Un viaggio senza tempo alla marina di Novaglie

– di Ester Chica

Grigi e campi di terra rossa.
Un avventuroso autostop sulla provinciale a due corsie e l’apparizione di una vecchia berlina bordeaux.
L’incanto del mare alla punta estrema del salento.
La casa della nonna tra i pini.
Le tarantole nere sui sacchi di grano.
L’odore del timo e delle cozze patelle.
Venti barche di pescatori in una insenatura.

200608-9-1mIl treno intercity proveniente da Benevento si era fermato a Lecce. Era la controra e nella piccola stazione di provincia c’erano poche persone che occupavano a gruppi la sala d’aspetto. Il bar e l’unico tabacchi erano chiusi. Guardai l’orologio, erano le quindici.
Andai all’interno della stazione lasciandomi alle spalle i binari del treno. La canicola di metà agosto rendeva tutti più insofferenti, soprattutto il personale della stazione ancora in servizio.
Conscia di quella insofferenza mi avvicinai a un uomo di mezza età, che pensai essere il capo-stazione poiché indossava una divisa blu, e gli chiesi indicazioni per raggiungere la Marina di Novaglie. L’uomo sorrise a malapena e mi guardò con tenerezza. “A Novaglie non arriva niente, – mi disse. – Puoi andare ad Alessano che è uno dei paesi più vicini.”
“E da lì, poi?” insistetti io.
“Signorina, forse non sono stato chiaro. A Novaglie non arriva niente. Ci sono solo alcuni autisti privati che coprono tutto il Salento, ma costano molto e vanno prenotati con almeno due giorni di anticipo”.
Di lì a un’ora circa presi un treno locale che mi avrebbe portata ad Alessano. Avevo deciso di fare, poi, l’autostop per arrivare a Novaglie. Il treno mi ricordava quelli dei film western che io e mio fratello, da bambini, vedevamo la domenica mattina al cinema “Oliva”, dopo la messa delle nove. Il treno camminava a non più di ottanta chilometri orari e questo mi permetteva di guardare il paesaggio, che già conoscevo bene, con una certa attenzione.
Vedevo passare, con la testa appoggiata al finestrino, le strade sterrate delimitate dai muretti di pietra grigia alti poco più di due metri e i campi di terra rossa con gli ulivi e i carrubi.
Lo conoscevo bene quel paesaggio perché mi apparteneva da sempre; apparteneva alla mia infanzia e alla mia famiglia. Conoscevo bene quel paesaggio anche perché non cambiava mai; sempre uguale a se stesso, brullo, rosso, bruciato dal sole, eppure così vivo.
Il viaggio durò più di un’ora e dal finestrino vidi pochissime figure umane: due o forse tre contadini e una donna che camminava sotto il sole tenendo per mano un bambino.
Scesi alla stazione di Alessano. Fermo sul marciapiede prospiciente l’unico binario c’era un uomo che, intesi dopo, fungeva sia capo-stazione che da bigliettaio. Mi avvicinai per chiedergli informazioni sul percorso da fare per raggiungere la Marina di Novaglie in autostop.
Con una gentilezza leggermente ironica e una cadenza quasi lamentosa, l’uomo mi indicò un viottolo sterrato che tagliava la campagna di terra rossa di fronte a noi.
“Vai di là, signorina, alla fine ti trovi sulla strada” mi disse, tenendo il braccio teso in avanti. Rimasi, come al solito, colpita dal “tu” accompagnato dall’appellativo “signorina”, ma anche questo lo conoscevo bene.
Seguii il viottolo e ricordo che ingoiai la polvere, molta.
Ai lati, nella campagna di terra rossa e tra gli ulivi, c’erano alcune piccole costruzioni, della stessa pietra dei muretti che avevo visto dal treno, alte meno di due metri e a forma di cono mozzato in alto, con un’apertura sul d’avanti e senza porta.
Quando arrivai sulla strada, una provinciale a due corsie, allungai la mano per fare l’autostop nel senso di marcia che mi aveva indicato l’uomo “tutto-fare” della stazione di Alessano. La terza o quarta macchina che passò si fermò. Era una Fiat vecchio modello: una berlina bordeaux anni ’70 che non vedevo più da tempo. Un uomo di mezza età si affacciò dal finestrino e mi chiese: “Signorina dove devi andare?”
“A Novaglie” risposi con voce leggermente tremante.
“Sali che ti ci porto io” mi disse continuando a darmi del tu.
Salii in macchina, pentita per la mia imprudenza, e mi sistemai sul sedile del trasportato.
“Sei in vacanza, vagnona?” disse lui. “Sì, ma in realtà ho la mia famiglia che villeggia qui perché siamo originari della zona.”
“E come si chiamano i tuoi?” chiese lui continuando a guardare avanti.
