Visioni, illusioni e premonizioni d’acqua

– di Paolo Calcagno

Dal mare di Stromboli al laghetto delle lettere galleggianti, a un’onda mmanente. Tutto quello che cerca, crea e diffonde l’arte digitale.
Il sogno di gocce e di sale di Marina Abramovic, le parole cromatiche e componibili di David Small, il gigante liquido di Gary Hill prima dello tsunami.

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200504-13-2mIl mare di Stromboli che bagna il corpo di Marina Abramovic, regina della body-art. Su una spiaggia che non c’è più, cancellata dagli smottamenti vulcanici, Marina piazza una videocamera digitale che la riprende mentre, a occhi chiusi, per un tempo interminabile, si abbandona alle carezze dell’onda infranta sulla rena. Movimenti che si ripetono e che scandiscono il ritmo del sogno. Un sogno lieve, che la smaterializza e la riconduce alla sua origine, in una regressione beatamente ossessiva.
Marina si veste di gocce e di sale, il suo corpo attraente si denuda di ogni eccitazione della carne e galleggia nel desiderio che ci affligge tutti, affrancata dal peso del corpo che supera anche questa prova, l’ennesima della grande artista montenegrina, vincitrice alla Biennale di Venezia del 1997 con “Balkan Baroque”.
Con queste immagini in bianco e nero, commentate dalla nota gallerista napoletana Lia Rumma, della quale Marina Abramovic era stata ospite a Stromboli, tre anni fa, parte “Aqua”, la puntata inaugurale della mia serie tv sulla “Medi@rt
“. Come indica il titolo, lo scopo di questo ciclo televisivo è di mostrare la convergenza tra creatività e tecnologia, di indagare nell’insolito della relazione tra gli strumenti nati per produrre comunicazione (dalle videocamere ai computer, dai software ai telefonini cellulari, a Internet) e le diverse forme d’arte e di linguaggio che essi sono in grado di creare (video-art, net-art, web-art, software-art, computer-art).
Le performances artistiche di “Medi@rt”, catturate in varie parti del mondo, dimostrano che il video, il computer e Internet, non soltanto hanno sviluppato la produzione e la distribuzione dei media, ma che dalla potente spinta della comunicazione diffusa dalle tecnologie digitali, e dal suo straordinario impatto con le sfere culturali, sono sorte nuove tendenze che tracciano il profilo di una dimensione ulteriore e di un sistema inedito di riferimento, in cui emergono e si vanno definendo idee, capacità e talenti innovativi, straordinari per fascino e valore artistico.
Nel caso di Marina Abramovic, la videocamera digitale non crea l’evento, ma registra un documento. “Una delle differenze tra la body-art e i precedenti movimenti artistici – osserva la Abramovic – è che la body-art è un’arte basata sul tempo. Questo significa che lo spettatore, per vedere la performance, deve essere presente in un particolare momento e in un luogo specifico: sei non sei lì, la perdi. Non è come le altre forme d’arte, per le quali c’è sempre un domani: le sculture e i dipinti sono sempre lì, da vedere. Nella performance non è così”.
Marina Abramovic aveva 16 anni quando incominciò a creare disegnando e utilizzando i colori.”Successivamente, passai ai suoni – ricorda l’artista – e incominciai a utilizzare sempre di più materiali veri, perché per me la pittura era diventata troppo limitante, era qualcosa di bidimensionale. Mi chiesi: perché non usare un vero suono, un vero cielo, terra vera, fuoco vero, acqua vera? E, così, provai con questi elementi a fare qualcosa che oggi si chiama performance”.
