Una donna sola al comando, è la capitana di Procida

– di Nino D’Antonio

Una flotta di 400 barche costruite dai maestri d’ascia isolani quando non c’era famiglia che non avesse un tetto in terra e un legno in mare.
La mitica figura di Maria Luisa Ambrosino al timone della nave del marito ammalato.
Dalle glorie antiche al turismo di oggi: come è cambiato lo “scarabocchio” di tufo poggiato su cinque crateri e modellato dai venti e dall’acqua.

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200403-13-2mUno scarabocchio. A rappresentarla graficamente, Procida non è più di uno scarabocchio che emerge dal mare. Il segno anarchico insegue l’allungo del litorale per oltre tre chilometri, poi s’impenna ardito sui più alti costoni. Di qui precipita, veloce e sinuoso, sulle mille frange della costa e si chiude a riccio fra le imponenti falesie. Scomparso? No, viene fuori a salti, intorno alle balze dei cinque crateri sui quali poggia l’isola. Poi, si perde del tutto in quella massa tufacea, antica e informe, che l’acqua e i venti hanno modellato in sconcertanti geometrie.
Un’icona irripetibile, con i topos della Corricella a nord e della Chiaiolella a sud, consacrati in mille fotogrammi, che tuttavia non hanno sottratto l’isola a un destino minore rispetto alle consorelle del Golfo.

Uomini coraggiosi sulle “martirane” con le vele quadrate.
Eppure Procida, al di là della dimensione e del suo difficile territorio, ha potuto sempre contare su una maggiore vicinanza alla terraferma. Appena dieci miglia da Napoli e sei da Pozzuoli, con ogni possibile vantaggio per qualunque attività, specie negli anni della marineria a vela. Che sono, poi, quelli del suo più illustre retaggio, prima che la travolgente avanzata del motore e l’uso del ferro nella cantieristica navale spazzassero via l’antica cultura marinara e ogni sapienza manuale.
E pensare che ancora sul finire del Settecento, Procida è economicamente più florida di Ischia. Come scrive Dalbono, “I marinai procidani … formano una ricca colonia, poiché non è famiglia che non abbia un tetto suo ed un legno in mare”.
L’isola raggiunge in quegli anni la sua massima densità (ben 15mila abitanti) e può contare su un naviglio che supera le quattrocento unità, fra tartane e martirane, tutte realizzate nei suoi cantieri. Le prime sono barche da carico di basso pescaggio, adatte anche ai fiumi; le seconde, grosse imbarcazioni in grado di affrontare l’intero bacino del Mediterraneo e dotate di grandi vele quadrate per meglio sfruttare i venti in poppa.
E’ la grande stagione di Procida, quella che segna l’affermazione della sua gente di mare e dei suoi maestri d’ascia. L’attività mercantile è in costante crescita, tanto che nel 1778 le imposte doganali dell’isola raggiungono i 651 ducati contro i 478 di Ischia. Sono cifre esaltanti per una piccola comunità che ha scelto la vita sul mare, ma sono anche indicative di quella serie di modificazioni, nei comportamenti e nel modo di vivere, che hanno segnato, e non poco, la tipologia dei procidani.

