Una vita in jeans

– di Roberto Gianani

L’avventurosa corsa verso il successo di Carlo Chionna: una motocicletta, una chitarra, Bologna, la riviera romagnola, sogni, ragazze e il travolgente arrivo sul traguardo della moda.

L’idea del fratello Alessandro, il primo atelier in uno scantinato, nasce la “Jeckerson”. Poi, Carlo inventa la 9.2: jeans d’autore disegnati da una matita magica.
Storia di un irresistibile uomo biondo che ha fissato sui pantaloni di tela il colore del cielo per i principi azzurri del mondo.

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200508-9-3mUna vita alla Steve McQueen. Una moto, un lampo, un guizzo, una luce, un ciuffo biondo nel vento. E’ Carlo Chionna, mister 9.2, il re dei jeans. “I jeans perché fanno parte della mia giovinezza. I miei libri erano i prati, i concerti, la libertà. La voglia di trasgredire e dare un calcio alla scuola, ai divieti, ai professori. Le fughe in moto di notte con una donna sul sellino e gli occhi nelle stelle. Il faro illuminava il tempo e l’avventura, un fascio di luce per accendere i sogni e l’amore, il mare e la luna. La costiera adriatica era spiaggia, conquiste, musica, sesso, sottane. Desiderio di prendere a piene mani la vita per un giorno o solo per un minuto, stringerla in un pugno, dentro uno sguardo, in un bacio. Una camicia di seta e un jeans malandato, in tasca quattro lire e una cassaforte di progetti e pensieri. Ero un gabbiano senza nido e volavo. Oggi vado per mare e prendo ispirazione. Disegno jeans comodi che non ti fanno soffrire. Pantaloni per qualunque occasione, per la barca o per una serata di gala, per un incontro in Confindustria o una fuga d’amore”.
Vola ancora Carlo Chionna e ha una faccia vagabonda che sembra uscita da una canzone di Georges Moustaki: “Ho gli occhi chiari come il mare, capaci solo di sognare. Metà pirata, metà artista, un vagabondo, un musicista”.
Quarantatre anni a tutta velocità, dj coinvolgente, stilista geniale, campione di cross. Una vita al galoppo fatta di musica, moda e motociclette. Tre M maiuscole per prendere a schiaffi il destino e dire “me lo cucio addosso con le mie mani così non devo condannare o ringraziare nessuno”.
La storia di Carlo Chionna, nato a Bologna ma figlio del mare, sembra l’avventura di un marinaio. Approdi in piazza Maggiore, cime sotto le due Torri, ancore a Rimini, a Malindi, a Santa Maria di Leuca, a Capri. Risacche tormentate, porti e derive. Un racconto di vita intenso, una rotta di tempeste tuonanti e rade silenziose. Uno che non sta fermo neanche da fermo e, come tutti gli uomini affamati di gloria, nella vita ha fatto di tutto.
Studente svogliato, contadino, operaio, commesso, musicista di talento, venditore per la Benetton quando le immagini di Oliviero Toscani mordevano le coscienze, inquietavano, smarrivano. Di giorno Carlo Chionna macinava chilometri, presentava campionari, moltiplicava il numero dei clienti. Di sera la moto era una compagna fedele e volava verso il mare. Notti lunghe di musica e canzoni. Il brivido della consolle, le discoteche, il lungomare di Rimini, lo scintillio della luna sopra una fila di ombrelloni immobili come soldatini.
Sulla costiera romagnola il rischio era un consumo sfrenato e la vita un’avventura. Metteva dischi Chionna, si beveva le donne e aveva l’idea fissa di creare un atelier, un’azienda, uno stile.
“La moda è marciapiedi. Per cercare il nuovo popolo dei jeans bisogna ricordare la piazza, i portici, il sedere di una donna, lo sguardo di James Dean, i movimenti del mare, le curve di una vela. Bisogna amare la vita, guardarla attentamente negli occhi e saperla scoprire, inventare, creare”.
Il fratello Alessandro ha l’idea giusta. Uno scantinato in viale Roma, Carlo Chionna e un socio. Nel 1995 nasce la Jeckerson, jeans diversi, jeans d’autore. Un trionfo, cresce l’azienda, cresce il fatturato. Arriva il successo e ha un buon sapore. Ma a Carletto non tutto sta bene. La storia continua, riprendo a raccontare. Strafottente, provocatore. Menava, le dava, le prendeva. Pugni, donne e motociclette. Rovente e pulito, sangue di artista e di scugnizzo. Beffe, marachelle, personalità, voglia di essere diverso e di riuscire. Il ciuffo ribelle, la testa bionda a conquistare il mondo e lo sguardo pieno di malinconia.
Un indubbio talento. Spavaldo ma guerriero, uno che ti sfida a duello e vuole vincere. Poi ti regala il guanto e ti offre un caffè, ma vuole vincere. Un leone che ruggisce sulla scena della vita con grinta e passione. E nel lavoro, con la sua 9.2, Carlo Chionna ha vinto ed è diventato il re dei jeans. “Non sono uno stilista, sono un poeta che disegna il vento e lo trasferisce in scie di colore baciate dai raggi del sole. Amo uomini e donne vestite di cose semplici. Gente libera nei movimenti e nell’anima. Le mie forbici non conoscono artifici. Il fasto separa, la mia semplicità unisce. I miei pantaloni sono figli della mia vita. Sono flauti di canna che si possono riempire di musica e sentimenti”.
E’ la storia di un imprenditore vanitoso e narciso, anticonformista e romantico, anarchico e ribelle. Un uomo di discoteche e cene a lume di candela, grandi distanze e immense amicizie. Un vagabondo, un pirata, un marinaio, una fiamma che non si spegne nemmeno sotto la tempesta. Uno che con i suoi jeans trasmette il fuoco e la voglia di viaggiare. Viaggiare anche dentro se stesso e lì il cuore non sempre è un compagno di viaggio tranquillo. Pagine serene, pieghe amare, capitoli stropicciati, tramonti di tempeste, soffi di vento, cancellature, fogli di speranze e sorprese, righe colorate. Occhi verdi come i gatti di strada, quelli che la vita la conoscono e l’hanno vissuta. Fusa sincere e unghie appuntite.
Marciapiedi non sempre comodi, qualche volta difficili, bagnati di pioggia o consumati dal sole. L’altalena dei sentimenti, il panico e la gioia, il tormento e l’allegria, la croce e il castigo, zucchero e sale. Il buio dei tradimenti e il bagliore di sciroppi di acqua chiara. Una vita spesso non semplice. Una faccia complicata, di quelle che raccontano anche con i silenzi. A vederlo così è attore, è giullare, è sguardo incantatore. Fossette capricciose, onde di capelli biondi, il naso forte, gli occhi due segnali, la faccia da schiaffoni. Il cuore di De Amicis, la camminata del cowboy. Sorriso franco e difficile, un pianoforte, una canzone. Un’esistenza pirotecnica che ogni tanto si accende di grandi fuochi di anarchia nei confronti di regole e convenzioni.
Bel personaggio, bel caratterino. Uno che, se lo incontri di striscio e non lo conosci bene, ti viene da pensare che è meglio perderlo per sempre. Se poi ci vai a cena e ti fermi ad ascoltare, salti dietro di lui sul sellino della moto e ti fai trasportare da un racconto forte come un caffè bollente con l’aroma profumato che si spande tutto intorno. Butti via le convenzioni, ti fai il segno della croce, preghi San Colombano di tornare salvo a casa e vai. Vai che il mondo lo tagli a forbiciate, le lame dividono un cartoncino di favole e colori. Di qui la campagna, di là il mare. A nord Bologna, a sud Riccione.
Non serve il casco, ci protegge un’emozione. Un colpo di gas e il mondo resta dietro a mordere una nuvola di polvere che sembra un aquilone. La Yamaha abbaia, schiuma, attraversa una prateria di papaveri, si infila dentro un campo di girasoli e galoppa verso il mare. In sella Carlo Chionna è un cavaliere vestito solo di jeans color del cielo che lo fasciano come un principe azzurro. Lo stivaletto di cuoio, il suono di un’armonica e una faccia da corsaro. Il sole brilla sui campi, nel verde una casa bianca, il rosso del cotto e la zappa di un contadino solitario. La moto mangia l’erba delle campagne romagnole, pellegrinaggi nell’argento degli ulivi, nei ricami dei vigneti. Geometrie attraversate da sentieri bianchi che non hanno mai conosciuto il grigio dell’asfalto. La Yamaha costeggia gli argini di un ruscello che curva e scompare tra onde di erba e corse di grano. Casolari di mattoni e campi fioriti. Vitigni e bottiglie di Sangiovese, piadine e Lambrusco. Federico Fellini e il Grand Hotel di Rimini, le filastrocche di Rodari e i disegni di Federico Moroni. I colori dell’oleandro e i vicoli di ciottoli antichi di Santarcangelo. Facce, mestieri, sagre di uccelli, un vecchio telaio, tessuti stampati a mano. L’odore del pane e le cene di vino e lasagne al ristorante La Sangiovesa. Il pecorino stagionato di Montefiore e il prosciutto rosso di Carpegna. La farina del mulino Ronci in Valmarecchia e la musica di una balera. Raul Casadei e il miele d’acacia di Sogliano.
Sentieri di Romagna: vino, donne e canzoni. Una lunga striscia di alberghi, corpi, discoteche, divertimento e niente mare. La vita come un tango. Musica, brividi, passioni, scazzottate, sbornie da delirio e sottane. Fanciulle olandesi, tedesche, svedesi. Ulla, Mia, Ingrid, Jane.
“Ragazze straniere bionde e rosa che splendevano come orchidee tra viale Ceccarini e un mare grigio che non faceva niente se manco si vedeva. Alice aveva la bocca che sapeva di mirtilli e un corpo che profumava come la frutta fresca”.
Chionna piaceva, faceva il dj e lo fa ancora. Quando è dietro una consolle, è una calamita talentuosa che porta in pista la geografia vagabonda del mondo della notte. Abiti succinti e tacchi a spillo, jeans stracciati e tatuaggi variopinti, luci della ribalta e ombre lontane, occhi trasognati e bocche inquiete, gambe di razza e cavalle da tiro. Al Villa delle Rose di Riccione, la forza della casse sfonda i cuori. Musica e frenesia, sudore e ormoni. Una colla di corpi che si attaccano e si squagliano, all’alba, dentro una pensione sulla costiera. Quando le luci delle discoteche si spengono, Carlo Chionna salta sulla moto e torna a Bologna. Piazze larghe, vicoli affettuosi, mercatini di frutta e di fiori, portici, piazzette strette, profili di palazzi antichi, vecchie corti, giardini improvvisi. Il bar Zanarini, gambe di donne belle, biciclette di anziani in strada Maggiore. Un gruppo di saltimbanchi in via Indipendenza e le due Torri alte come cosce di ballerine.
Bologna e il cinema di Cesare Zavattini, Bologna e la pittura di Giorgio Morandi, Bologna e le canzoni di Lucio Dalla e Francesco Guccini. Mansarde, tetti, tegole e mille comignoli che sembrano mani alzate a toccare un cielo grigio. Un mondo a parte popolato di gatti, artisti, sognatori, cavalletti, musicisti e poeti. La Bologna di via del Pratello e dei cortili. Bollicine di Lambrusco e pentole di tortellini, “La Bottega di Franco” e l’andare lento di un “liscio” dentro stradine di facciate rosse. Profumo di bollito, i codini brizzolati di anziani vitelloni prigionieri di un ruolo senza più un copione e il sorriso sciupato di una battona. Gente stracciata dalla furia degli anni e ragazzi con pochi quattrini e tanta voglia di amarsi, cambiare il mondo, graffiare la faccia del tempo e chiedergli di rallentare. Ma la vita corre, corre Chionna a inseguire il successo e le emozioni. I colori e le idee le trova per strada e se le porta nel ciabattio morbido del suo atelier di via Lemonia durante i week end di lavoro quando tutto è silenzio e la matita si muove lenta su un cartoncino bianco. Vaneggia, trova lo scoglio di un’idea che non arriva e poi scorre libera a disegnare una linea, una forma, una cucitura. Silenzio, matite, idee, colori e la compagnia stabile di Sabina. Questa volta per Carlo, finalmente, un amore che c’è e resiste a qualunque tentazione. Sabina, una faccia bella e immediata portata con eleganza. Il passo della mannequin, gli zigomi alti nel cielo. Una donna capace di leggere uno sguardo, accarezzarlo o frenarlo, dare il via o rallentare. La compagna giusta per tenere diritto il timone e condurre in porto le vele perché la vita di Carlo Chionna non è solo un film in technicolor. La sceneggiatura racconta molte pagine in bianco e nero. Papà Francesco morto quando Carlo aveva dodici anni, le pene di mamma Rosanna, la vita tirata per i denti. Bologna dotta, grassa e avara come qualunque città.
Il lavoro fin da ragazzino, i sacrifici, una chitarra, una nota di do, l’illusione di una vita migliore e il sogno di portare a Bologna le olimpiadi del motocross. Poi lavoro e ancora lavoro. Per anni jeans e solo jeans. Finalmente la Jeckerson, miliardi di fatturato, soci e bilanci da firmare. Infine una lite, gli avvocati, il tribunale, un accordo miliardario. Chionna è di nuovo solo. Luciano Rossi canta “La mano, dammi la mano”.
E l’aiuto viene da un’idea: pantaloni che disegnano i corpi e li rendono gabbiani. Gabbiani liberi e sfilanti come quel pomeriggio di giugno a Capri, a largo di Punta Carena, quando le ali erano ventagli di schiuma. Una barca, una vela, un equipaggio di pirati: Pierino, Vittorio Lampognana, Max Perelli e Antonio Cianniello. Volano le idee, nasce 9.2. Jeans perfidi e corsari, comodi ed essenziali, nostalgici e moderni, colorati e solari, eleganti e serali. Pantaloni, t-shirt, polo, giubbotti per trasformare il mondo in uomini e donne pronti a soffrire e godere. Carlo Chionna stilista è una bufera dentro un orizzonte di fiaccole in vetrina e ipocrisie incollate sopra il lucido di una carta patinata. Tra le ali di Carlo Chionna, il fascino azzurro di un pantalone che ha vestito anche gli angeli prende nuove forme e si tinge di colori. “Sono i colori della vita. Il giallo del sole, il rosso di un cuore, il rosa di un tramonto, l’ocra del tabacco di una pipa, il blu di un cielo, il bianco di una vela”. Il jeans e il mare, Chionna e le navigazioni. Una barca che prende d’assalto la luce del cielo, depreda le rotte come un corsaro e invade di schiuma le onde del mare. “Tra un centinaio di anni il mare sarà sempre la mia poesia. Una striscia di nubi lontane, la gioia di una rada, la ricchezza di un colore autunnale, la corsa di un sole che incalza”.
Carlo Chionna e le parole. La lingua arriva come il luccichio argenteo di una lama tagliente che balena improvviso dentro l’azzurro di un Denim che si specchia nell’acqua limpida di Cala del Rio. E’ una notte di stelle. Mister 9.2 si infila un jeans con i colori del cielo e si tuffa dentro un mare nudo. Bracciate lente e un volo bianco di gabbiani. Su una spiaggetta poco lontana, una matita, un pianoforte, un cartoncino. Passa un delfino e saluta una sirena, coralli e collezioni, conchiglie e collane, ciglia di donne belle e canzoni. Carlo Chionna si aggiusta il ciuffo biondo, si asciuga le mani lungo le cosce di un jeans senza pudore e se ne va a dormire. Il mare gira la schiena, finge di distrarsi e scrive due righe di sale: “Carlo Chionna, C e C, colori e colori e una vita core a core”.

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