Uno scheletro affascinante nell’Arsenale di Venezia

– di Patrizia Carrano

Sono le “vertebre” di rovere del nuovo Bucintoro, la storica e più bella galea dei Dogi, lunga 34,80 metri e sontuosamente addobbata. Iniziata la costruzione, prenderà il mare fra un anno grazie al progetto della Fondazione costituita da Giorgio Paternò finanziato da un gruppo di imprenditori privati con venti milioni di euro. Sarà ancora la protagonista dello Sposalizio del mare e si mostrerà nei principali porti d’Europa. Le quattro epoche della splendida imbarcazione e lo sfregio delle truppe di Napoleone. Una barca-regina rinata già tre volte dalle sue ceneri.
L’orgoglio degli “arsenalotti” ai quali è sempre toccato il privilegio di essere chiamati ai remi.

200806-13-1mVenezia era la sposa. Il mare lo sposo. Il Doge era l’officiante di quel matrimonio la cui promessa si rinnovava ogni anno alla festa della Sensa, dell’Ascensione.
Uno sposalizio che non veniva celebrato in una chiesa ma sul ponte della più bella galea della Serenissima.
Il Bucintoro. Un nome meraviglioso, potente, mitologico, taurino e assieme dorato per una barca di trentacinque metri che di Venezia è segno e simbolo, “quasi” come il leone alato che torreggia sulla colonne della piazzetta, davanti alla laguna.
Il Bucintoro che tutti noi conosciamo grazie ai dipinti del Guardi, di Canaletto o di Jacopo de’ Barbari, venne distrutto dai soldati di Napoleone il 9 gennaio del 1798. Un gesto di spregio consumato contro la Repubblica Marinara che gli occupanti francesi dovevano lasciare agli aborriti Austriaci. Un modo per accaparrarsi tutto l’oro delle decorazioni, che furono fuse sull’isola di San Giorgio Maggiore. Lo scafo, convertito prima in cannoniera e poi in prigione galleggiante (tra galea e galera il passo è brevissimo) con il nome di Hidra, venne definitivamente affondato nel 1834.

Ora, a più di duecento anni di distanza, il Bucintoro rinasce dalle sue ceneri, come ha fatto il teatro La Fenice, incendiato dolosamente da un elettricista. Se la decisione di “pantografare” la vecchia Fenice settecentesca, rinunciando a lasciare nella città lagunare il segno forte di un architetto contemporaneo, è stata presa dopo scontri e confronti, la ricostruzione della galea dei Dogi non può obbedire a nessuna tentazione modernista. Il Bucintoro che scenderà in mare fra un anno sarà identico a quello immortalato dai grandi vedutisti veneziani: lungo 34 metri e 80 centimetri, largo 7 metri e 30, alto 3 e 90, con i suoi 42 remi, che impegnavano 168 vogatori, quattro per ogni remo, con i suoi due ponti su cui si imbarcavano il Doge con i dignitari della Serenissima.
Senza contare l’enorme sala tutta rivestita di velluti rossi, con quarantotto finestre e sessanta seggi. Il Bucintoro prevedeva anche 40 marinai e altri 40 vogatori di riserva. E dunque la galea che uscirà fra un anno dai cantieri non andrà a motore: Bebi Fongher, celebre campione di regate, sta già iniziando a istruire i rematori che dovranno farla muovere.
A finanziare il progetto il cui costo si dovrebbe aggirare (si sa che i preventivi sono sempre fallaci) sui venti milioni di euro è un gruppo di imprenditori privati, che si sono riuniti in una fondazione costituita da Giorgio Paternò (come si evince dal cognome, Paternò è siciliano, ma lui e la Serenissima si sono reciprocamente adottati da cinquant’anni). Per la “Fondazione Bucintoro”, presieduta da Davino De Poli, proprietario degli omonimi cantieri navali dell’isola di Pellestrina, Paternò ha trovato finanziatori, sponsor, patrocini, e ha persino scritto al presidente francese Sarkozy, chiedendogli di riparare le antiche malefatte di Napoleone collaborando finanziariamente al progetto.

Questo il progetto sulla carta. Questi sono i conti. Ma l’emozione vera abita altrove, nei cantieri dell’Arsenale, dove in uno dei grandi capannoni più grandi, chiamato la Tesa di San Cristoforo, sono cominciati i lavori con la sistemazione delle “ordinate” di rovere, e cioè dello scheletro della nave, già impostato nella sua struttura. Nella storia di Venezia, che oggi può apparire schiacciata dal turismo, invasa da visitatori giornalieri, pervasa dall’odore della pizza a taglio, ma che nei secoli passati ha giganteggiato nel Mediterraneo, l’Arsenale rappresenta il cuore pulsante della città: essere Arsenalotto, operaio del cantiere navale, significava appartenere all’aristocrazia operaia di una città che nel 1600 contava soltanto un 3 per cento di poveri, censiti dalla Repubblica e dalle sue casse aiutati. I secoli della potenza di Venezia, in cui i Dogi trattano da pari a pari con gli imperatori ottomani, in cui la Serenissima e Costantinopoli si combattono e si confrontano, sono quelli della prima metà del millennio. I quattro cavalli della quadriga marciana che torreggia sul frontespizio della basilica di San Marco (ora sono copie, ma basta salire una piccola scala dietro uno degli ingressi della chiesa e li si può ammirare da vicino nella verità del loro splendore originale) vengono da Costantinopoli, dove nel 1204 il Doge Enrico Dandolo giunse conquistatore. Dandolo li tolse all’ippodromo e li fece caricare sulla nave comandata dal Capitano da mar Domenico Morosini. Lo storico veneziano Martin Sanudo riferisce che durante il lungo viaggio di ritorno (poche vele quadre e forza di remi: dunque si procedeva assai lentamente) si ruppe l’arto di uno dei cavalli. E che una volta giunta a Venezia la quadriga fu “parcheggiata” nell’Arsenale per oltre cinquant’anni, rischiando addirittura la distruzione.

