Una viaggiatrice di sogno

– di Carmen Bonazza

Le pareti sono altissime, rosa, color Budelli d’Antan, sono fantastici merletti dalle mille sfumature di una notte d’oriente, cascate di sabbia, vele sospese da un vento buono che ha studiato al Palazzo di Jaipur ed è impazzito di fantasia. Le architetture della mente sono sorprendenti.
Bruce Chatwin ha scritto: “Cosa faccio qui?”. Al contrario, lei mi chiederebbe: “Dove andiamo?”.
Tutti me lo chiedono prima, ma io so che potrò rispondere – se potrò – solo dopo. Vado in vacanza, ma è come se fossi già felicemente arrivata.
Mi muovo per arrestarmi, per sostare, più o meno a lungo, in un luogo tra un posto che conosco e un altro che conoscerò, entrambi certi, veri, tangibili, forse troppo. Così, saltello, faccio acrobazie sul bagnasciuga, quella linea di contatto intermittente che congiunge il mondo del Mare con quello della Terra. Mi piace passeggiarvi al tramonto e guardare in controluce il mare che spumeggia sul candido arenile.
E’ bello affondare il piede su quella parte porosa, viva e morbida che ha appena baciato il mare, non un passo più giù né uno più su. E quando ritorno alla vita reale mi scopro ordinare al bar una pinacolada: la guardo, è bianca e spumosa, la sorseggio e bacio lo stesso mare che mi ha fatto sognare qualche minuto prima, proprio come ricordo aveva scritto quel gran genio di Calvino “sotto il sole giaguaro”.
Raccolgo telline e posso sognare di assaporare una jumbo aragosta che si è fatta rosolare avvolta in un mantello argentato sotto la sabbia di Antigua. Ora mi volto verso l’entroterra e mi rattristo: Varadero non è meno squallida di Bovalino.
Allora mi stendo sulla piccola spugna esportata dall’Hotel Copacabana Palace di Rio, e tra i tanga variopinti come piume di un Ara, un enorme moscone con la scritta “Varig” sulle ali viene ad emozionare il cielo.
Guardo fuori dall’oblò dell’aereo, è notte: mille diamanti occhieggiano nel buio, immobili. E pensare che ci stiamo muovendo a settecento chilometri orari! Un limbo, lindo, muy lindo. Come Gentil, la guida amazzonica con due perle nere al posto degli occhi che di notte mi cullava sull’acqua tempestata di stelle preziose per portarmi alla ricerca di un coccodrillo da immortalare. Chissà se saprà mai che avrei ricordato solo gli attimi precedenti, le sponde fluttuanti delle verdi grasse, il timore del buio e il naso all’aria, “dove sarà la Croce del Sud?”.
Speriamo faccia caldo a Cancun. La hostess dice che lei metteva la felpa la settimana precedente. Vorrei cambiare rotta e volare in Africa, dove la sera mi bagnavo nella piscina del “Watamu” per poi farmi fonare dal vento caldo e secco che mi meravigliava come un pitone nel centro di Bologna.
Parto per abbandonare, per tradire, per congiungermi e ritrovarmi. In fondo, parto per restare qui, dentro di me, nel mio cuore, nell’incavo della mia alcova. Per nidi-ficare, ficcare il naso nei nidi degli uccelli che non ne possono più di vivere in astinenza, il gozzo rosso fuoco che rulla e tamburella finché una pietosa compagna non scende, dai cieli delle Isole di Darwin.
L’aereo solca veloce l’Atlantico, io viaggio, immobile. Ciao faro di Sagres, ciao anima mia, ciao Fantasia.

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