Una giornata ai Tropici poco fuori Berlino

– di John Nicholson

La straordinaria scoperta sotto un immenso hangar degli Zeppelin dove un ingegnere malese ha creato un vero paesaggio tropicale, caldo e lussureggiante, con spiagge bianche, mare sempre azzurro, palme verdi e cinguettìo di uccelli.

200506-17-1m

200506-17-2mAveva gli occhi verdi e uno chic tutto berlinese e si chiamava Hilde, e qualunque cosa dicesse non potevi non crederle. Tutto quello che diceva era affascinante. Hilde era molto affascinante, voglio dire, e sembrava uscita da una pagina di “Vogue”.
Fu davanti a una zuppa di zucca con cipolla e semi di kummel che facemmo amicizia allo “Zum Schwabenwirt”, ristorante molto noto della Kurfurstendamm, e lei stava dicendo che quella era la strada che preferiva. Qualcuno l’aveva fatta larga e alberata dopo avere visto a Parigi gli Champs-Elysées. Era stata una idea eccellente.
Personalmente preferivo quella spettacolare passerella di ragazze berlinesi slanciate e dalla gambe attraenti che è la Unter den Linden coi tigli giovani al posto dei tigli di due secoli abbattuti dai nazisti per fare spazio alle loro cinematografiche parate militari. Credo che sia ancora la più bella strada di Berlino lunga più di un chilometro, e larga almeno cinquanta metri, in pratica un grande salotto con negozi sfavillanti, alberghi rinomati e caffè coi tavolini all’aperto per guardare il passaggio suggestivo delle berlinesi.
L’amicizia con Hilde nacque soprattutto per i suoi occhi verdi e poi per la gustosa polemica che facemmo sulle due strade. Non saremmo andati da nessuna parte, io parteggiando per la Unter den Linden e lei per la Kurfurstendamm, e Hilde tagliò corto perché si stava annoiando. Disse, notando il pallore del mio aspetto, che stavamo perdendo tempo e, invece, saremmo potuti andare ai Tropici, un’idea tanto suggestiva quanto lontana.
Hilde disse: “Ti ci porto io”. Molto affascinante. Le chiesi come avremmo fatto per le prenotazioni aeree e lei rise con la sicurezza disarmante delle berlinesi. Sapeva essere irresistibile.
Il fascino di Hilde era insuperabile così che rese credibile che saremmo andati ai Tropici con la sua macchina sportiva a due posti. Per i suoi occhi verdi ero disposto a tutto, anche a quella sfida assurda. Andare ai Tropici in macchina sarebbe stata una esperienza tanto stravagante quanto unica e la lasciai fare, incredibile ragazza.
Lei guidò abilmente nel traffico di Berlino. Aveva uno splendido profilo e un caschetto di capelli castani, molto sportive lei e la sua vettura a due posti nella quale mi rannicchiai sognando una vacanza ai Tropici di lì a quaranta minuti di macchina come lei disse con molta naturalezza e spavalderia.
Nel tempo previsto Hilde parcheggiò davanti a una immensa cupola d’acciaio e vetro, più alta della Torre Eiffel e smisuratamente larga. A prima vista mi parve una imponente nave marziana colore argento. Hilde disse: “Siamo arrivati”.
Ci sono tre grandi laghi a Berlino, isolotti e laghi minori, canali e corsi d’acqua che derivano dai due fiumi che l’attraversano, lo Sprea e l’Havel, e d’estate i berlinesi vi fanno i bagni e vanno a vela in un clima non proprio tropicale. Dov’erano i Tropici di Hilde, tutta un’altra cosa? C’erano 15 gradi a Berlino e non mi sarei tuffato in nessun lago e corso d’acqua fingendo d’essere ai Tropici neanche per gli occhi verdi di Hilde. E non vidi nessuno specchio d’acqua, solo quell’immenso hangar colore argento.
Mi condusse verso l’hangar. Davanti all’ingresso strabiliante, una grande porta di stile orientale, Hilde disse: “Questa è la Porta di Bali in pietre originali dell’isola indonesiana”. Fu la prima meraviglia. Oltrepassata la Porta, per 15 euro a testa, entrammo nei Tropici di Hilde. Temperatura oltre i trenta gradi e un posto assolutamente imprevedibile.
