Uomini reti e barche attorno a Montecristo

– di Raffaele Sandolo

Prosegue il nostro racconto di storie di pesca sul mare dell’isola di granito ricco
di pesce e di corallo.
Le spedizioni dall’Elba e da Ponza, ma anche dalla Sicilia.
I capibarca più famosi che si orientavano guardando le stelle e osservando il vento.

Studiando la luna e le nuvole prevedevano il tempo. Dalle “lampare” alle “zaccalene”.
I nomi dei pescherecci, con equipaggi di quindici uomini, nei ricordi dei marinai di oggi.
La pesca delle aragoste e la scoperta della Secca di Casciaforte. Nomignoli indimenticabili: Babbalù, Mastupeppe, Girotto.

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200704-13-3mMontecristo, prima dell’ultima guerra, era molto accogliente e il suo mare era ricco di pesce e corallo. I pescatori, ritornando periodicamente alle loro case sull’Elba, portavano con sé, assieme al pesce, i prodotti dell’isola come la carne di capra selvatica, le carrubbe, le melecotogne e le marmellate fatte da Bastiana Tesei moglie di Francesco. La notizia del mare pescoso di Montecristo si diffuse ovunque, particolarmente a Ponza. Partirono Gennaro Calisi, Giuseppe Morlé, Aniello, Michele e Vittorio Sandolo. Furono attratti anche Michele e Biagio D’Isanto, Giovanni e Francesco di Fraia, abitanti a Marina di Campo.
Con l’entrata in guerra dell’Italia, nella seconda guerra mondiale, la pesca si fermò. La maggior parte dei pescatori partirono per fare il militare nella Regia marina. Stefano Sandolo, alle dipendenze di Casa Savoia, faceva servizio di trasporto merci dall’Elba per Montecristo e Pianosa. Riusciva pure a pescare, con mille difficoltà, collaborando con Francesco Tesei, il guardiano, e la moglie Bastiana.
All’inizio della guerra, l’isola ospitò un presidio di soldati italiani e successivamente, verso il 1943 e per pochi mesi, una installazione militare italo-tedesca. Dopo lo sbarco degli Alleati all’Elba e un primo assestamento della situazione, si tentò di riprendere l’attività di pesca. Ma per Montecristo fu l’inizio del caos, totalmente abbandonata e base per il contrabbando. Arrivavano ancora barche di pescatori da ogni parte: dalla Corsica, dal Giglio e da Santo Stefano.
A Marina di Campo la vita cominciava a riprendere. Il Comune di Campo nell’Elba ebbe i primi sindaci: G. Battista Galli (luglio-ottobre 1944), Ernesto Somigli (ottobre-novembre1944), Fabio Angiolo Mibelli (novembre1944-luglio1951), Giuseppe Tacchella (luglio1951- luglio1952), Fabio Angiolo Mibelli (luglio 1952-luglio 1956). Iniziava la ricostruzione.
La pesca fu l’attività prevalente con la produzione di vino e l’escavazione del granito. Nell’estate del 1945, Aniello Vitiello e i fratelli Aniello e Silverio Sandolo, con la motobarca “Sant’Emiliano”, ricominciarono a navigare verso Montecristo. Anche Stefano Sandolo con la “Maria Assunta”, Giovannino Sandolo con i “Tre Fratelli”, Silverio e Salvatore Romano con la “Santa Lucia a mare” iniziarono la loro attività nei mari a sud dell’Elba. Gli spostamenti erano pericolosi essendo il mare infestato da mine.
Altri pescatori, sempre di origine ponzese, ripresero la pesca e fra questi Giuseppe Romano, Alessandro e Gennaro Iodice, Domenico Vitiello, Stefano Mazzella, Michele Feola, Giuseppe Morlé. I mezzi più usati erano le nasse, i tramagli, le squadrare, le schiette, i palamiti, il rezzaglio e la sciabica. Pescatori erano Salvatore e Procolo Costantino, Mafaldo Spinetti, Giovanni Di Fraia, Luigi Nelli (“Babbalù”), Osvaldo Cecchini, Francesco Cassese, Enrico Danesi, Divo Spinetti, i quali occasionalmente navigavano anche nei mari di Montecristo e Pianosa.
Frattanto Silverio Sandolo (“Casciaforte”), ritornato dalla guerra nel Mediterraneo, iniziò a pescare con la motobarca “Lucia” assieme al padre Michele. Con Ciro Sandolo, chiamato “Girotto”, scoprì una “secca” molto pescosa presso Montecristo che fu chiamata, in suo onore, Secca di Casciaforte. Si racconta che l’individuazione della secca era avvenuta anni prima quando, imbarcato su un sommergibile, navigava nel mare a sud dell’Elba.
Nel 1956, con l’assegnazione dei nuovi guardiani, la vita su Montecristo riprese. Arrivò Millo Burelli seguito da Amulio Galletti, Giovan Battista Muti, Paolo Del Lama e Goffredo Benelli. I pescatori si sentivano più protetti.
Dal 1947 l’attività di pesca era cambiata con l’utilizzo di tecniche innovative.
Si diffusero tipi particolari di pescherecci con l’introduzione della pesca di notte e l’uso di luci specifiche, sia elettriche che a gas. Prima si affermarono le lampare e, successivamente, le cianciole o saccaleva chiamate anche “zaccalene”. Prevedevano l’impiego di reti di varia lunghezza, a maglie piccole, con una particolare struttura, che pescavano in superficie per circa 50 metri di profondità.
