Via da Las Vegas

– di Lia Giovanelli

Una citta eccitante, dove c’era solo deserto, che mi eccita poco. Ma, ormai, eccomi qui, in questo luna park di luci e di suoni, tutto molto grande, esageratamente grande, le strade e i palazzi, i casino, le luminarie che sono continui fuochi di artificio. Ecco la Strip, la strada piu famosa del mondo. Diario di un soggiorno fantastico che affascina gli occhi ma resta lontano dal cuore.

Via, via da Las Vegas. Via, via davvero, come il film con uno strepitoso Nicholas Cage, quell’anno meritatissimo Oscar come miglior attore protagonista. A Las Vegas sono stati girati centinaia di film, ma io, in questa incredibile citta, riesco a pensare solo a Leaving Las Vegas. Sono stata a Las Vegas numerose volte, mai per scelta personale, ma sempre “a seguito” di altri motivi, ma da qualche anno la sorpresa, la curiosita e l’interesse sono venuti meno, e solo la ricerca di questo “venir meno” nei confronti di una citta che attira ogni anno milioni di persone da tutto il mondo, mi ha spinto ad accettare di tornarci, per pochi, pochissimi giorni.

Viaggiando da una qualunque capitale europea sono circa dodici ore di volo, che apparentemente si riducono e tre o quattro, con un fuso di nove ore, ed io sono partita un pomeriggio di gennaio da Londra con la prospettiva di arrivare a Las Vegas per ora di cena, e cosi e stato. Partenza alle 15,30 e arrivo alle 18,30. Per le strane leggi della geodetica non si attraversano l’Atlantico e poi gli Stati Uniti, come verrebbe di pensare, ma si sale … si sale…. volando fino in cima al mondo, lasciando l’Europa e passando sopra l’Islanda, e poi tutta la Groenlandia, e, attraverso la baia di Baffin, si entra nell’estremo nord del Canada, che si attraversa tutto, per poi scendere, attraverso il Montana, verso il Nevada, e atterrare, appunto, a Las Vegas. Ti sforzi di dormire, perche ogni altra cosa come mangiare, bere, leggere o guardare film nel mini schermo e presto noiosa, e le ore sono troppo. Quindi dormo, come tutto l’aereo che vola sopra la neve e il ghiaccio, verso le luci scintillanti dei Casino. In aereo non abbasso mai il finestrino, mi piace guardare il niente che c’e fuori, spesso solo nero, solo bianco, solo grigio, ma in questo freddo pomeriggio invernale si viaggia per ore verso uno scampolo di luce, si viaggia indietro nel tempo, anche solo di nove ore, e l’orizzonte continua ad essere orlato da un nastro chiaro, come una fettuccia tra il rosa tenue, il rosa intenso, l’arancio, fino a sfiorare il rosso. I colori di un giorno che non vuole finire, i colori di un tramonto lunghissimo che solo io posso vedere, mentre l’aereo dorme.

Non so dove stiamo volando, se ancora sulla Groenlandia o sul Canada, ma sotto di me, lontano migliaia di metri vedo solo ghiaccio, fantastici panorami ghiacciati illuminati da una striscia adesso non piu sottile, ma piu alta e appariscente e assolutamente rossa, rosso fuoco, che sfuma nel nero assoluto della notte sopra di noi. Il ghiaccio sembra vivere alla luce di questo fantastico tramonto che allunga le sue lingue rosse verso incredibili scenari, forse montagne con strani pinnacoli alla Gaudi, forse canyon e fiumi ghiacciati. Sorrido riconoscendo perfettamente la grande costruzione del palazzo della regina delle nevi di Andersen, e sono certa che da qui ha origine un mondo fantasy di cui io posso assaporarne solo una parte, con qualche sguardo rubato al buio della notte. Dopo qualche ora e gia America, perfino gli annunci del personale di volo hanno assunto un tono di inglese piu strascicato, e iniziano a rifilarci inutili bevande e cibarie varie, oltre ad un sacco di raccomandazioni e ringraziamenti che nessuno ascolta. La mia postazione al finestrino mi conferma che manca poco all’arrivo.

La notte e ancora notte, ma in lontananza un chiarore che si propaga veloce non puo che essere la mitica citta delle luci: ecco, come la nave spaziale di Indipendence day, Las Vegas in avvicinamento. Una luminosita diffusa che via via si trasforma in sfavillanti nastri stradali che si incrociano in fiocchi e coccarde brillanti e in movimento, e poi luci, e poi ancora luci, e poi enormi luminarie che si accendono e spengono come infiniti fuochi di artificio di mille colori e poi ancora, e sempre piu vicini e incredibili, visti dall’alto, gli alberghi che rendono famosa questa citta, la Piramide e le statue di Luxor, il castello di Escalibur, New York e Venezia e Parigi, il palazzo di Cesare e la Strip, ecco la Strip, una delle strade piu famose del mondo, distinguibile anche da cosi lontano. Ci siamo, ma perche non mi prende, perche non mi acchiappano tutte queste luci, perche non mi emoziona questo enorme albero di Natale scintillante nella notte?