Le vedove bianche.
Di qui l’origine di quella “chiusura” verso il forestiero, la comprensibile diffidenza verso chi resta a casa (“I rischi non vengono solo dal mare”, ripeteva un vecchio capitano), il controllo sulle vedove bianche nei lunghi mesi d’assenza. Ma di qui anche quel matriarcato, che da sempre caratterizza le famiglie procidane.
L’immagine più diffusa ha consacrato per anni la donna sola, accanto ai propri figli. Simbolo di responsabilità e di guida, ma anche – e soprattutto – di autosufficienza.
La mitica figura di Maria Luisa Ambrosino, “la capitana”, che assume il comando della propria nave, quando il marito si ammala gravemente, è ancora presente nella cultura delle donne di Procida.
Così l’isola è rimasta a lungo poco conosciuta, e per molti aspetti poco ospitale, dove i rapporti a circolazione chiusa fra le famiglie escludevano la possibilità di qualsiasi inserimento. Poi l’Ottocento romantico, sempre più teso alla ricerca di vestigia classiche nel Sud d’Italia, allunga lo sguardo avido anche su Procida. L’interesse di avvio nasce probabilmente da un equivoco. Nell’isola non ci sono tracce e reperti di antiche civiltà, ma circola insistente la credenza che “le donne sono vestite in stile greco, mentre gli uomini portano berretti frigi”. Niente di più falso, ma è quanto basta perché artisti e letterati puntino alla scoperta di Procida, ultima testimone delle nostre antiche radici.
Il pittore Louis Leopold Robert acquista a caro prezzo due costumi per realizzare nel 1822 il ritratto di Jeune fille de Procida, mentre le tempere di D’Anna e le stampe francesi e inglesi diffondono l’abbigliamento delle procidane in tutta l’Europa.
In realtà, nel costume non c’è niente di classico – l’impronta è spagnola, più propriamente di Granada, e la zimarra, ‘o capputtino, è di chiara ispirazione orientale – ma ormai nessuno ci fa più caso. L’abito piace, specie nella versione nobile, (la zimarra in raso rosso o verde con punte di Spagna che cingono il collo, in testa la cuffia a uncinetto e il fazzoletto di seta, alla maniera spagnola), ma soprattutto piacciono le procidane che lo indossano.

La storia di Graziella. Il ragazzo di Elsa Morante.
Poi questo pittoresco costume troverà la sua consacrazione con Graziella, la protagonista del romanzo di Lamartine, una storia di amore e di morte, in larga parte autobiografica, che farà commuovere generazioni di lettrici lungo tutto il secolo.
Il viaggio di Lamartine è del 1811, e bisognerà arrivare agli anni di Elsa Morante e della sua L’isola di Arturo, nonché ad alcune intense pagine di Cesare Brandi perché Procida ritorni al centro della grande letteratura. Ma non è più l’isola di Graziella, e le donne non indossano più il costume. Anche la “chiusura” di un tempo è pressoché scomparsa, e la vita sul mare non costituisce più una scelta obbligata. Il turismo ha fatto breccia anche qui, e questo vuol dire aprire le case a chi viene stagionalmente da fuori.
Sicché l’antica immagine di Procida, il suo carattere sopravvivono solo nel centro abitato, in quel trionfo di architettura spontanea, fra archi corposi e contrafforti, terrazze e passaggi coperti, volte e ambulacri imprevedibili sempre all’insegna di quella sfrenata autonomia, che l’uso generoso dei colori giallo e rosa appena riesce a contenere.

La Corricella, Terra Murata, la Chiaiolella.
Il magico insediamento della Corricella, intorno alla chiesa della Madonna delle Grazie, è di certo l’esempio più compiuto, e suggestivo, di questa edilizia anarchica, la quale per seguire le diverse quote del terreno, ha dato vita a una fitta rete di scale fra pubbliche e private, che ormai s’intersecano senza più confini e danno all’abitato, visto dal mare, una visione irripetibile.
Alto sulla Corricella, il quartiere di Terra Murata, l’abbazia di S.Michele Arcangelo (ricca di ex voto che testimoniano la fede della gente di mare), la fortezza aragonese e il carcere, che per 150 anni ha accompagnato la storia dell’isola.
Da Terra Murata, seguendo sempre il profumo degli agrumi, portatevi sul fronte opposto, alla spiaggia della Chiaiolella, con il Faraglione e l’Arco Naturale. Le strade sono quelle di un tempo, e i vicoli disegnano bizzarre geometrie. Vanno percorsi a piedi, lungo i giardini carichi di limoni. Così avrete ancora modo di incontrare Graziella. In jeans e motorino, s’intende.

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