Vincenzone Mellino racconta la vera Piazzetta

I vestiti di lino bianco di Clark Gable, i gelati di Kirk Douglas.
La classe di Agnelli, la spacconeria di Onassis. Il conte Comòla cacciatore e lupo di mare. Il pappagallo di Hans Spiegel e i sandali della Bardot. Una mancia favolosa. Quella “cotta” per Sylva Koscina.

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200308-20-3mIl gabbiano reale che per cinquant’anni ha regalato garbo e attenzione ai clienti dei bar della Piazzetta ha chiuso le ali. Un addio al “Gran Caffè” e al bar “Tiberio”, un inchino alla platea del teatro del mondo ed è uscito di scena.
Vincenzone Mellino è andato in pensione, è volato a Marina Grande, è tornato al suo mare. Occhi color del cielo, faccia di sole, portamento da nobile signore. Un uomo di 68 anni che non vuole fare pace con l’età e che vive bene solo con pochi amici e con la gente del porto. Un mondo che giuoca con il sole, con le barche, con i venti e racconta di una Capri che non c’è più.
Poi giornate di pesca, di lenze, di profondità: l’esca è l’acciuga, la preda è la pezzogna. Lì a quindici miglia dalla costa, quando l’acqua prende il colore del tempo e il porto è lontano e appisolato tra terrazzini di gerani e sonni di gatti. Al largo, quando “Carmen”, il suo gozzo di legno bianco e celeste, galleggia come un turacciolo all’incrocio delle rotte di tutti i sogni del mondo, Vincenzone Mellino vive la sua vita vera. Lontano da quella Piazzetta “dove era salito” controvoglia.
“Ho sempre amato solamente il mare. La Piazzetta è stata una soluzione di ripiego. Ero nato marinaio come papà Attilio che era il più coraggioso di tutti.
La mia casa di Marina Piccola quasi toccava l’acqua, ho imparato a camminare sulla spiaggia. La mia era una famiglia in vista, mi ha battezzato il principe Pupetto di Sirignano nella chiesa di Santo Stefano. Poi le vicende della vita mi hanno costretto a salire su in Piazzetta. Era il 17 settembre del 1950. C’era poca gente e i bar erano salotti”.
Da allora, per cinquant’anni, con eleganza, sorriso, cortesia e grande dignità, Vincenzone ha parlato con tutto il mondo, ai Kennedy, agli Onassis, agli Agnelli, ai Mondadori. Caffè, cappuccini, whisky, cocktails. Pezzi di storia consumati tra il “Gran Caffè” e il bar “Tiberio”, e lui sempre lì tra i tavolini di vimini. “Complice” del tutto o del nulla: baciamano, amori, contratti miliardari o solo la domanda: “Vincenzone come sarà il tempo domani?” La sua previsione arrivava pronta, scientifica, esatta: “Soffierà un vento amico oppure… c’è presagio di burrasca”. Era un tempo diverso fatto di pantaloni di lino e sandali su misura, magliette di filo di Scozia, foulards d’Hermes. Portasigarette d’argento e bocchini d’avorio, piedi scalzi e gonne Chanel.
Un mondo intero si è sfilacciato tra le dita di Vincenzone, un marinaio abituato a governare le lenze della vita, un uomo schivo che fa fatica ad aprire il libro dei segreti. Cerco di spingerlo sulla riva dei ricordi.
– Parlami dei personaggi che maggiormente ti sono rimasti nel cuore, flash, fotografie, sensazioni.
Raccontami la Piazzetta, quella di una volta.
“Capri era veramente l’isola del mondo, l’approdo del jet-set internazionale. Ho servito donne e uomini famosi. L’album del mio cuore non finisce mai”.
– Cominciamo dagli uomini.
“Il più affascinante di tutti, sempre vestito di lino bianco, era Clark Gable. Gentile e raffinato fin quando l’eccesso di whisky non lo faceva cadere in pericolose malinconie. Il più simpatico e divertente Kirk Douglas. Vestiva come i pescatori capresi con magliette a righe bianche e blu. Adorava i coni di gelato di fragola con i quali giocava a fare l’equilibrista. Li faceva saltellare da una mano all’altra senza mai farli cadere”.
– Il più antipatico, quello che proprio non si sopportava?
Vincenzone non deve pensare, non ha alcuna esitazione: “Aristotele Onassis, uno spaccone, l’aria spavalda, il doppiopetto blu e l’arroganza di chi si sente potente come un imperatore”.
– Il più aristocratico?
“Senza alcun dubbio, Gianni Agnelli. Un vero gentiluomo, gran classe. Elegantissimo nei suoi maglioni blu. Con lui abbiamo spesso parlato di mare. L’Avvocato era un vero marinaio, conosceva i venti e sapeva navigare. Un gran signore era anche Totò. Raccontava barzellette, ma nel suo sguardo c’era sempre un sottile fondo di tristezza.
Eravamo diventati amici.
Un altro nobiluomo era certamente il Conte Comòla che arrivava in barca da Napoli alle cinque del mattino e sparava alle quaglie a Unghia Marina. Cacciatore, lupo di mare, uomo di grandi passioni, innamorato perso della vita”.
– Il più stravagante?
“Hans Spiegel, il ballerino russo sordomuto che camminava con un pappagallo sulla spalla detto Mister Cappuccino”.
– E i playboy?
“Tutti belli, tutti affascinanti, tutti con lo sguardo che non perdona, tutti squattrinati al rimorchio di donne non sempre belle, ma sicuramente molto ricche”.
– La mancia più preziosa?
“La ricordo come ieri. Era il luglio del 1975 e Chico Dandas, un miliardario brasiliano, mi lasciò quattrocentomila lire di mancia per quattro caffè alle sette del mattino”.
– Parliamo di donne.
“La più snob, ma di sicuro la più elegante, era Elsa Martinelli. Ricordo bene anche Sofia Loren: semplice, bella, molto prosperosa, molto napoletana e un po’ cafoncella. Una vera star era Brigitte Bardot, una donna sexy e scanzonata. Gli uomini la corteggiavano, ma non credo si sia concessa molte distrazioni. Amava i cocktail all’arancio, i sandali su misura realizzati da Giovanni De Martino e le passeggiate in riva al mare.
Ma per me l’attrice più affascinante era Sylva Koscina. E’ la donna che mi ha fulminato. Credo di essermi innamorato di lei perdutamente. La sognavo con me su una barca in mezzo al mare. Lo confessai anche a mia moglie Annamaria. Ancora oggi la ricordo nel suo vestito verde acqua, meravigliosa come una sirena”.
Il racconto è finito. La Piazzetta non è più la stessa. L’assenza di Vincenzo si avverte: tra i tavolini mancano i suoi occhi di cielo e quell’aria da signore cortese. Questo tempo non gli appartiene, un po’ l’infastidisce e non fa niente per nasconderlo.
“Dei nuovi vip non ricordo un nome. Brava gente senza classe, senza storia, senza cultura, senza stile. Ho chiuso giusto in tempo per armare il mio gozzo e ritornare alla mia vita di marinaio”. Una lenza a largo di Punta Carena, l’acciuga sull’amo, l’attesa. Le pezzogne di Vincenzone sono belle come la Sylva Koscina di ieri.

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