Una piacevole discesa da Villa Jovis al mare

– di Gino Verbena

Un altro sentiero storico di Capri aperto alle escursioni turistiche.
Il panorama di Punta Campanella e del promontorio di Nerano.
La villa del peccaminoso barone Fersen e del giovane efebo Nino.
Quando i boschi di Lo Capo offrivano occasioni di caccia e dagli alberi di castagno si ricavavano i pali per il sostegno delle viti.
Una volta si andava a pescare alla marina di Caterola.
Restaurata la Lanterna del 1922.
Da completare la scalinata che scende sino a una suggestiva spiaggetta.

Dopo il recupero del sentiero dei fortini inglesi lungo la costa sud occidentale di Anacapri, un altro sentiero storico dell’isola va ad inserirsi negli itinerari turistici di grandissimo interesse paesaggistico e può, oggi, essere percorso con una comoda passeggiata: quello che dal monte Tiberio scende verso il mare attraverso la zona delle Calanche.
Il recupero è stato possibile grazie ai fondi regionali e di concerto con la Soprintendenza archeologica. È un capolavoro di ingegneria naturalistica, progettata e realizzata dal dinamico architetto Pino Gramegna. Marino Lembo, assessore comunale all’urbanistica ne è stato, invece, uno dei principali promotori. Chi voglia, quindi, trascorrere una spensierata mattinata tra natura e storia, può raggiungere, in un’oretta, dalla Piazzetta di Capri, Villa Jovis, la dimora imperiale costruita da Tiberio dove, a sinistra del cancello di ingresso, inizia il sentiero in questione. Con l’occasione, il turista può visitare gli scavi, prima di iniziare l’avventura.

L’imperatore – ormai è storia nota venne a trascorrere l’ultima parte della sua vita tra gli ozi e gli svaghi che l’isola gli offriva. Gli storici hanno tramandato versioni contrastanti di questa permanenza: chi ha parlato di un vecchio imperatore crudele e lussurioso che buttava, dal “Salto di Tiberio”, come fu poi chiamato, coloro che gli davano fastidio; altri parlavano di un uomo che aveva ormai raggiunto la pace dei sensi, desideroso di tranquillità e quasi incurante delle trame che, a Roma, gli ordiva il perfido Seiano. Anche Carmelina, la bella esperta della tarantella caprese, che nel secolo scorso aveva un punto di ristoro nell’attuale biglietteria degli scavi, raccontava, agli attoniti visitatori, storie sulla crudeltà di Tiberio. Si sa, l’horror fa più notizia e predispone meglio le tasche a più generose mance.
Al termine della sua vita, la mitica tarantellara, ingrassata e non più piacente, fece anch’ella un “salto”, precipitando dalla terrazza della propria casa, riluttante ad accettare le miserie della vecchiaia.
Tornando all’argomento principale e, addentrandoci nel sentiero accanto all’ingresso degli Scavi, precisiamo che, esso, da questo punto, è percorribile con un’oretta di comodo cammino; e già, dopo pochi minuti, dopo aver costeggiato, a valle, la villa imperiale, chi si avventura nell’escursione può ammirare lo scenario della penisola sorrentina che si apre dall’altra parte delle bocche. Ad una manciata di chilometri: in primo piano sembra tendere la mano Punta Campanella, la parte della penisola più vicina a Capri, dove una torre-faro (una volta munita di una campanella, serviva ad avvertire gli abitanti dell’arrivo di pirati); in secondo piano si staglia il promontorio di Nerano dai rinomati ristoranti a pelo d’acqua dai quali si sprigiona il profumo delle zuppe di mare e delle grigliate di pesce fresco.