Via, via da Las Vegas. L’autore del romanzo da cui e tratto il film si e suicidato a soli 34 anni, immaginando come protagonista del suo libro, il “mio” Ben Sanderson, un uomo che ha perso tutto, prima la famiglia e poi il lavoro. Alcolizzato, decide di andare a Las Vegas per ubriacarsi fino a morire. Proprio a Las Vegas. E incontra Sara, una disperata prostituta che lo ama, lo ama davvero, ma non basta. L’ubriacone e la prostituta, che facile stereotipo, ma in questo film assolutamente unici e indimenticabili.

E a questo che penso mentre l’aereo atterra. E capisco perche non mi prende lo sfavillio di questa citta, perche ho nell’anima ancora le immagini di poche ora fa. Ma certo, la natura e imbattibile, lo scenarius del fantastico tramonto di ghiaccio riduce tutte queste luci a un enorme e stravagante luna park, dove c’e poco di sentimento.

Ma io sono piena di sentimento e allora basta lagne, via dai, caliamoci per tre giorni nel luna park. E allora pronti con il mega albergo, lo shopping piu americano possibile, magari qualche slot machine e un giretto dentro Venice, per constatare ancora una volta che i geni copiano, e solo i mediocri imitano.

Trovo che l’albergo che copia Venezia sia fantastico, fantastico come Venezia per chi non l’ha mai vista e la sogna. A me piace tanto, e ci passeggio a lungo costeggiando i canali dove vere gondole trasportano sorridenti turisti, e i gondolieri, facendo un po’ di confusione, cantano “O sole mio”. I negozi sono belli, le calli pulite, il ponte dei sospiri sospira, piazza San Marco brulica di persona sotto un cielo azzurro di cartongesso, e non ci sono invadenti piccioni. Le comparse, vestite come nel Casanova di Fellini, stanno facendo una scenetta sull’onda di “Ciribiribin, che bel faccin” e i giapponesi fotografano.

Altra mia amata tappa sono le fontane danzanti sul lago davanti all’Hotel Bellagio. Anzi, mia prima tappa in una tersa mattina, ovviamente di buon ora, visto il fuso. Ho in programma anche l’assalto alla nave corsara davanti al Treasure Island, e se ci riesco anche l’eruzione del vulcano del Mirage Hotel.

Un cielo azzurro che piu azzurro non si puo mi accompagna nel mio gironzolare sulla Strip. Ma in questa citta non c’e un filo di smog? Un americano mattiniero inizia a tampinarmi dicendo che ci conosciamo, che ci siamo gia visti … ma dove? I don’t understand, scuse me … I am italian, sono italiana, esattamente come il Bellagio, che non e un hotel, ma un paese romantico del lago di Como, sono italiana come Bocelli, colonna sonora delle fontane danzanti che stiamo ammirando, sono italiana, come i miei vestiti elemiescarpeelamiaborsae tutto quello che c’e nella mia borsa, compreso il libro che sto leggendo, e siccome sono la figlia dei figli dei figli di Michelangelo, di Raffaello, di Leonardo (scusa la citazione cinematografica, ma tanto non la capisci), io sono il passato e sono il presente e tu, caro americano, se mi hai gia visto, mi hai gia visto nell’arte, mi hai ascoltato nella musica, e in tutto l’immaginario che avete del mio Paese. E comunque no, smettila di stufare, non ci siamo mai visti e se non ti allontani e insisti chiamo la polizia, o uno sceriffo o gli agenti di CSI, che quelli non scherzano.

Via, via da Las Vegas. Tra i due protagonisti del film nasce un amore profondo, capace di soddisfare il loro bisogno di non sentirsi soli. Ma la loro vita e gia segnata. “Avevo bisogno del suo dolore, e lui del mio. L’amavo… L’amavo davvero” dice Sara, la prostituta dal cuore d’oro. Ho letto che Nicolas Cage volle realmente ubriacarsi per prepararsi meglio al ruolo, buona la scusa. E ho anche letto che il barista presso il bar di motociclisti che asciuga il sangue dal volto di Ben e interpretato da Julian Lennon, figlio di John Lennon. E che il regista e anche autore della colonna sonora e compare brevemente come attore nei panni di un mafioso russo.