Il primo a darci notizia della loro collocazione sul frontespizio della basilica è Francesco Petrarca nel 1364.
In quegli anni, già esisteva il Bucintoro.
La memoria della prima galea dei Dogi, il cui nome deriva dal veneziano buzino d’oro (barca d’oro), che nel Medioevo si latinizzò in Bucentaurus, evocante neologismo che indica una creatura mitologica simile al centauro ma con il corpo da bovino (però sulla polena della galea, l’animale rappresentato è il leone di San Marco!), risale al 1311.
In quell’anno la nave viene citata nelle cronache della processione del Doge Marino Zorzi. L’imbarcazione
aveva già da allora le sue tipiche caratteristiche: due ponti, uno per i vogatori e l’altro per i patrizi, che era coperto dal tiemo, una copertura a volta con ampie aperture laterali, tale da costituire una sala destinata
alle autorità, che verso la poppa si sopraelevava fino a lambire la zona destinata al seggio del Doge.
Il Bucintoro aveva il suo rimessaggio nell’Arsenale, dove esisteva un apposito scalo coperto, detto Casa del Bucintoro, dove veniva tirato in secca e privato degli addobbi. Ogni anno, prima di essere rimesso in laguna, lo scafo veniva accuratamente calafato e gli interni riaddobbati.
Ai remi venivano chiamati, per esclusivo privilegio, gli Arsenalotti, mentre il comando toccava all’Ammiraglio
dell’Arsenale, coadiuvato da prua dall’Ammiraglio del Lido, che verificava la rotta, e da poppa dall’Ammiraglio di Malamocco, che sovrintendeva al timone.
Già nel Cinquecento, la potenza della Repubblica Marinara aveva iniziato il suo declino. La scoperta del Nuovo Mondo aveva cominciato a ridurre l’importanza dei traffici nel Mediterraneo, e i Veneziani stavano trasformandosi da marinai in agricoltori: furono loro i primi a coltivare nell’entroterra della città,
dove affacciavano le loro ville sul Brenta, il mais che veniva dalle Americhe, pianta guardata da altri con sospetto.

Ma proprio per sottolineare la loro presenza sul mare (fino alla seconda metà del Seicento Venezia fu impegnata in una lunga, sussultante, costosissima guerra contro il Turco) i Veneziani vararono nel 1526 un
altro Bucintoro. Per la prima volta la galea aveva due speroni prodieri, che divennero una caratteristica peculiare di tutte le successive versioni.
Il Bucintoro del 1526 era più sontuoso e riccamente addobbato del precedente, anche se a Venezia esisteva il “magistrato delle Pompe” che aveva l’incarico di tenere a freno la vocazione al lusso dei Patrizi (è a lui che si deve il nero assoluto delle gondole).
Quasi cent’anni dopo, ecco un altro naviglio dogale, varato nel 1605 per la prima festa della Sensa celebrata
dal Doge Leonardo Donà. Ma l’ultimo e il più lussuoso Bucintoro viene commissionato nel 1719 e consegnato
dieci anni dopo. Nel Settecento Venezia è ormai una città gestita da un ceto nobiliare parassitario, incapace di affrontare i mutamenti della storia: la progressiva decadenza dei rapporti con l’Oriente, l’affermarsi dei cantieri navali del nord Europa, e di altri porti ad Occidente, sono questioni che i Patrizi del tempo non sanno e non vogliono affrontare. Venezia è la città con il più alto numero di teatri d’Europa (ne ha persino più di Parigi), del gioco d’azzardo, degli stucchi, della moda, delle trine. E del più lussuoso Bucintoro. Quello che verrà immortalato dai pittori del tempo e solo cinquant’anni dopo bruciato dai Francesi.
Ora, l’appuntamento è per il 2009. Il nuovo Bucintoro non uscirà solo per lo “Sposalizio del mare”: la galea
ormeggerà nei principali porti d’Europa e ospiterà al suo interno un piccolo museo sulla sua storia, che è in
qualche modo anche la storia della Repubblica Marinara di Venezia.
Tutto bene, quel che finisce bene, dunque. A un patto, però: che almeno nei giorni in cui il Bucintoro esce dall’Arsenale per avvicinarsi a San Marco, da quelle acque si tengano lontani i superbussolotti a dieci piani
da crociera, che di marinaro non hanno niente e che con Venezia, con la Giudecca e con la Laguna non c’entrano nulla.

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