Sul fondo, l’ampio golfo di Salerno e, ancora oltre, le coste calabre. Dopo dieci minuti si passa davanti all’ingresso della Villa Lysis del conte Jacques d’Adelsward Fersen, il più celebre, raffinato gay venuto a Capri (ma non era il solo nell’isola; anzi era in buona compagnia), il quale, dopo essersi avvalso dell’opera delle donne che, dalla piccola insenatura di Marina del Capo, risalivano il sentiero con il materiale edile sulla testa, nel 1905 terminò la costruzione tra i boschi di alloro e di mirto dedicando questo suo sogno alla gioventù d’amore e ponendo un marmo nero con la dicitura Amori et dolori sacrum. Lì, tra orge, messe nere, fumate d’oppio, bagordi e declamazioni degli zuccherosi versi delle sue raccolte poetiche, visse, seminando scandalo, buona parte della sua vita con il giovane, piacente efebo, Nino, che qualche volta posava per gli ospiti, cinto soltanto di un ramo di edera a coprirgli le parti intime. Per la manutenzione del sentiero, probabilmente, si occupava, in quegli anni, una famiglia di giardinieri, i Ruggiero, molto richiesti dai vip, i quali già avevano curato l’allestimento dell’incantevole giardino del conte.
Il percorso incontra, subito dopo, la dimora del conte, un ponte che collega la parte principale della villa con il resto del giardino.
Gli escursionisti devono passarci sotto e, dopo, li accoglie un ampio bosco che si snoda in una dolce discesa verso il mare.

Laggiù, in fondo al promontorio, Fersen e i suoi amici staccavano le conchiglie dalle rocce, coglievano fiori sulle pendici del monte, andavano a caccia di uccelli, di farfalle e di lucertole, come riferisce lo scrittore Roger Peyrefitte nella sua opera L’esule di Capri.
Durante le guerre mondiali, e fino agli anni della ripresa turistica, il bosco offriva agli abitanti dell’isola alcune cose essenziali. Un tiberiano doc, Giuseppe Esposito, oggi ultrasettantenne, meglio conosciuto come ‘o figlio di Roberto ‘o russo, che ho incontrato proprio mentre salivo nella zona alta di Capri, mi ha raccontato che i boschi di Lo Capo offrivano cacciagione, funghi, pali di castagno occorrenti per i pergolati e per il sostegno alle viti, erba per le vacche e per altri animali. In più, presso la marina di Caterola, si andava a pescare.
Nella caletta del promontorio, dove resiste, frane e mareggiate permettendo, una spiaggetta, i tiberiani che hanno gambe buone si sono sempre recati a prendere un salutare bagno estivo, pur essendoci il divieto di balneazione. Il percorso termina a mare con una scalinata.
L’intervento di recupero ambientale ha interessato anche la lanterna (risalente al 1922) e lo storico fortino costruito in epoca napoleonica, nel quale era piazzata una batteria di cannoni a difesa di quel piccolo stretto che separa l’isola dalla Punta Campanella (in epoca fascista fu trasformato in alloggio militare). Proprio i francesi crearono il percorso fatto di scalini di pietra e muri. La lanterna, invece, diventata fanale di segnalazione, cessò di funzionare nel 1964. Oggi è stata restaurata, tornando identica a quando fu costruita.

Il sentiero di terra battuta, oltre agli scalini ricavati nella roccia, si è oggi arricchito di altri scalini, formati da tronchetti d’alberi. Balaustre, sempre di legno, salvaguardano i visitatori dai pericoli di cadute e scivoloni nei sottostanti pendii. Barriere di tronchi legati tra loro proteggono il percorso dagli smottamenti del terreno. Confortevoli panchine appaiono qui e là, di cui ci si può servire, per soste, specialmente durante la risalita, faticosa se non si è allenati.
L’opera di recupero per ora si ferma alla menzionata lanterna. L’ultimo tratto, che comprende la scalinata verso la spiaggetta (circa cinque minuti di cammino), sarà completato appena la Regione avrà stanziato altri fondi. Si spera nel completamento per il 2009. Con un poco di pazienza e di attenzione, si può comunque arrivare a mare.

In definitiva va detto che se il percorso dei fortini inglesi, ad Anacapri, è piacevole dall’autunno alla fine della primavera, quando il caldo insopportabile del versante sud non arrostisce la pelle, il sentiero del Capo, esposto a nord-est, è apprezzabile anche d’estate perché prende il sole esclusivamente di prima mattina. Per giunta si snoda interamente tra ombreggianti brigate di felci.

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