Sapevo qualcos’altro sul film che Ben e Sara guardano sul bordo della piscina del Desert Hotel ma basta, torno al Forum Shops del Caesars Palace e faccio una full immersion di negozi di lusso. Ma mi accade di attraversare la Strip sulle strisce sbagliate e basta cambiare marciapiede ed e come quando fai zapping con il telecomando. Stai guardando una qualunque serie televisiva sdolcinata e piena di belle famigliole felici e sbagli tasto, e ti trovi in un trucido e cupo vicolo da dove speri solo che la poveretta che ci cammina se ne vada il piu presto possibile. Improvvisamente dall’altro lato della strada sono circondata da tanti, troppi Hobbit, perche solo questo mi ricordano questi orribili ometti, bassi, goffi e malvestiti, che, incuranti di chi sei e di come ti presenti, ti rifilano bigliettini con donne seminude e in pose sexy, sussurrandoti che in 15 minuti puoi avere a disposizione ogni sorta di sconcezza possibile ed immaginabile. Pochi metri di marciapiede dove si cammina su un tappeto di biglietti con immagini di povere ragazze di ogni forma e colore, e pochi metri piu avanti il marciapiede torna libero e tre enormi pupazzi, vestiti come i tre porcellini, ti invitano ad entrare in un mega fast food disneyano. Via, via da Las Vegas. Questa citta non ha tempo, non si ferma e non si muove mai. Le ore del giorno e della notte si confondono. La gente vive e gioca e mangia e beve e cammina e ride e piange e dorme e si diverte e si annoia a tutte le ore. Si passa dal cielo piu azzurro al buio piu buio delle sale da gioco in un attimo. C’e tanto spazio dovunque, ma tutto e big e large, tutto e grande, e l’illusione che si crea e che tutto sia possibile, oltre che lecito, in questo luna park. Tutto e rumore, sempre, ma non forte e non spiacevole, e tutto e paradossalmente silenzio, come lo era quando questa citta non esisteva, ed esisteva solo il deserto ed il rumore del vento.

La sera e occasione per lustrarsi, esagerare un po’ con il look e godersi, per esempio, uno splendido spettacolo con una splendidissima Celine Dion che non si risparmia sul palcoscenico, cosi come non si e risparmiato chi ha curato questo scintillante spettacolo.

“It is a pleasure … in every measure” dice il direttore dell’orchestra di oltre quaranta elementi che accompagna Celine Dion, ed e vero, e un piacere in ogni modo, ed io sono davvero una ingrata a lamentarmi di questa citta.

E dimenticandomi subito dopo della mia ingratitudine (per cui doppiamente ingrata!!), gia penso alla bella cena che mi aspetta nel ristorante che abbiamo scelto. E poi domani ripartiamo, e se ho attraversato l’oceano non e stato per Las Vegas, ma perche mi hai promesso che mi accompagni a Zabrinsky Point, il mitico punto panoramico che ha dato il nome al film di Antonioni, e che dista solo due ore di strada.

Visitarlo e sentirmi come a vent’anni quando ho visto il film, ovviamente all’epoca mi riconoscevo nella protagonista, fa parte dei miei sogni da sempre. Dopo cena facciamo una breve passeggiata, piacevole in questa tiepida notte. Attraversiamo il passaggio esterno che unisce due grandi alberghi, un passaggio sospeso sopra una strada a dieci corsie che, uscendo dal Las Vegas, va verso il niente. E la strada che imboccheremo domani mattina, va verso il niente, appunto, verso il deserto, finalmente verso Zabrinsky Point.

L’ho gia percorsa questa sopraelevata pedonale, nella mia passeggiata per negozi di lusso, ed a tutte le ore ci sono molti artisti di strada, suonatori improvvisati che ti chiedono un dollaro strimpellando, niente di diverso dalle nostre citta, ma questa sera mi sembrano di piu, e piu, come dire, mendicanti, e poi vediamo lei, una ragazza giovane e minuta, seduta in terra sui suoi stracci con in braccio un cagnolino come lei, piccolo e dolce, con gli occhi grandi e persi. Ha un cartello davanti, con una scritta sul pezzo di cartone ” 2 proud 2 prostitute”, un triste e facile gioco di parole dove il numero 2, come two, si pronuncia come too, cioe troppo, e anche come to, to be, come essere: “troppo orgogliosa per essere prostituta”, dice il misero cartello che non vorrei aver mai visto e che mi colpisce, mi colpisce dentro, in fondo all’anima, tanto, piu di tante cose della mia vita che non dimentico e che in queste occasioni si presentano puntuali all’appello, e poi il pensiero si ferma, e questa ragazza che non vorrei aver mai incontrato diventa la fine del mio film, la fine di Ben e Sara, l’ubriacone e la prostituta, che avevano poco tempo, troppo poco per cambiare.

Via, via da Las Vegas.

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