Una bandiera per Capri

– di Laura Lilli

Appena ho imparato a camminare
sulla mia isola ci ho piantato una bandiera.
Appena ho imparato a scrivere
sulla bandiera ci ho scritto il mio nome.

Io crescevo, e sull’asta
della bandiera
si avvinghiava una bougainvillea.
La luna la inargentava.
Il sole non la bruciava.
Con la foschia
l’isola spariva, invisibile
anche nei binocoli. Ma
la bandiera no.
Svettava,
sventolava,
mandava luce ai naviganti
smarriti
dentro la nebbia/ovatta.
Era un faro, la mia bandiera.

Piano piano, con gli anni,
sulla bandiera ci ho scritto i nomi
di quelli che amavo. Se
li amavo, li portavo
nell’isola. A nuotare, a
esplorare grotte e fondali, a
sposarci. Anche a morire
e a rimanerci.

Altri anni sono passati.
I fondali sono impalliditi
e un poco anche la mia bandiera.
Troppe piscine hanno sfidato il mare
Troppi i ferri-da-stiro
stipati nel nuovo porto turistico.
Troppe multiproprietà
al posto delle limonaie
protette da veli verdi e neri.
Troppe candele sui tavoli
delle antiche trattorie
dalle tovaglie di carta.
Troppe liste d’attesa.

Ora siamo vecchie,
l’isola e io. La bandiera
ha qualche strappo
ma resiste al vento
benché, come l’isola, resti
opaca nella nebbia
Adagio trivi e quadrivi di rughe
vengono solcando la mia faccia.
Multifocali e fotosensibili,
i miei occhiali si fanno più spessi.
Rifiuto il sole. Il mio nuoto
è più lento. Il fiato è corto.

L’isola però non è vecchia
della vecchiaia di un tempo,
da povera: bocca
sdentata e fazzoletto nero.
Non è vecchia nemmeno
con discrezione, come avviene
nei paesi del welfare state.
No, l’isola bella è ricca, ora
ed è vecchia con arroganza
come sanno essere vecchi i ricchi.

E’ soprappeso malgrado i massaggi.
E’ liftata, la faccia troppo liscia,
innaturalmente gonfia.
Del repertorio non manca nulla: gioielli,
parrucche, giovani amanti prezzolati,
camerieri troppo cerimoniosi.
Ai loro inchini lei risponde col “tu”.
E’ bossy, la vecchia isola danarosa,
e disprezza i poveri del pianeta
che pagano, rumorosi e sguaiati,
per renderle omaggio a loro modo.

Della mia bandiera se ne è scordata.

Ma io no. Io penso
che passerà questa vecchiaia
come sono passate tutte le altre.
E’ successo a Tiberio,
che era l’imperatore del mondo,
succederà ai gigolo e ai camerieri
ossequiosi. Qualcuno ruberà i gioielli,
le parrucche diverranno di paglia.

Le piscine di disseccheranno
e dentro vi cresceranno carrubi
nascondendo lucertole immobili.
Fra le mura sbrecciate
delle multiproprietà cresceranno
fichi e rovi pesanti di more.
I ricci si avvinghieranno
alle rocce subacquee di nuovo
e intorno gli danzeranno stormi
di pettini striati d’arcobaleno.
Gli smisurati mostri/aliscafi
che ora vomitano mandrie
turistiche dal sorriso beota
cederanno il passo a battelli
piccoli, a energia pulita.
Ne sbarcheranno vere persone,
che sapranno dove si trovano,
ne avranno rispetto
e parleranno a bassa voce.

Non se io ce la farò a camminare
fra le cicale e i papaveri
sulla nuova polvere dei viottoli.
Ma so che ci sarà almeno un
brandello della mia bandiera
a oscillare in quel vento pulito:
cristallino maestrale, ma anche
libeccio iroso, arruffato, scalmanato.
E per qualcuno, nella bruma,
quello che resta della mia bandiera
sarà di nuovo un faro.

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