Una stella di nome Rita

– di Roberto Gianani

La scomparsa della “Mamma d’Italia”.
Chi era Rita Alfano insignita del prestigioso riconoscimento internazionale.
Una vita dedicata alla sua numerosafamiglia: dodici figli, ventotto nipoti.
La dedizione verso i bisognosi.
Il lungo cammino col marito. Una vita intensa, tenera, appassionata come una fiaba. Una caritas senza protagonismo.
I sogni e la grande operosità tra amore e fermezza.

E ra una giornata di inizio ottobre, calda come l’estate. Nella basilica di San Giacomo degli Spagnoli, in piazza Municipio, una pioggia di petali bianchi e preghiere. Ultimo saluto a Rita De Santo, mamma d’Italia. Gentildonna di personalità speciale, un’ancora, un porto, un approdo per la grande famiglia degli Alfano.
La scala per il paradiso era accesa di mille lucine che, lungo la salita, diventavano candele, fiori, gigli, stelle, lacrime, baci, pianto, nostalgie.
Rita De Santo è uscita di scena in punta di piedi portandosi dietro quel sorriso capace di lucidare anche il cielo. Se n’è andata serena, lasciando alle spalle una scia di esempio e commozione. Addio Rita, una vita spesa con l’amore antico per la famiglia. Dodici figli, ventotto nipoti e un grande marito, l’onorevole Gennaro Alfano.
Donna Rita, settantasei anni di semplicità e dedizione, una generazione che ha dovuto affrontare i dolori della guerra. Una giovinezza che non aveva il tempo per pensieri banali ma doveva scontrarsi con la concretezza e il bisogno di fare. Porta Nolana, una casa di dignità e amore, la cucina con i vecchi fuochi, le piastrelle azzurre e uno specchio mai malizioso. L’incontro con Gennaro Alfano, una vita insieme, mano nella mano, sogno su sogno, speranza su speranza, sacrificio su sacrificio, sorriso su sorriso, mattone su mattone.
L’esempio, la famiglia. Rita fa camminare dodici figli insegnando l’importanza di un tetto, del lavoro, di un orario da rispettare, di un obiettivo da conquistare, di una domenica da benedire. E’ una storia fatta di gesti, di parole, di rapporti umani impostati sul sentimento e sull’onestà intellettuale. Una vita intensa, tenera e appassionata come una fiaba. La fiaba di una donna napoletana, moderna, senza pregiudizi, democratica, aperta a qualunque tema, a qualunque problema. La capacità di affrontare la vita senza sbavature né eccessi, con la forza di una signorilità naturale e di una dolcezza indistruttibile. Quella che parte dal cuore e contagia.
Rita amava il mare, il profumo dei limoni e il cielo dei poveri. Sempre in prima fila nelle attività del Comitato diocesano di San Gennaro, aveva contribuito con grande umanità alla divulgazione della fede per il Patrono impegnandosi in importanti iniziative di solidarietà e volontariato. Il culto della speranza per un mondo meno egoista ed ipocrita e il desiderio di essere testimone concreta in attività che potessero dare sollievo, conforto, consolazione. Una caritas senza protagonismi e la voglia di rendersi utile che non aveva bisogno di pubblicità, ma solo del desiderio di dare una mano, giorno dopo giorno.
Un rosario di perle inanellate con amore. L’intesa perfetta con il marito, le tenerezze di madre e di nonna, l’impegno civile, il sostegno alla Croce Rossa e all’Ail. Nel 1980, a donna Rita venne assegnato dall’Associazione “Adelaide Ristori” il premio “Mamma d’Italia”, un riconoscimento internazionale che ogni anno viene conferito soltanto a cinquanta donne in tutto il mondo che si siano distinte per particolari meriti sociali.
E quale premio migliore per la sua dedizione per figli e nipoti. La sua saggezza incantava tutti. Rita celebrava l’inizio della giornata con una preghiera e diceva che un giorno non è mai uguale ad un altro. Amava i profumi antichi, il sapone di Marsiglia, la lavanda, le rose. Gesti semplici come quelli dell’acqua pura sulle guance, il telo di lino con le iniziali ricamate a mano e l’odore delle scorze di arance e limoni nell’infuso del mattino.
Il suo armadio era un contenitore di abiti sempre eleganti, semplici, giusti. Il tailleur blu delle Sorelle Fontana, i foulards di Ferragamo, le borse di Tramontano. Il suo volto era limpido, una limpidezza che viene dall’interiorità, la sua luminosità dalla sicurezza, la sua bellezza dalla signorilità. “Bisogna sempre dare un senso alla tua giornata”, queste erano le parole di donna Rita e lei ci riusciva molto bene.