Tornando all’uso della videocamera, come nel caso di “Stromboli”, la Abramovic la definisce una contraddizione: “Qual è la vera opera d’arte, il video che vedi o la performance che hai già fatto? Il problema è che se non hai un documento, se non hai un video, fotografie, hai soltanto la memoria. Non rimane nient’altro. In questo caso, davvero, la sola energia, il solo termine reale è quando sei lì, a osservare la performance. E questo è qualcosa che non può essere sostituita da nessun media, non dalle fotografie, non dai video. Ma il video può essere una buona seconda chance, perché ha qualcosa in sé che è l’istante e anche la performance è l’istante: può, quindi, catturare lo stesso tipo di energia. Il video è come i raggi X della performance. Diciamo così. Si può immaginare dal video che cosa sia accaduto durante la performance, ma non si può mai sostituire l’evento reale”.
Ad “Ars Electronica” di Linz, in Austria, e, prima ancora, a “Imagina” di Montecarlo, i due massimi Festival europei di arte digitale, il giovane artista americano David Small ha combinato gli atomi dell’acqua con i bit e i pixel immateriali delle immagini sintetiche. Risultato: sul laghetto di un piccolo giardino bonsai lettere colorate di blu, di giallo, di rosso scorrono sull’acqua. Le lettere digitali si cercano, formando delle parole cromatiche che galleggiano sull’acqua.
Quando si scontrano, le parole esplodono e svaniscono. Poi, sulla superficie del laghetto, compaiono altre lettere, che compongono altre parole, altri messaggi a perdere dell’immaginario, poi un nuovo scontro e così via.
Il giardino si chiama “Stream of Consciousness”, Flusso di consapevolezza. “Ho voluto utilizzare il computer in un modo diverso – spiega Small che studia al Mit di Boston. – Il computer è completamente invisibile in questo lavoro. Ho allestito un giardino, con l’acqua che scorre, e poi ho fatto in modo che sulla superficie dell’acqua galleggiassero delle parole, delle idee, come se fossero delle foglie. Inoltre, chi visita il giardino può interagire con questo flusso di parole. Pertanto, si può orientare lo schermo e intervenire sulle parole come si vuole: se si toccano le parole queste esplodono, generando altre parole che sono in relazione con le precedenti. Così, si creano continuamente delle parole: parole che muoiono e che ritornano. Tutto cambia continuamente, tutto è diverso e si creano nuovi concetti che galleggiano sull’acqua”.
Per David Small, era molto importante che quest’opera si proponesse concretamente come un lavoro artistico, come un giardino, e non come un’installazione di interattività, programmata attraverso un evidente computerr con relativo software.
“La prima cosa che si deve notare è l’acqua, la seconda sono i sassi e le piante, la terza sono le parole: solo per ultimissima cosa si deve percepire che il computer controlla ogni cosa – commenta David. – L’idea è che tu pensi a una cosa e questa ti porta altre idee: è ciò che in inglese chiamiamo ‘Stream of Consciousness’, una sequenza di idee che pulsano nella testa quando non sei estremamente concentrato su una sola cosa. Questo è il senso che abbiamo cercato di esprimere, senza averlo programmato: il flusso dà la possibilità di pensare a delle cose, o a una relazione tra due parole, a cui non si sarebbe mai giunti da soli”.
“L’Onda” del videoartista di Seattle Gary Hill dà ragione a Marshall MacLuhan quando sosteneva che sono gli artisti i veri profeti del tempo che verrà. Sullo schermo di un piccolo monitor poggiato su un tavolo della Galleria di Napoli di Lia Rumma, nel ’96, appariva un’onda gigantesca che non si abbassava mai. Con la sua straordinaria tecnica, Gary Hill aveva realizzato un “loup” in bianco e nero di un’onda anomala, che avanzava eretta e minacciosa, incessantemente impennata, implacabile nel suo procedere senza sosta. In quell’opera c’era chi aveva visto l’incalzare inesorabile del tempo che tutto travolge e seppellisce, una sorta di dedica solenne all’eternità. Poi, oltre otto anni dopo, un’onda simile, si alzò dalle acque dell’Oceano Indiano, avanzando ininterrottamente per chilometri e chilometri, prima di abbattersi sulle coste dell’Asia e dell’Africa, come un nuovo Diluvio Universale che cancellò circa centocinquantamila vite umane: lo chiamarono Tsunami.

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