Fra le prime “zaccalene” si ricordano la “Grazia” con capobarca Silverio Sandolo, la “Francesca Maria” di Procolo Costantino, il “Gioia” di Giovanni di Fraia e l'”Invidia” di Vitale col marinaio Ciro di Frenna (“Ciritiello”) provenienti da Ischia. Questi pescherecci pescavano ovunque attorno all’Elba, ma soprattutto a sud. Avevano bisogno di molti marinai (12-15 per barca) che cucinavano e vivevano a bordo. Per la paga ai marinai si usava il sistema “a la parte”. Quelli pagati meglio erano il capobarca, il motorista e i “luciaioli”.
In inverno si andava a Ponza per assumere gli equipaggi. Altri pescatori di origine ponzese (Iodice, Aprea, Vitiello, Calisi, Mazzella, Morlé, Di Meglio, Balzano, Cristo, Romano, Avellino, Pagano, Rivieccio) andarono a lavorare sulle “zaccalene”.
Contemporaneamente giunsero, sempre da Ponza, Andrea Mazzella e Agostino Aprea per dedicarsi alla pesca più tradizionale. Quest’ultimo si fece costruire dal fratello Giuseppe (“Mastuppeppe”) due barche di stile ponzese, con “la rota” a prua e la “cascia” (cassa) nella pancia dello scafo, particolarmente attrezzate per la pesca delle aragoste. Alle due barche, provviste di motore, fu dato il nome di “San Gaetano” e “Sant’Agostino”.
Arrivò pure Agostino Romano con il figlio Camillo. Tutti pescavano nel mare a sud dell’Elba. In quegli anni anche Emiliano Calisi detto “l’italiano” (u’taliano), perché non parlava in dialetto, esperto pescatore di corallo, lavorava nel mare di Montecristo e a sud di Pianosa.
Dal 1950 al 1955 le “zaccalene” cominciarono a pescare sia a sud che nelle “secche” a ovest dell’Elba. Le prime furono la “Rosita” dei fratelli Silverio e Aniello Sandolo e di Aniello Vitiello, la “Francesca Maria” di Gino Dini e Vittorino Tesei prima e di Silverio Sandolo e Pompeo Mazzella dopo, il “Sipam” di Raffaele Murtas e Gaetano Vitiello, la “Santa Rosa” di Moisè Scotto di Santolo. Il pesce appena pescato veniva ammassato sulla coperta del peschereccio per poi essere messo in cassette di legno, ma senza l’uso del ghiaccio. Solo successivamente, con l’introduzione delle ghiacciaie, le cose andarono meglio.
La pesca tradizionale con le caratteristiche barche di tipo ponzese permetteva di prendere aragoste, dentici, murene e perfino gli zeri (“autunni” per i pescatori ponzesi) e le castardelle. Le “zaccalene”, soprattutto quelle dotate di strumentazione, riuscivano a pescare grandi quantità di pesce di ogni tipo, con prevalenza di alici, sardine, lacerti, sugherelli, boghe, lecci e tonni.
Nel mare di Montecristo pescavano in molti e giungevano da ogni parte, non solo da Marina di Campo, ma anche da Marciana Marina e da Porto Azzurro. Dal sud vennero altri pescatori, soprattutto siciliani, che pur facendo base a Marina di Campo, pescavano nel mare di Montecristo.
I primi furono i fratelli Vito e Bastiano Ravenna con la motobarca “Madonna di Pompei”, successivamente Francesco Mione con il figlio Vito, dediti principalmente alla pesca di pesce spada.
Negli anni attorno al 1978, arrivò a Marina di Campo Vermiglio Calogero che richiamò, dalla Sicilia, la propria famiglia. Iniziò a pescare fra Montecristo e Pianosa, usando tramagli e tramaglioni. Arrivò anche Nicola Troccolo, esperto pescatore pugliese. Navigavano spesso senza bussola magnetica e si orientavano guardando le stelle e osservando il vento. Cercavano la zona di pesca utilizzando “segnali” di riferimento a terra e misurando la profondità con “scandagli a mano”. Pescavano esaminando le correnti marine. Prevedevano il tempo studiando la luna e guardando le nuvole.
I fratelli Silverio, Antonio e Giovanni Avellino, Claudio Feola, Benedetto di Meglio, Gaetano Avellino, Salvatore di Meglio, Massimo Mazzella, Dario e Antonio Misiano, tutti di origine ponzese, parlano dei loro padri che pescavano a Montecristo.
Anche altri come Giuseppe Di Maggio, i fratelli Bruno e Marco Greco, Ignazio Cottone e Ignazio Mione, raccontano del duro lavoro e del sereno rapporto avuto dai pescatori con i guardiani di Montecristo. I pescatori più anziani ricordano ancora quell’epoca dura e semplice.
Sono Donato, Silverio e Angelo Feola, Bruno ed Elbano Sandolo, Pompeo Mazzella, Giuseppe Avellino, Giuseppe Vitiello (“Peppe Insomma”), Gaetano (“Sacchetta”) e Silverio (“Michetta”) Vitiello, Ciro Scotto di Santolo, Giuseppe Scotti, Carmine e Gennaro Pagano (“La volpe”), Leopoldo e Michele Di Meglio, Gennaro (u’Conte) e Antonio Di Meglio, Cesare e Giulio Romano, Antonio Feola (“Mugolino”), Umberto Gazzella (“Umbertino”), Cammillo Romano, Ugo Iodice (“zio Ugo”), Mario Vitiello (“u’pastore”), Silverio e Giuseppe Morlé, Bruno e Antonio Rivieccio, Achille Cristo, Giovanni Feola, Gennaro Vitiello, Francesco Vitiello (“Francesco ‘i Sacco”), Battista Balzano, Carmine Aprea, Guido De Martino, Gaetano Iodice.

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