Con dodici figli non si è mai lasciata scappare nulla della loro educazione, sempre attenta alla crescita morale e culturale. Una donna di una volta che ha saputo trasmettere quei valori che sanno unire per la vita.
Una donna al timone di un grande veliero di dodici “alberi”, senza né mozzi né capitani. Ciro onorevole dell’Udc, Emilio presidente dell’Api, Peppe, Toto e gli altri otto, tutti uguali. Una donna da tavola rotonda che non amava i capotavola. Il suo motto era “Uno per tutti, tutti per uno”.
Donna Rita portava in alto la bandiera di una famiglia unita. Le radici nelle tradizioni e la mente rivolta al futuro. Nessuna necessità di apparire, ma solo il desiderio di esaltare il gusto della semplicità. Una vera signora che riusciva ad essere sempre sé stessa: in compagnia di Oscar Luigi Scalfaro e la figlia, per le strade di Napoli con Nilde Jotti, a cena con Pier Ferdinando Casini, o a chiacchierare con le donnine della chiesa del Duomo.
E’ così che il giovedì, Rita amava il suo mercatino di Antignano, vicino alla casa di San Giacomo dei Capri. Usciva e si divertiva a curiosare fra le bancarelle di vecchi ricordi e oggetti del passato. La coccolavano tutti e tutti già sapevano cosa conservarle: un carillon, un libro, una zuccheriera, un abat-jour. Una mamma e una nonna napoletana che amava cucinare. Le melanzane per la parmigiana, le patate per i croquet, i carciofi per la frittura all’italiana, il pezzo di carne buono per il ragù. Amava il brodo del sabato e il baccalà del venerdi sera. Ogni scusa culinaria era buona per avere con sé, a casa, dodici figli e ventotto nipoti. E poi, compleanni, onomastici, battesimi, comunioni, matrimoni. Cento occasioni per stare insieme, uniti davanti a una tavola.
Aveva una passione, la musica. L’amicizia con Aurelio Fierro e le serate trascorse insieme nel suo locale di chitarre e mandolini nel cuore di Napoli. Il pianoforte di Renato Carosone, incontri di canzoni e cene di vongole e parole. Le melodie di una volta, la poltrona al Teatro Politeama, il Festival di Napoli. Gli applausi a Maria Paris e Nunzio Gallo, gli occhi da pirata di Giacomo Rondinella, il mare verde di Sergio Bruni. Poesia e musica come “Tu sì na cosa grande” di Domenico Modugno e Ornella Vanoni. Donna Rita stringeva la mano del suo uomo, nascondeva una lacrima e sognava una Napoli di lavoro e canzoni, cultura e politica onesta. Quella del marito Gennaro, l’onorevole al servizio della città e di ideali che vedeva frantumarsi, corrosi dall’acido di una società in fuga dai galantuomini.
Rita sognava. Sognava un sorriso in più per i giovani, aspirava ad una sensibilità maggiore. Al mattino curiosava tra le piante, strappava le foglie secche, tagliava una rosa, assaporava in ogni momento il presente, nel modo più sereno possibile. Questa era la sua saggezza. Sapeva ascoltare e sapeva tacere, ma, soprattutto, sapeva commuoversi per un malato, per un povero, per qualcuno da aiutare.
Amava Capri, Ischia, Sorrento ma più di tutto la casa di Pinetamare, con l’intonaco bianco e la facciata di mattoni. Un tetto per dodici figli, la spiaggia, i pini, le chiacchiere lente in riva al mare. Adorava quel posto senza barche, senza vip, senza rumore. Alla sera si sedeva in poltrona tra i suoi gelsomini, chiudeva gli occhi e rifletteva. Osservava il tramonto rosso della baia e respirava in silenzio. Stringeva la mano del marito, lo guardava sorridente e pareva contemplasse l’universo. E quando uno dei nipotini si rifugiava tra le sue braccia, proprio come un cucciolo, lei si sentiva invasa dalla felicità. Era una nonna che insegnava a spalmare il burro sul pane e a preparare il presepio con il sughero e le pietre del mare.
Una donna che ha dato amore e fermezza, esempio e solidarietà. Una napoletana con il tailleur blu e il capitone alla vigilia di Natale, la frutta candita e i rococò di Scaturchio, la messa di mezzanotte, i piedi gonfi dalla stanchezza, le poesie della nipotina Lucia.
A Napoli si è spenta una luce, è sceso all’improvviso un buio che fa male. Ma lì, in cima alla scala che porta in paradiso, c’è una stella di nome Rita. E’ la stella degli Alfano, è la luce di una gentildonna che ha fatto di una famiglia un capolavoro.

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