Un’estate memorabile tra gli isolotti della Dalmazia

– di Maurizio Carosone

Il tempestoso viaggio per mare da Pescara all’isola di Hvar.
Un albergo a sorpresa. La scoperta di Palmisana.
Sole caldo, acque trasparenti e il concerto delle cicale.
La rustica trattoria di Fabian sulla spiaggia.
L’allegra compagnia di un gruppo di napoletani tra i quali uno identico a Flavio Briatore.
Una partitina di calcio, maschi contro donne, finita con la vittoria di queste ultime.
Straordinarie abbuffate di pesce.

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200603-10-3mLa fantastica isola di Hvar in Croazia è contornata da una miriade di piccoli isolotti, tutti molto simili e molto suggestivi dove il rumore delle onde del mare fa da sottofondo ad un concerto di cicale.
Steso al sole, anziché metterti le cuffie del walkman, come faresti su una qualsiasi altra spiaggia, qui basta che chiudi gli occhi e il canto delle cicale ti accompagna in mondi fantastici. L’abbandono totale ti fa sentire naufrago in un’isola deserta a quattro ore di distanza da casa. La nave veloce che parte da Pescara impiega esattamente quattro ore e sbarchi direttamente nel porto di Hvar in Croazia.
Bella, vicina ed economica. Questi furono i tre aggettivi che utilizzò mio nipote appena tornato dall’isola. E cosi decidemmo di andarci.
Se avessimo potuto scegliere il giorno della partenza, avremmo sicuramente evitato quello che ci capitò il 5 agosto con un mare forza 6. Il giorno prima gli aliscafi non erano partiti. La gente ammucchiata sulla banchina, in attesa della partenza, sembrava stesse andando ovunque tranne che in vacanza tale era la confusione e il livello della protesta.
I sedili della nave abbastanza comodi ci resero la traversata meno dura. Vicino a noi si sedette un gruppo di persone, anche loro napoletani, tre coppie e due ragazzini dalla faccia simpatica che giocavano a game-boy. Il “capo” del gruppo, identico a Flavio Briatore, raccontava le cose in modo così divertente e coinvolgente che dopo un po’ sembrava che lo conoscessimo da sempre.
Arrivammo ridotti come stracci per la condizione del mare. Salutammo “Briatore” e la sua combriccola con un semplice gesto del capo. Nessuno di noi immaginava che, nei giorni a seguire, avremmo stretto una salda amicizia e trascorso insieme una gradevole vacanza.
Avemmo però una brutta sospresa. L’Hotel Anfora, il mio alloggio a Hvar, consigliatomi da Peppe, l’impiegato della Aironjet di Via Santa Brigida a Napoli, risultò il peggiore dell’isola.
La mattina dopo l’arrivo, non impiegammo molto a scoprire che dal porticciolo partivano delle barchette che portavano su uno dei tanti isolotti vicini. Scegliemmo Palmisana, attratti dal nome, un po’ esotico, un po’ tranquillizzante, ma soprattutto il più facile da pronunciare.
“Briatore”, Ninì e Silvio, conosciuti sulla nave, erano già sul posto. Sembrava che ci aspettassero. I due ragazzini con scarsi risultati giocavano a far saltare le pietre sul mare calmo. Le mogli stavano distese al sole, Ninì pescava dal molo di legno, Silvio si stava infilando le pinne e “Briatore” con ampi gesti delle braccia ci chiamava.
Li raggiungemmo contenti di averli ritrovati.
Ci ritrovammo soli, noi e loro, sulla spiaggetta di Palmisana. Alle nostre spalle, sotto un tetto di pagliarelle costruito in modo artigianale, c’erano delle tavole di legno con delle panche malandate e una larga brace che, nonostante fosse ancora presto, già lanciava invitanti messaggi di fumo. Su un palo di legno, una tavoletta indicava il nome della trattoria: “Tri Grade”.
Mia figlia Ottavia non impiegò molto a fare amicizia con i due ragazzini (Luca ed Emilio). Mia moglie Laura si stese affianco alle altre tre donne. Io mi fermai sul bagnasciuga a scambiare le impressioni con Maurizio, ovvero “Briatore”, anche lui per la prima volta sull’isola.
Il mare, gelido, era comunque invitante e soprattutto trasparente. Ero distante, ma vedevo distintamente la sagoma di Silvio che andava a fondo nella vana speranza di portare su uno straccio di pesce. Ninì, attaccato alla canna, sembrava che più che pescare si fosse addormentato.
Il proprietario del ristorantino, con la faccia cotta dai carboni, ci offrì un’ottima brocca di vino bianco freddo, che non fu chiaramente sufficiente. La sua disponibilità gli garantì la nostra prenotazione. Alle 14,30 puntuali ci avrebbe fatto gustare le sue specialità.
Gamberoni alla brace, polipo all’insalata, orate e spigole, insalate di lattuga e pomodori conditi con dell’olio fatto artigianalmente, spaghetti ai frutti di mare, zuppa di pesce, frutti di mare freschi, filetto di carne cotto alla brace, brocche di vino freddo, sorrisi aperti e simpatia del cameriere erano le specialità di Fabian, il cuoco-proprietario della locanda che da quel pomeriggio divenne la nostra seconda casa.
Nei giorni seguenti, Maurizio si impadronì della cucina e insegnò a Fabian come si preparano la frittata di maccheroni, gli spaghetti olive e capperi, le alici fritte. Quello che più colpì Fabian fu la scoperta delle “percoche” annegate nel vino.
Che giornate! Sole caldo, amici veri, occhi trasparenti, i lunghi e teneri racconti di Silvio, la dolce e tenera simpatia di Ninì, l’allegra compagnia dei due maschietti, la schietta sincerità delle mogli, il caffè freddo al tavolino dell’arsenale, la donna più brutta del mondo seduta al tavolo di fianco al nostro, il trancio di pizza bollente mangiato in piedi sulla banchina del molo.
I giorni passarono veloci. Eravamo sempre indaffarati. La visita al castello medievale, in un pomeriggio piovoso, fu ricca di avvenimenti gioiosi. La partitina di calcio, maschi contro donne, finì 10-6 per loro, nonostante fossimo uno in più. La fine della giornata ci vide stanchi, e non lucidissimi, seduti in un ristorante sotto la splendida cattedrale rinascimentale che fa da quinta alla piazza principale del paese.
Come sempre accade, il giorno dell’addio arrivò inesorabile. Laura, Ottavia ed io fummo i primi a partire. I saluti furono affettuosamente sinceri, ricchi di promesse e pieni di progetti. Continuammo a salutarci man mano che la nave si allontanava. Gli occhi di Ottavia si inumidirono mentre scriveva l’ennesima cartolina all’amica del cuore.
Girandomi per tornare al mio posto, una nuvola di fumo a forma di Vesuvio volava alta nel cielo. Non fu una visione, bensì l’ennesimo gamberone che Fabian arrostiva sulla brace, senza rispetto per chi andava via.

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