“Mio padre fa Chica” risposi, incerta sull’opportunità di fornire dettagli sulla mia vita personale ad uno sconosciuto.
Ricordo che lui si voltò, mi guardò per qualche istante e aggrottando la fronte disse: “Naa… la figlia de lu Paolu sei. L’avvocato di Napoli, lu figlio de la signora Ester.”
Mi sentii rassicurata e risposi di sì tendendo lo sguardo fisso in avanti.
La strada a quel punto faceva una curva a sinistra e si vedeva proprio di fronte un enorme promontorio di scoglio e dietro il mare. Procedendo nella curva, la visuale del mare si apriva sempre di più fino a riempire tutta la vista. Io quell’anno, come sempre, come da quando ero bambina e a portarmi lì era mio padre, ho avvertito un leggero dolore tra le costole e un nodo alla gola. Ho inspirato forte e ho trattenuto il respiro per fare durare il più a lungo possibile quella sensazione.
L’azzurro di quel mare è di una tonalità particolare, come quella che solo il profondo sud, la punta estrema del Salento, conosce. Il paesaggio intorno era ancora più brullo e agli ulivi e ai carrubi si alternavano i fichi d’india. La terra era rossa, sempre; il mare azzurro a tratti diventava bianco unendosi al cielo senza soluzione di continuità.
Sono arrivata a casa, pensai. L’ho pensato quella volta e tutte le altre volte in cui ho visto il mare e gli scogli del Salento.
Dopo due curve, la macchina imboccò la stradina di pietrisco che porta alla casa dei miei nonni. Percorremmo pochi metri e di fronte a noi apparve di nuovo il mare, questa volta blu e azzurro, e a destra la casa, i pini e il terrazzo rosso.
Ricordo che vidi mia nonna: i capelli bianchi, il vestito scuro e lo sguardo incantato di sempre. Mia nonna era seduta al suo posto, con le spalle al muro della casa, sotto la finestra che dà sul giardino. Rimase ferma a guardarci mentre mi accomiatavo e ringraziavo il mio accompagnatore e poi sorrise stupita. Quando scesi dalla macchina sentii la sua voce lamentosa.
“Naa …, la Ester mia … è arrivata” disse.
Le andai incontro e mi dovetti chinare per abbracciarla.
Mentre la stringevo mi apparvero i sacchi bianchi pieni di grano e le tarantole nere. Erano dieci o forse venti ragni neri che si muovevano a tratti sulla tela bianca, tra le pieghe, nel grano, sotto il cielo di agosto. Ricordai i ragni neri della mia infanzia, delle notti bianche con il cuore in gola. Erano le tarantole dei racconti di mia nonna, che avevano morso le donne del paese. Anche le donne erano nere, coperte fino al capo. Vidi le donne buttarsi a terra sulla piazza bianca di Galatina, arrampicarsi sui capitelli della Chiesa e urlare aggrappate ai maniglioni dei portoni o gemere distese prive di forze sui gradini delle case.
Lasciai mia nonna e le donne del paese e voltando lo sguardo vidi la piazzetta e l’unico bar di Novaglie: il bar de “La Cia”.
“La Cia non c’è, è rimasta in paese; il bar quest’estate lo gestiscono le figlie.” Era mio padre che parlava, raggiungendomi alle spalle. Mi girai e lo abbracciai.
“E Cesare, ha aperto?” gli chiesi. “Cesarino sta sempre lì, nonostante l’età e le dita di una mano mancanti. Il ristorante va bene, il pesce fresco e la posizione attirano sempre i clienti.” Mentre mio padre parlava inspirai forte e sentii l’odore del timo mischiato a quello delle cozze patelle e delle alghe verdi e scivolose della “conchetta”.
La “conchetta” è la discesa a mare, adiacente al canale di Santo ‘Ronzo, da sempre occupata dalla mia famiglia. È il posto dove mia nonna, ancora ragazza, andava a fare il bagno con il costume intero che le copriva i fianchi e la schiena. Ricordo, ora, che proprio quell’estate trovai i costumi di mia nonna ordinatamente conservati nel cassetto del suo armadio, insieme alla borsetta nera di pizzo e al filo di perle che lei indossava per le occasioni.
Scesi le scale, percorsi la strada di tufo che separa la casa dalla piazzetta di Novaglie e mi affacciai dal muretto verso il porto. Si tratta di un’insenatura che ospita non più di venti barche: sono gozzi di pescatori, di legno, a strisce bianche e turchesi. Respirai forte e sentii l’odore delle reti da poco tirate e ancora piene dei vermocane, che i pescatori di lì chiamano “forfoche di mare”, impigliati nelle maglie, sporchi di polvere e lasciati morire al sole.
Alzai gli occhi e vidi di nuovo il mare e gli scogli del Salento. Anche allora pensai che quella è la mia casa, la mia casa sulla mia isola.

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