alla porta del forno. Uguale al tempo dei ricordi come se vent’anni potessero stare tutti comodamente nella parola ieri: diritto in un metro e sessanta, la testa immacolata e la faccia sbarbata tranne una mosca sopra il labbro appena accennata e che sfumava verso gli angoli della bocca. Un baffo non più grande di un accento circonflesso, perentorio quel tanto che basta per ridare equilibrio al viso forse troppo femminile. Aveva ancora della terra, usciva a pesca ma sulle dita non c’era un filo di nero e le unghie erano intatte e limate con garbo. Gli occhi sembravano più piccoli e profondi, con un lampo di cupidigia e di tristezza. Lo chiamai e guardandomi meglio disse: «Figlio. Io non potevo credere. » Poi, quasi ravvedendosi: «Figlio mio, Zi Caterina manca da sette anni, in questo giorno la portammo da Palermo.» Si fece abbracciare abbandonandomi la guancia sul petto. Zi Francesco non nascondeva la pena anzi, in certi momenti si lasciava sopraffare da uno spasimo che gli piegava le ginocchia, rompeva la voce in una nota acuta. Diventava addirittura piagnucoloso ma il dolore c’era ed enorme.
Quell’uomo aveva meno ritegno di un bambino nell’esprimere il cruccio per la perdita della moglie. Lei era vestita di scuro con una lunga, sottile collana d’oro o d’argento, i capelli ondulati, tenuti corti e pettinati semplicemente all’indietro. Un viso dolce e dignitoso, curioso del prossimo che non covava rancori dietro al bancone.
Si arrivava al cimitero, salendo la collina, morsa a metà dal cielo, tagliata via, a picco nel vuoto. Da lassù, il mare era spaventoso e bello e per stringerlo insieme al cielo bisognava socchiudere un attimo gli occhi. Il cimitero stava quasi in cima dove finisce la strada tra case bianche e ordinate, i suoi muri anneriti chiudevano la bocca di una cava abbandonata e là, nella vena di sasso dormivano i morti con il cancello sempre aperto.
Davanti alla piccole lapidi, Zi Francesco sfiorava l’immagine con un bacio appoggiato sulla punta delle dita. La mano, disperatamente vuota, si ritraeva poi scottata, allargandosi sul pantalone di lana, come una stella marina rimasta all’asciutto. A casa, sul mobile, in un angolo dell’ingresso che fungeva da soggiorno, la stessa foto della morta, i fiori di plastica, il lumino rosso e il centrino non erano stati toccati da sette anni, dando tempo ai ragni di costruirci una tela e poi di abbandonarla. La tela si era riempita di polvere ed ora pendeva strappata, unendo con la colla tenace dell’abbandono quegli oggetti.
Il ricordo di Caterina fluttuava ovunque. Zi Francesco si lasciava prendere al laccio, seguire, blandire, tormentare. Lei era lì, leggera come polvere, presente come quelle cose che rimangono e proprio perché rotte e dimenticate appaiono più interrogative. Nel dolore, il dialogo tra i due continuava. La metà scomparsa chiedeva all’altra il dono rinnovato del tempo; si era insomma appiccicata alla persona, alla vita. E Zi Francesco sentendo il peso, umilmente lo portava. Si erano incontrati giovani e per sposarsi avevano convinto con la fuga i genitori ma ci era voluta comunque la benedizione del vescovo di Palermo per unirli in matrimonio. Mastro Giovanni, vedovo e con sette figli a quarantacinque anni, quando gliene avevano parlato, era stato irremovibile. Non poteva badare anche alla nuora sedicenne, la soluzione più giusta era di riprenderseli in casa fino a che avessero raggiunto la maggiore età.
«Vedi, lì, mio padre. Era grosso, il migliore ballerino. Si, portava il pizzo, l’abbiamo fotografato già morto ma non sembra, vero?» «Mia mamma è morta dandomi alla luce. Per Mastro Giovanni non ci furono più donne, tenne in pugno da solo la situazione. Ogni mattina ci passava il pettine fine e nessuno ebbe mai i pidocchi.»
Intanto il vento rimbombava nel cimitero di Scauri, accorciando i pensieri. Le parole di Zi Francesco erano pesanti e staccate come lettere di bronzo. Un vortice invisibile ci separava dal resto del mondo. Quel giorno di ottobre, con le sue banali incombenze e nuove corvé, naufragava contro i ricordi del vecchio, davanti al suo sorriso di donna, non era più uguale al precedente né confondibile con il successivo. Se il cimitero era una casa e aveva il cielo per tetto dipendeva interamente da lui, era, in un certo senso, una sua magia di uomo vivo che vede la morte come una signora vestita di scuro, seduta sul letto. Si, seduta sul letto, e in grado di lasciare, con il peso del corpo, un piccolo avvallamento nella trapunta.