Quello che vidi fu esattamente un paese tropicale. Una giungla calda e lussureggiante. Un paesaggio di palme e alberi di mango, e almeno un altro centinaio di svariati alberi tropicali, una foresta pluviale, spiagge bianchissime di vera sabbia e ciottoli bianchi e specchi d’acqua azzurrissima. E tedeschi stesi al sole che era poi una particolare fonte luminosa che aveva il colore e il calore del sole. Invisibili uccelli cantavano e, di tanto in tanto, si poteva udire il vociare e il frastuono di scimmie anch’esse invisibili. Un trucco sonoro.
Hilde disse: “E’ l’Isola Tropicale di Berlino realizzata sotto questo immenso hangar dove una volta sostavano gli Zeppelin. Adesso facciamo il bagno. L’acqua è un po’ salata e ionizzata”. Tutto era proprio come ai Tropici. La suggestione era fortissima. “Guarda l’orizzonte” disse Hilde. Un trucco elettronico, su una parete di 400 metri, proponeva esattamente il cielo e l’orizzonte. “Ogni due ore cambia” disse Hilde già in costume da bagno. Sulla parete sorse la luna.
Lei fece il bagno, io rimasi a guardare il bel corpo di Hilde e l’incredibile paesaggio tropicale arricchito di ristoranti asiatici e musical brasiliani. Non lontano si svolgeva una festa polinesiana con vere polinesiane e ghirlande polinesiane.
“Tropical Islands” è l’ultima attrazione di Berlino, i Tropici appena fuori città, un’idea di un malese di Kuala Lumpur, ingegnere chimico, il signor Colin Hau, sessantenne, che ci ha investito 70 milioni di euro. Laureatosi ad Harvard, “Tropical Islands” è la sua americanata.
I Tropici a Berlino è stata un’idea stravagante ma di successo, con ogni cosa tropicale al suo posto, nell’immenso hangar, anche il personale, circa mille dipendenti, pochissimi europei, la maggior parte proveniente dai paesi tropicali.
Hilde venne fuori dall’acqua ed era felice. Io ero stordito dalla sorpresa dei Tropici berlinesi, ma concentrai la mia attenzione sulla ragazza della Kurfurstendamm perché non c’erano più solo i suoi occhi verdi a stralunarmi. Scosse il caschetto di capelli castani liberandoli dalla cuffia rosa e si stese al “sole” del signor Colin Hau che abbronzava esattamente come quello vero. Stavo in uno spettacolo ed erano spettacolari le gambe di Hilde. Stavamo su una spiaggia che non aveva niente di meno e niente da invidiare a una spiaggia dei Tropici. Se una cosa mancava, era una barriera corallina, e poi i pesci colorati. Ma non è detto che il signor Hau non provveda a tempo debito.
“Non è ancora finito qui” disse Hilde stupendamente distesa. “Fra poco ci saranno anche alberghi e un Centro congressi. Ma guarda l’orizzonte. Si sta facendo sera”.
Il grande orizzonte del signor Hau cambiava lentamente seguendo precisamente l’evolversi del tempo. E il “sole” si avviò al tramonto, ma la temperatura rimase alta. “Il biglietto scade dopo quattro ore” disse Hilde “ma possiamo farne altri due e restare. Andremo al ristorante polinesiano”.
Si vestì proprio come se stessimo ai Tropici fasciandosi il corpo con un pareo rosso a grandi fiori bianchi. Accettai di cingermi il collo con una ghirlanda polinesiana. Sudavo. “Sei molto buffo” disse Hilde.
Era una ragazza elettrizzante. E’ stata la mia ragazza ai Tropici di Berlino. Tornando in città sulla sua auto sportiva le dissi che avremmo potuto provare di andare ai Tropici là dove qualcuno più fantasioso e potente del signor Hau li ha posti senza trucchi elettronici. Hilde disse che avremmo potuto provare non appena avesse preso le vacanze. Lavorava da dattilografa, ma sembrava una fotomodella col suo bel corpo bruno e il caschetto dei capelli castani.
Ci lasciammo i Tropici berlinesi alle spalle. Era freddo in città e rabbrividii.

Pin It

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *