Un’estate aurunca

– di Gian Paolo Porreca

La corriera di Petteruti, la vecchia stazione di Sessa Superiore, una bicicletta rossa e il giornale sportivo portato dal procaccia. Il pudore e la magia dell’infanzia. Il bambino P. e la sua attesa, la casa dei nonni, i cassetti del comò, l’arrosto morto con poca farina e tanto limone, una boccia azzurra smarrita. Il profumo di una stagione remota.

Era innanzitutto questa, l’estate, per P.
Era la sera prima. Ed era, sai, la certezza che lì, a Carano, nella casa di campagna, non fosse cambiato niente, dall’ anno passato. Che la lunga coltre dell’inverno, la sequenza della scuola e delle settimane, fosse trascorsa come un intervallo di grigio fra due stagioni di sole. Che la vita fosse altrove. O il sogno. O viceversa.
Era innanzitutto il desiderio di trovare rinvigorita quella sua certezza del tempo che avanza, che sfoglia di giorni il calendario, solo per non cambiare: l’estate, il 21 giugno, come il 21 di ogni mese.
Era la frenesia, appena scesi giù, lui e la madre, dalla corriera di Petteruti, “ciao, Vito”, l’autista con i baffi, all’ingresso del tratturo della casa colonica, sulla Provinciale che dalla Stazione portava a Sessa, di lanciare un saluto a volo ai contadini della masseria, e di correre sopra, nella camera da letto dei nonni: quella stanza così fresca di buio, con una oleografia a parete della Madonna, quello spazio tenuto di riguardo e che sentiva sacro e che un giorno certo il destino avrebbe assegnato a lui, come ultima dimora di vita o di amore. E trovare, almeno lì, tutto come allora. Come aveva lasciato, il bambino P., i pezzi su una scacchiera, “ti ricordi zio Giorgio ?”, la stagione prima. Aprire i cassetti del comò, il pomeriggio era già inoltrato, non c’era allora il guadagno di luce dell’ora legale, la televisione esisteva solo in paese, mica in campagna, ed affiorava di rado il brontolio della radio, e recuperare, fra una maglietta non stirata ed un costume da bimbo, le figurine dei calciatori mai dimenticate. Lo stesso ordinato disordine. Ce ne era una, in un angolo, in particolare, preziosa, P. lo sapeva, era quella di Fuin, un mediano della Lazio: un sorriso improbabile, in quelle foto di allora, non le Panini, immagini raffazzonate.
Aprire i cassetti del comò, e ritrovare i bigliettini ed i segreti che aveva lasciato, le penne, in quella stagione che non conosceva telefoni, forse i telegrammi e le lettere, non consentiva comunicazioni diverse, con la speranza che lui stesso – il bambino P., o l’uomo che P. sarebbe diventato – un giorno potesse ritrovarli. Avvolti dello stesso profumo. O dallo stesso invisibile silenzio. La naftalina, come fosse un misto effluvio di fiori.

Era, poi, il disfare la valigie, mentre la madre raccomandava alla nonna Rosa di non farlo sfrenare troppo, e semmai di controllare i compiti per le vacanze, lui e quella voglia matta, buttare tutto all’aria, tanto c’era Giovanna, o forse Bruna, una ragazza di Carano, a mettere a posto le cose.
Buttare tutto all’aria, l’ultimo numero di Cucciolo ed un libro di Salgari, e gettarsi felice, con un lungo sospiro, su quel lettone matrimoniale. “Sono tornatoooo”.
La madre già era andata via, con la corsa di Petteruti che riscendeva, alla stazione di Sessa-Roccamonfina – sai, c’era allora anche la stazione di Sessa Superiore, sulla tratta interna Formia-Sparanise -, per riprendere il treno che l’avrebbe riportata a Napoli, e per il bambino P. nasceva di sera la villeggiatura.
La fuga per tornare da lui, fuori dai vincoli di una città che non amava, che viveva, fra i marciapiedi e le signore eleganti di eccesso e le aule della “De Amicis”, come Bugia. Lui, il bambino P., era vero come era, in quella fotografia dispersa, sulla scala esterna di marmo ed una ringhiera dal disegno gentile: l’esterno di una casa e l’interno di una vita.
Era la sera tardi che arrivava presto, così presto, “ciao, mamma, sìììì, faccio il buono”, e la speranza che forse la nonna gli avesse preparato per cena non il tonno ma quella sua carne speciale, l’arrosto morto, in padella, con poca farina e con tanto limone, e che poi c’era una notte intera per desiderare quello che sarebbe stato il domani.
La bicicletta rossa da gonfiare, chissà se c’era Remo a Carano, o se doveva chiedere il piacere a Peppino il colono, che con la bici però non aveva confidenza…

E se Davide manteneva quell’ invito, “quando sarai più grande, ti porterò a caccia”… Il giornale sportivo, “Lo Sport Illustrato”, del martedì o del mercoledì, che giorno infinito, che speranza estrema, il mercoledì, sperando che Michele il procaccia, con la bicicletta nera ed il fischietto che lo annunciava, non se lo scordasse… E poi quella sorpresa segreta che aveva promesso a suo padre, un genitore che vedeva così di rado: una promessa stilata dall’anno scorso.
Quella di impegnarsi, in cuor suo, a trovare la boccia azzurra di legno che aveva perso, per negligenza o mala sorte, l’altra estate.
Chissà in quale covo di rovi, in quale dosso del terreno arato, si era nascosta, dispettosa.
E non c’era stato verso, allora, di trovarla. Era stato il regalo per il suo onomastico, quel gioco delle bocce: rosse ed azzurre, il pallino verde.
Gli sembrava di aver tradito suo padre, “non bisogna perdere le cose, testa sulle spalle”, come gli diceva nel giusto, mentre P. accusava il primo dei tanti peccati che gli avrebbe comminato negli anni quel senso di colpa che aveva dentro, come un peccato originale. Ed era diventato – ricordava P. – subito un gioco dispari. Ingiusto.
Come la vita, giusto. Come raccontavano fosse l’amore, i cugini maggiori, Uccio ed Annamaria. Ma intanto, che importava, che importava, mentre lui, P., litigava con il sonno, solo, titolare almeno della sua straordinaria solitudine, in quel maestoso letto dei nonni. Domani, il primo giorno di villeggiatura, il primo giorno di estate, quella boccia azzurra l’avrebbe ritrovata di incanto. “Mi aiuti a trovarla ?”. E forse si rivolgeva ad un ciclista belga il cui nome lo affascinava, Van Tongerloo, o chissà a chi. “Mi aiuti a trovarla ?”, lui che non pregava mai, forse pregava la Madonnina di Carano. E suo padre, così lontano nel tempo e nei luoghi, quel giorno sarebbe stato finalmente orgoglioso di lui.

(da “L’ estate di P. ed altri racconti aurunci” di Gian Paolo Porreca, edizioni Ikone-Byblos, 2013, euro 10)

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