La familiarità, la concretezza della morte univa i cuori e permetteva a Caterina di riapparire nel cerchio disegnato dai pensieri. La morte, insomma, per un trasferimento di energia, diventava cosa viva: un rumore di sedie, il miagolio del gatto, una frase colta in fondo alle scale; trasparente come il bicchiere sul tavolo, quasi lecita. Per amarla però, attraverso l’ombra dei cari, occorre un senso epico, il senso della sfida quando la vita sembra avvitarsi ai giorni e sostenerli.
Caterina aveva deciso e preteso che la lana per i materassi delle due figlie non fosse usata e Francesco era andato in Sicilia a comprarla. Centottanta chili di lana a testa, appena tosata. Il valore dell’impresa oltre al viaggio in nave stava nel lungo lavoro di pulitura. La lana era tutta sporca e per riempire quei materassi di sposa, Francesco aveva reclutato venti donne. Il gruppo scese di buon’ora e allegramente fino al porto di Scauri dove al centro della cala, sulla riva di ciotoli, una costruzione squadrata e senza porte funzionava da lavatoio. L’acqua sgorgava bollente dalla terra e sotto il mare. Le schiene curve nell’aria dolce di giugno, cantando insieme, madri, nonne, cugine fecero avanzare il lavoro senza pause. «Sai – disse a un certo punto Francesco – bisognava anche darle da mangiare a tutte queste donne, perchè mangiavano e come.
Il grosso del lavoro fu fatto in due giorni al mare ma l’ultimo lavaggio avvenne in casa con l’aiuto di otto donne. La lana battuta tra i sassi della riva, in faccia alle tane dei granchi, fu messa ad asciugare sui tetti e le terrazze, ferendo gli occhi più del biancore della calce. Quante principesse omeriche ebbero una dote simile?
Lo sforzo di Caterina e Francesco, il lavoro di venti donne, l’acqua ribollente del tartaro e l’onda chiara del porto composero un vero letto d’amore. Solo il cielo o il panico della guerra potrebbero disperderne la lana.
Zi Francesco non sapeva che viso avesse sua madre. «Allora non c’erano fotografie. Se chiamavo mamma la mamma di latte, gli altri bambini mi sgridavano, mi prendevano in giro. E con Zi Caterina, lo vedi, sono di nuovo rimasto solo».
La mamma, persa per sempre nascendo, nascose il suo volto in quello di tutte le donne e per questo Francesco pensò di capirle un po’ di più. Voleva far soldi in fretta e il mezzo più rapido che escogitò fu quello di girare per la contrada, di casa in casa, vendendo nastri, spille, aghi e rocchetti. Con le prenotazioni gli affari aumentarono al di là di ogni previsione. Fu un tirocinio duro e ricco di sorprese. Le porte si aprivano solo cedendo qualcosa, immedesimandosi, usando gentilezza ed ironia.
All’inizio, era Francesco a spiegare, a spiegarsi, solleticando la curiosità femminile senza mai offenderla, seminando il discorso di osservazioni, di domande, lasciandosi giudicare, provare. Poi si limitò ad ascoltare, capì a fondo il carattere delle sue interlocutrici, le debolezze, le armi, le vanità. Per ogni persona e situazione immaginò più strade e seguendo percorsi tortuosi e immagini onnivore compromise il suo lato maschile, perse l’intransigenza e trovò la memoria.
Non fu dovuto a un’ispirazione anche se la mente agile era predisposta ma ad un arricchimento progressivo, ad uno studio. Le donne parlavano ed erano sempre le famiglie al centro dei discorsi. Nomi, soprannomi, incidenti, unioni, nascite, morti si disponevano come i rami su un albero in un’apparente confusa sintassi di legni secchi e giovani. Ai più, la chioma appariva impenetrabile ma bastava partire dal tronco (la contrada) e risalire lungo i rami principali (le dieci razze) per rintracciare fino alla quinta generazioni di scauresi.
Francesco imparò l’albero a memoria. Rispettando la successione dei nomi poteva leggere, anello dopo anello, la storia del paese. Solo recentemente, con l’introduzione di nomi forestieri o addirittura esotici, la novità aveva di fatto appiattito tutto, oscurando la mente, rompendo il filo d’Arianna con i ricordi. Preferendo un nome che non apparteneva alla famiglia, la memoria si inceppava e un ostacolo in più si frapponeva alla maturazione di un nuovo genealogista.
Spesso, marescialli e finanzieri, nell’esercizio delle loro funzioni, avevano chiesto lumi a Francesco; la sua risposta era stata subito una domanda: «Me lo chiedete per il bene o per il male di questa persona?» Una volta chiarito il motivo, Zi Francesco si concentrava, si chiudeva in se stesso, faceva il “sonnanbulo” come suggeriva timoroso qualcuno. Ritrovava il nome e grazie a quella liana si arrampicava fino al ramo giusto e cogliendo il frutto del tempo, illuminava un viso come la lucciola il palmo della foglia.
Fra non molto altre vite si sarebbero spente senza la visita di una lucciola.

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